La storia della musica riserva sorprese inaspettate e, soprattutto, alimenta quel mondo immaginifico degli “E se…”.
E se non fosse mai morto Kurt Cobain? E se non avesse deciso di mollare la scena post Scream (la band nella quale militava), e trovare maggiori fortune da altre parti?
E andando così a ritroso in un vortice che ci avvolge, ci disorienta e ci rapisce per sempre. La storia della band è quindi tutta un grande “E se…” dove però i pezzi sembrano essere stati tutti collocati in maniera perfetta e fortuita.
Siamo nel 1995 ma per raccontarla bene dobbiamo fare qualche passo indietro, almeno al 1992. In quell’anno i Nirvana si sono imposti definitivamente e Dave ha contribuito in larga parte a questo successo attraverso un modo di suonare la batteria esplosivo, efficace e, per certi versi innovativo.
Come è accaduto tutto ciò?
Di sicuro i testi urlati da Cobain e l’attitudine punk dei power chords gettati in successione hanno fatto il loro dovere, ma c’è anche il passato hardcore di Grohl e l’intesa con Novoselic che, seppur non un talentuoso bassista, ha contribuito nel creare una sezione ritmica perforante e che ha conquistato schiere di “spiriti giovanili”.
Tornando al protagonista della vicenda, il nostro Dave nel ’92 aveva un grosso problema e una grossa opportunità e entrambi corrispondevano a un solo nome: Kurt Cobain.
Se infatti il batterista era molto critico su sé stesso e non si sentiva all’altezza del suo talentuoso sodale, c’è però da dire che il cantante e anima del grunge non ha mai lesinato per lui complimenti e parole di ammirazione sia in privato (come dichiarato dallo stesso Grohl), sia in pubblico, durante interviste nelle quali il leader dei Nirvana spiegava quanto fosse importante Dave nell’economia del gruppo.
Se difatto non esiste alcun pezzo solista di Novoselic all’interno della discografia dei Nirvana, per quanto riguarda Dave Grohl, possiamo trovare a suo nome la traccia Marigold, uscita come b-side di un singolo.
Seppur semplice, la canzone metteva in risalto quella che era una dichiarazione di intenti: far musica a prescindere e farla bene. Questo brano era un piccolo estratto da un progetto solista di Grohl.

In verità, era più un diario musicale, cioè una cassettina a nome “Late!”, nella quale registrò idee che avrebbe estratto come ciliegie negli anni a venire.
Una canzone, ad esempio finì in una compilation e venne rielaborata da King Buzzo (Melvins), una era una versione grezza di Marigold, mentre un altro paio finirono su una raccolta dei Foo Fighters e sul disco acustico del doppio album “In Your Honour”.
Le velleità non mancavano ma la prematura scomparsa del leader dei Nirvana sembrava aver messo in discussione qualsiasi futuro, tant’è che il giovane Dave decise di mettersi tutto alle spalle e di partire per un viaggio alla ricerca di sé stesso.
L’aneddoto non è nuovo, ma a distanza di qualche decennio pare essere confermato.
L’ex batterista partì per l’Irlanda e decise di girare per la costa e per dei paesini nei quali nessuno lo avrebbe riconosciuto.
E così andò, salvo poi l’incontro con un ragazzo che cambiò per sempre il corso della sua esistenza.
L’aneddoto è leggendario perché in una versione si racconta che Dave era alla guida dell’auto e un tizio lo fermò per chiedere informazioni.
In un’altra versione, Dave si trovava seduto nei sedili posteriori, accompagnato da amici e venne riconosciuto da questo ragazzo.
Sia come sia, questo misterioso individuo che tornerà in seguito alla ribalta per dire che era davvero lui ad averlo incontrato, in quell’occasione indossava una t-shirt dei Nirvana e questo dettaglio colpì Grohl come un pugno in faccia.

Puoi provare a nasconderti dal tuo sentire, ma non ce la puoi fare perché esso fa parte di te.
Quel dettaglio gli fece capire che lui amava il rock ed era nato per fare questo.
E i Nirvana? Beh, loro ci sarebbero sempre stati e in fin dei conti il passato non va mai rinnegato.
Rientrato in patria si chiuse subito in studio e si mise a lavorare su nuovi pezzi e su alcune idee che erano presenti sulla cassettina Late! e, una volta terminato, circa una settimana dopo, le dodici tracce che compongono il suo debutto solista erano pronte.
Dave Grohl ce l’aveva fatta.
Il suo disco era pronto e lui ci cantava e ci suonava dentro chitarra, basso e batteria, ad eccezione di X-Static, traccia nella quale suona la chitarra Greg Dulli, il leader degli indimenticabili Afghan Whigs.
Una volta pronto il disco venne messo subito sotto contratto dalla Capitol e dalla Roswell Records (a proposito, ma ci pensate? Roswell! Come il luogo dove si dice che sia stato recuperato un disco volante dopo un incidente nel 1947. E di UFO dobbiamo ancora parlarne).
