“La Luce dell’Alba” – Jolly Mare

“La Luce dell’Alba” nel tempio di Umiliani: il viaggio analogico di Jolly Mare

Sono rari i dischi che operano come filtri analogici sulla storia, capaci di azzerare le distanze cronologiche per fondere passato e presente in un’unica, perfetta, sovrapposizione temporale. L’ultimo lavoro di Jolly Mare, “La Luce dell’Alba”, fa esattamente questo. Entra in risonanza con quelle frequenze originarie per riattivare l’eredità artistica di Piero Umiliani, architetto sonoro e genio assoluto delle nostre stagioni più d’avanguardia,  trasformando quello che poteva essere una celebrazione monumentale in un vero e proprio album a quattro mani immaginario e immaginifico, in cui il tempo collassa in una dimensione sospesa di pura sinfonia.

L’artista pugliese firma così un’operazione magistrale trovando piena complicità nella 42 Records, label indipendente capace di scommettere su un progetto ambizioso e fuori dai canali commerciali mainstream, difendendo la totale libertà artistica. La fucina bolognese si conferma così tra le realtà più lungimiranti del panorama editoriale, forte di un roster che negli anni ha saputo valorizzare artisti del calibro di Alessandro Fiori, Marco Giudici e Andrea Laszlo De Simone, accanto a molti altri protagonisti della scena indipendente.

È proprio questa visione che oggi offre la sponda ideale all’intuizione e al talento di Jolly Mare, vero ideatore di questo progetto. A lui va il merito di aver saputo rileggere e riscoprire una figura che ha attraversato e illuminato la seconda metà del Novecento, affermandosi come pioniere assoluto della sonorizzazione e della library music nel nostro paese. Un gigante della nostra cultura, noto soprattutto per aver firmato la leggendaria colonna sonora de “I Soliti Ignoti” di Mario Monicelli (pellicola candidata all’Oscar): un lavoro rivoluzionario con cui, per la prima volta in assoluto, il jazz ha fatto il suo dirompente ingresso nelle grandi sale del Paese. Ma Lui è stato anche l’insospettabile artefice di quel tormentone planetario e irresistibile che risponde al nome di Mah nà mah nà. Un instancabile sperimentatore, capace di traghettare l’avanguardia tanto sul grande schermo quanto nella cultura pop, e che oggi viene celebrato nel momento più alto: la ricorrenza del centenario della sua nascita.

Un anniversario importante, che ci ricorda come l’Italia custodisca una galassia sotterranea di compositori visionari – maestri del calibro di Alessandro Alessandroni, Piero Piccioni, Bruno Nicolai o Stelvio Cipriani – di cui l’autore è stato un astro vivissimo. È un lascito immenso, riletto e omaggiato con costanza dalla scena indipendente italiana, che ha saputo riscoprire la nobiltà di quella stessa stagione di alchimia in studio attraverso il lavoro pionieristico dei Calibro 35 (già ampiamente recensiti su queste pagine) o attraverso le calde e polverose suggestioni della celluloide evocate dai Guano Padano.

Un percorso che negli ultimi anni ha vissuto fiammate altrettanto importanti nel raffinato pop di Joan Thiele: non un’influenza astratta, ma un dialogo diretto e fecondo con la famiglia del compositore che ha preso forma in alcuni brani chiave del suo ultimo album “Joanita”, dove la sua lezione torna a respirare nel presente.
Un incanto che si alimenta proprio della riscoperta di quella stagione cinematografica e delle sue straordinarie architetture sonore. Pellicole spesso artigianali e low-budget, all’epoca etichettate con troppa fretta come “di serie B”, che tuttavia nascondevano nelle loro colonne sonore un valore artistico di Serie A assoluta.
Partiture che nel contesto originario faticavano a esprimere tutto il loro potenziale e che solo oggi, a distanza di decenni, vengono riconosciute come una monumentale fonte di ispirazione.

