Articolo a cura di Cinzia Nalci
Siamo solo alla sua seconda edizione, ma “La Prima Estate” è già indiscutibilmente l’evento musicale — e la location — che preferisco. Sia per il luogo in sé (un’arietta gradevolissima di mare, nonostante il caldo torrido), sia per l’ottima organizzazione: si parcheggia vicino, ci sono tavoli disponibili per pasteggiare e bere dell’ottima birra fresca, e non c’è l’elemento disturbante del “token” che ti costringe a inutili file e sovrapprezzi ingiustificati.
Arriviamo nel pomeriggio e ci sediamo ai tavoli di legno, cercando uno spicchio d’ombra per bere qualcosa di fresco. In sottofondo c’è la voce incantevole di Emilíana Torrini — decisamente nordica a dispetto del nome che tradisce origini italiane grazie al padre Salvatore (che, a occhio e croce, di islandese ha ben poco). Non la conoscevo, lo ammetto, ma mi convince: i suoni sono molto belli e delicati, e la sua voce aggraziata e femminile risalta ancora di più quando parla al pubblico tra una canzone e l’altra. Deliziosa, ricorda una fatina che popola le leggende della sua terra di ghiaccio.

Ci avviciniamo al palco per l’inizio dell’esibizione degli inglesi Sleaford Mods. Non li avevo mai sentiti; mi informano che il cantante è anche un attore in alcune serie TV di successo, soprattutto tra i giovani. Di primo impatto mi danno l’idea di un Max e Mauro con meno colori addosso e più grinta. Vedere Andrew Fearn che si dimena instancabilmente sul palco, però, mi riporta dritto agli anni della mia gioventù, quando tutti ci chiedevamo chi avesse ucciso l’Uomo Ragno.

Finalmente, con pochi minuti di ritardo, sale sul palco Warren Ellis con il suo violino, che quasi si perde sotto la lunga barba canuta. Pochi istanti dopo arriva LUI: la sua giacca, la camicia dal colletto bianco, alto, inamidato… un’eleganza essenziale. Bastano la sua semplice presenza e l’attacco delle prime note di Get Ready for Love per accenderci tutti. Nonostante il caldo e la stanchezza di un pomeriggio affollato, la sua musica è lì con noi ed entra subito, immediata e a gamba tesa; proprio come la sua presenza sul palco, si fa sentire senza troppi fronzoli.
Segue From Her to Eternity e avverto un senso di vertigine e smarrimento: mi appare netto e lucido quel senso di “immensità” che cantavano Don Backy e Dorelli nel lontano 1967. Chiudo gli occhi e lascio che sia il ritmo a guidare le mie gambe. Ma è solo l’inizio di una notte che, di quell’immensità, sarà completamente carica.

Cave lo seguo da sempre e di suoi live ne ho visti parecchi nel corso degli ultimi vent’anni; eppure, il rapporto con il suo pubblico è sempre un crescendo di fisicità empatica. I suoi occhi profondi ti scrutano; lui si lancia tra il pubblico in un esercizio di fiducia totale, e la sua gente lo ama. Lo sostiene, lo tiene in alto con la forza delle mani, lo protegge per non permettergli di sentirsi insicuro o di indugiare. Si crea così una bellissima danza di amore e fiducia: sembra tutto perfetto, a dispetto dell’improvvisazione.
Una reciprocità che non ha bisogno di altro. Una nota di ammirazione va alle coriste, bellissime nei loro abiti bianchi ed eterei: con le loro voci vellutate accompagnano, con eccellente fluidità vocale, il carisma di Cave e dei suoi Bad Seeds.

Tutta la serata è una strana miscela di dolcezza, ironia e solennità. Sembra quasi che Cave incarni la personalità di Bunny Munro — il personaggio creato per il suo romanzo del 2009 — in uno strano crescendo di sarcasmo e cruda umanità.
“Fucking Italy” e “it’s fucking hot”, esclama asciugando il sudore con le magliette lanciate dal pubblico. Sembra quasi assurdo che lui, nella sua perfetta eleganza, possa soffrire il caldo come noi comuni mortali; ma alla fine cede. Si toglie la giacca, senza però permettere alla calura di fermare quel crescendo di adrenalina, voce, passione e sudore.
Prosegue con Wild God e O Children, ed è qui che avviene il momento più toccante: fa salire sul palco un bambino con la maglia dei Nirvana — un gruppo diverso dal protagonista della serata, come l’opinabile moda attuale vuole — lo abbraccia più e più volte e lo bacia sulla fronte. È uno dei gesti più protettivi che un genitore possa fare. In quel preciso istante ce lo siamo chiesti tutti: il suo cuore non stava forse abbracciando, in realtà, il fantasma di suo figlio perso tragicamente?

Il bambino, dal canto suo, ricambiava l’abbraccio con intensità. Non sembrava affatto spaesato: stava vivendo un momento che ricorderà per tutta la vita e che un giorno racconterà ai suoi figli con dovizia di particolari.
Un momento di leggerezza lo abbiamo vissuto augurando buon compleanno tutti insieme a Colin Greenwood, simpaticamente compiaciuto. Da lì in poi, tutto quello che ricordo è solo voce, musica, emozione e passione, che traspiravano in quella che è stata un’escalation continua: tra le note di Tupelo, Joy e Jubilee Street, fino alla chiusura magistrale regalata dalle note di City of Refuge, The Weeping Song e Into My Arms.

Chiude con la magia di Into My Arms, una canzone fondamentale per me, che mi ha accompagnato negli anni e che è stata citata anche nella dedica “solo per me” di un regalo speciale del Natale 2022: il libro Fede, speranza, carneficina. Nick è da sempre presente nelle mie emozioni. Poi la magia sfuma e torniamo verso casa. Davanti ai cancelli d’uscita il mio amico mi guarda e mi dice: “Ma ti rendi conto a cosa abbiamo appena assistito?”. Sì, me ne rendo conto perfettamente. E sono felice, grata, appagata.
Setlist:
01. Get Ready for Love
02. From Her to Eternity
03. Train Long-Suffering
04. Wild God
05. O Children
06. Tupelo
07. Carnage (Nick Cave & Warren Ellis cover)
08. Joy
09. Rings of Saturn
10. Bright Horses
11. Henry Lee
12. The Mercy Seat
13. Papa Won’t Leave You, Henry
14. Red Right Hand
15. Jubilee Street
16. Hiding All Away / White Elephant
17. Hollywood
Encore:
18. City of Refuge
19. The Weeping Song
20. Wide Lovely Eyes
21. Into My Arms
Foto colori Pietro Varacalli Foto b/n Emilio Fuliotti