A questo punto della storia, Dave aveva il disco ma mancavano ancora due passi fondamentali: una band e il nome della stessa.
Per la ragione sociale fu abbastanza semplice. Non voleva infatti far uscire un disco a suo nome, e, per nascondersi meglio pensò a qualcosa di sfuggente.
I militari che durante la seconda guerra mondiale sorvolavano i cieli e notavano qualcosa di strano, diciamo di non terrestre, utilizzavano un nome in codice per effettuare la segnalazione via radio: Foo Fighter.
Il Foo Fighter era infatti un oggetto incomprensibile, e appunto non identificabile.
Bene, lui e gli altri sarebbero stati non identificabili e quindi dei Foo Fighters.
Ora mancavano gli “Altri”.
Ci pensò un attimo, fece mente locale e poi decise di contattare Pat Smear, il chitarrista dei The Germs, band seminale, e che Cobain volle per la tournée di “In Utero” e l’ “Unplugged” per dare più forza ai pezzi dei Nirvana e consentirgli di tenere meglio il palco.
E la sezione ritmica? Fu un colpo fortuito. In quel momento si erano appena sciolti i Sunny Day Real Estate, un trio emo balzato alle cronache per un primo disco molto promettente e un altrettanto secondo omonimo.
L’implosione portò il loro leader a intraprendere una carriera solista, mentre Nate Mendel, il bassista, e William Goldsmith, il batterista, vennero assoldati da Grohl.
I quattro compaiono nel libretto interno del debutto dei Foo Fighters, ma in realtà solo L’ex dei Nirvana ci suona dentro.
La foto è anche emblematica perché si vedono i tre da una parte con dei colori chiari e Dave, un po’ più staccato con una maglietta nera e una risata fin troppo forzata.
Il disco? Registrato ai Robert Lang Studio da Barett Jones tra il 17 e il 23 ottobre 1994, vedrà la luce solo il 4 luglio del 1995 perché nel frattempo la band doveva rodare e macinare date per interiorizzare i pezzi e farli propri.
E il disco suona come un nuovo inizio. This Is A Call, prima traccia del disco e primo singolo estratto (a giungo 1995), e la successiva I’ll Stick Around, mescolano irruenza a melodie beatlesiane e sono dei rimandi alla lotta interiore combattuta e vinta dal batterista.
Big Me, altro singolo estratto, contribuirà a spingere il disco grazie alla melodia zuccherosa ma non banale e a un video di accompagnamento nel quale la band fa la parodia ad una famosa réclame delle caramelle Mentos.
Alone+Easy Target è un indubbio rimando al passato attraverso una chitarra impastata e una batteria che sembra estratta pari pari dalle session di “Nevermind”.
Good Grief è invece un rock tellurico e che rimanda a qualcosa degli Stooges senza la voce di Iggy Pop e questo passo segna la prima novità per Grohl che si discosta in parte da una proposta prettamente punk per avvicinarsi più agli anni ’70 come del resto facevano altre band grunge come ad esempio i Soundgarden.
Floaty ha invece punti in comune con gli Smashing Pumpkins di allora, con quelle intro acustiche e la successiva esplosione delle chitarre.
Weenie Beenie è un’altra traccia tirata nella quale si può sentire Grohl sperimentare con le distorsioni vocali care ai Ministry, una delle sue band ossessione.
Oh, George, a seguire, si riallaccia alla tradizione grunge non ancora lasciata alle spalle, mentre nella successiva e semiacustica (ad eccezione del ritornello), For All The Cows, ecco tornare prepotentemente i Beatles, una delle passioni che aveva in comune con Cobain.
X-Static si discosta nettamente dalla proposta e infatti non è un caso che la chitarra, come anticipato, viene suonata da Dulli, il quale porta la sua esperienza e la mette al servizio di quelli che saranno i futuri Foo Fighters.
L’incedere del pezzo è lento e il cantato è qui più meditato e curato.
Wattershed è puro punk rock, sia nell’andamento che nella voce tirata.
La conclusiva Exhausted rallenta il ritmo e ci porta alla conclusione di questa montagna russa sonora nella quale Grohl mette le basi su quelle che saranno le future ballad che daranno risalto e una prima fama alla band.
Impossibile infatti non ritrovare qui i semi di Walking After You che impreziosirà il successivo “The Coluor & The Shape”.
Trent’anni sono passati da questo oggetto misterioso, il quale rappresenta una sorta di spartiacque tra la morente scena grunge (che poi ‘scena’ non lo è mai stata veramente), e quello che sarà la musica a venire.
E’ interessante poi notare l’evoluzione del suo autore, Dave Grohl, il cui ruolo, da insicuro e tormentato è a suo modo evoluto in ambasciatore riluttante del rock, genere bistrattato ma che non morirà mai.
Vogliamo trarre una lezione?
Mai mollare perché la gloria può nascondersi dietro la nostra futura mossa.