Questa necessità di valorizzazione è stata pienamente avvertita e condivisa da Elisabetta e Alessandra Umiliani: con una lungimiranza rara, le figlie del Maestro hanno scelto di non sigillare quel corpus di opere sotto la teca di un nostalgico ricordo, ma di mantenerne il sound attuale, fecondo e vivo.
Spalancando le porte di quell’archivio hanno permesso all’eredità del padre di tornare a respirare, trovando nella sensibilità di questi artisti contemporanei la chiave ideale per far dialogare la sua opera immensa con il battito del presente. Un’operazione di riscoperta culturale che, muovendosi in parallelo, ha trovato una sponda fondamentale anche sul piano del racconto visivo con il documentario “Il tocco di Piero”, diretto da Massimo Martella: un docufilm che ricostruisce le mille vite artistiche del musicista, impreziosito nella colonna sonora anche dal contributo dei Calibro 35.

Il progetto di Jolly Mare (al secolo Fabrizio Martina) si colloca però su un piano totalmente inedito e viscerale. Polistrumentista, produttore e DJ dalla fine sensibilità e dallo spessore di un vero ricercatore del suono, Martina si è imposto negli anni come un finissimo manipolatore del groove, capace di unire l’elettronica contemporanea alle radici dimenticate della italo-disco, della psichedelia meticcia degli anni ‘70 e della scena afro-cosmic.

Da vero cultore dell’universo delle library music, ha ricevuto un autentico regalo del destino: la fiducia totale di Elisabetta e Alessandra che, in un affiancamento complice e costante, ne hanno seguito e approvato la gestazione creativa passo dopo passo. Un’intesa condivisa che gli ha spalancato le porte del Sound Workshop di Roma: lo storico e rivoluzionario avamposto fondato dal Maestro nel 1968 come primo studio indipendente d’Italia, culla della library music e tempio della prima elettronica analogica. Un’epopea straordinaria, quella dello studio romano, oggi al centro del saggio di Niccolò Vizzotto “Piero Umiliani. Sound Workshop. Autogestione, Sonorizzazioni e Musica Elettronica”, da poco in libreria per Arcana.

Eppure varcare quella soglia, per l’artista pugliese, non ha significato confrontarsi con un semplice tributo, bensì ottenere un accesso esclusivo ai nastri multitraccia originali e agli strumenti personali del compositore, trattati come materia viva e futuribile. In questo spazio senza tempo, il nostro esploratore del suono non si limita a manipolare i suoni ma si accomoda idealmente al fianco del compositore fiorentino. Ne sposa l’attitudine visionaria e il rigore geometrico, avviando un dialogo intimo tra sintetizzatori e nastri magnetici, dove il rispetto per l’originale si fonde con l’urgenza di una nuova riscrittura.

Ed è proprio in questa delicata terra di mezzo che, spinto dal calore di un fuoco creativo autentico, l’artista ha affrontato questa materia sonora con un approccio quasi sacro. Muovendosi in una vera e propria bottega artigiana del suono, si è alternato tra le corde vibranti della leggendaria Eko Ranger a 12 corde, batterie acustiche e rarità come il Cumbuş San.
La strumentazione utilizzata vanta infatti pezzi monumentali che hanno scritto la storia della musica: sintetizzatori storici e macchine iconiche come l’ARP 2600, il Minimoog o l’EMS VCS3, affiancati dai pionieristici campionatori E-mu Emulator II e dal calore senza tempo di organi Hammond C3, piani Fender Rhodes e Wurlitzer. Tra rarità vintage (come la Vibraphonette Galanti) e strumenti etnici che spaziano dall’oud alla marimba, Martina ha riacceso macchine avvolte dal silenzio del tempo per avventurarsi in un viaggio di pura ispirazione sonora che, proprio nel centenario della nascita del Maestro, trasforma i frammenti d’archivio in dieci gemme inedite.

Raccolte sotto il titolo di “La Luce dell’Alba”, queste tracce compongono un mosaico che chiede di essere ascoltato come un unico flusso visivo, un’esperienza immersiva in cui abbandonarsi senza mappe.
Un’attitudine geografica e visionaria suggerita fin dall’illustrazione e dalla grafica curate da Riccardo Corda per la vibrante copertina. Con il suo mappamondo dal sapore vintage e fantascientifico – dove, a uno sguardo più attento, i continenti e le terre emerse rivelano le sagome e le forme di strumenti musicali –  l’artwork mostra alle spalle del globo un sole radioso che fa capolino dal buio dello spazio: un’alba che dà senso profondo al titolo stesso dell’opera.
Al contempo, la cura dei dettagli trasforma l’edizione fisica in una piccola opera d’arte: un vinile color avorio di 140 grammi, arricchito da un poster interno e stampato in tiratura limitata a sole 300 copie: un autentico oggetto di culto che sembra mappare un pianeta interamente plasmato e governato dalla musica.

