Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.
C’è chi scrive canzoni per raccontare sé stesso, chi lo fa per intrattenere, e poi c’è chi — come Pugni — trasforma l’osservazione del reale in arte, lasciando spazio all’immaginazione dell’ascoltatore.
Pietro come fai è il suo nuovo singolo, rilasciato lo scorso 27 Giugno e segue il fortunato disco d’esordio “Tuffo” uscito ad ottobre 2024, con cui si è esibito in alcuni dei club e festival più importanti d’Italia (La Prima Estate Festival 2024 insieme a Paolo Nutini, Michael Kiwanuka, Black Country New Road).
Psicologo di formazione, musicista per vocazione, il musicista intreccia parole e suoni con una sensibilità rara, capace di sospendere il significato e aprire varchi emotivi.
Il suo nuovo brano, è una piccola pellicola sonora: evocativa, sospesa, intensa.
In questo Batti 5 Pugni (Lorenzo Pagni) ci racconta come è nata Pietro come fai, dalle sue esperienze in studio alla connessione che spera di instaurare con chi ascolta.
Un viaggio che si dipana tra note vintage e arrangiamenti raffinati, per arrivare a questo pezzo,
un brano che non pretende di essere capito, ma che sfida chi ascolta a lasciarsi toccare davvero.

Che bello il tuo brano! Pietro come fai , ha il sapore di un cortometraggio!
E‘ proprio per questo gusto della “scrittura sospesa” non ti chiederò si svelare il testo! Questo pezzo in base alle proprie percezioni e fantasie crea un immaginario e credo che sia proprio il suo valore e la sua forza.
Era così anche nell’intento di scrittura o sei partito da presupposti diversi rispetto al risultato finale?
Sono partito proprio con quell’intenzione: tracciare una direzione mantenuta attraverso i doppi sensi, le allusioni e il detto/non detto.
Nella mia testa c’era qualcosa di abbastanza specifico, ma l’intenzione era quella di mantenere una narrazione ad ampia interpretazione.
Sei uno psicologo e “canto le storie che ascolto” è scritto nella tua presentazione sul canale You Tube. Hai incontrato una figura con un superpotere, sorriso ammaliante, diabolica classe e ne hai scritto o nasce diversamente la canzone?
Ah beh, più di una! Diciamo che per questo pezzo ho tratto sicuramente degli spunti interpretativi dal mio lavoro, ma in realtà è una canzone scritta nei locali, per strada, di notte, osservando gli altri e vivendo in prima persona quelli che mi sono sembrati dei pattern comportamentali abbastanza diffusi tra la mia generazione.

Il testo è accompagnato da suoni molto eleganti, un arrangiamento raffinato; mi racconti degli strumenti e dell’aspetto sonoro di questa traccia?
Innanzitutto la magia è nata grazie anche alle mani di chi ci ha lavorato. Le chitarre e il basso sono di Danny Bronzini, il mio chitarrista preferito, ma soprattutto un fratello/coinquilino/confidente. In studio è stato Peppe Petrelli ad architettare i suoni, che ha curato anche il mix.
Abbiamo registrato al Sudest studio di Lecce: un posto magico immerso nella campagna salentina, un vero e proprio paese dei balocchi dell’analogico.
Abbiamo suonato strumenti pieni di anima e storie da raccontare, e secondo me si sente tutto.
Ad esempio abbiamo registrato su un Hammond con Leslie degli anni ‘60, che Matteo Bemolle ha suonato da Dio.
La batteria e le percussioni sono state suonate da Fabrizio Semeraro, che è riuscito a trovare un groove che esce dal convenzionale pattern country, che avrebbe reso la traccia piuttosto “classica” per non dire “vecchia”.
Sono molto contento del risultato: per me era la prima esperienza in uno studio del genere ed ho percepito quanta differenza faccia.
Il mio primo album l’ho registrato in cantina.

Come una ricetta personalizzata, Pietro sa dosare la poesia quanto basta.
Una volta che una canzone esce, incontra gli ascoltatori e prende le sue direzioni; evoca emozioni, riattiva ricordi, stimola immaginazione, fa riflettere, crea connessioni… c’è in te una piccola aspettativa, qualcosa che vorresti che ti tornasse dopo aver messo qualcosa di tuo là fuori?
Sapere che chi ascolta ritrova un pezzo della propria storia nelle canzoni è la soddisfazione più bella.
Sei Pisano, vivi a Torino, da poco reduce da un live al Flowers Festival in apertura ad Anna Castiglia e Willie Peyote, che esperienza è stata?
Torino mi ha adottato e io ne sono molto grato. Così come sono grato a Guglielmo per le occasioni che mi sta dando, gli voglio bene.
Al Flowers è stato pazzesco sentire le persone che cantavano le canzoni, non me lo aspettavo onestamente.
È una piccola conferma di quello che sto facendo, che credo sia fondamentale nel percorso di un artista, che oggi ha sempre meno possibilità di avere un riscontro reale. I numeri virtuali, per quanto mi riguarda, hanno un’importanza relativa.