Dietro la bellezza della confezione si nasconde però il vero colpo di genio dell’operazione orchestrata da Jolly Mare: partendo dai nastri magnetici originali, riesce a dare vita a brani del tutto nuovi. Non si tratta di un semplice campionamento, ma di una vera e propria scomposizione molecolare: frammenti isolati, vecchie code di registrazione o singole intuizioni percussive lasciate sui nastri vengono isolate, dilatate e rigenerate fino a diventare la spina dorsale di composizioni inedite.
Il nastro si fa materia viva, un ponte analogico che trasforma l’archivio storico nel motore ritmico del presente. A Fabrizio Martina basta infatti isolare una cellula ritmica inedita o un’intuizione percussiva apparentemente marginale per edificare l’impalcatura di un intero brano, trasformando il frammento in una struttura portante.

È un principio di meraviglia continua che attraversa l’intera tracklist: ognuna di queste dieci tracce nasconde un segreto, un dettaglio obliquo o un incastro cromatico totalmente inaspettato che spiazza e conquista.
Un labirinto timbrico teso a ridefinire i confini di una materia multiforme; al suo interno convivono e si confondono l’avant-jazz, la psichedelia, la fascinazione cinematografica e l’avanguardia sperimentale: ovvero tutte le sfumature che l’autore aveva esplorato e plasmato durante la sua straordinaria carriera, quando avventurarsi in quei territori significava muoversi in una terra di nessuno, dove tutto era ancora da scoprire.

Al fianco di Jolly Mare brilla inoltre il talento di Alberto Bazzoli – un altro prezioso alleato artistico che i nostri lettori ben conoscono, già tastierista dei Baustelle e con due album solisti (“Missori” e “Azzurra”- qui la nostra recensione) prodotti proprio da Martina. Il suo tocco si rivela fondamentale nel tessere le trame armoniche del disco attraverso l’uso di Organo Hammond, Novatron, sintetizzatori, pianoforte e mallets. Elementi cruciali che Jolly Mare incastra alla perfezione, dando vita a una materia sonora che si svela fin dal primo ascolto.

Un’architettura che si esprime appieno lungo il disco, dove la narrazione si accende subito con i chiaroscuri di Dentro la notte, la luce dell’alba: bastano poche note della chitarra lap steel di Bob Angelini – musicista eclettico, storico complice artistico di Niccolò Fabi e colonna sonora vivente di Propaganda Live – per scivolare dentro ad atmosfere da grande schermo, dove lo spazio si dilata e la musica si fa immagine.
Questo avvio strumentale, fatto di suggestioni geografiche e interiori, trova subito dopo la sua bussola narrativa in Il Senso, unico episodio cantato dell’album. Qui, il recitato di Francesco Bianconi — che porta la sua inconfondibile cifra stilistica retrò — si fa strada con eleganza tra le scorie della contemporaneità. Un intervento, il suo, che suona naturale, data la sua nota e profonda devozione per la galassia musicale di Piero e per quelle atmosfere della stagione d’oro dell’immaginario dei B-movie.

Il resto è un movimento continuo, un’esplorazione che sa cambiare pelle con naturalezza e dove le vecchie melodie da fotoromanzo si risvegliano sotto forma di astrazioni cosmiche. Se da una parte ci si ritrova immersi nell’incedere esotico di Altrove, guidato da ritmi avvolgenti e da volute ipnotiche dell’Hammond, dall’altra ci si perde tra le trame misteriose di Montagne di sabbia, in cui i suoni si dilatano in suggestivi intrecci notturni.

La scaletta procede così per visioni di un’eleganza assoluta, come nel caso di Samba Sioux — un miracolo di equilibrio capace di far convivere l’epica filmica di una cavalcata western con le sincopi e il calore di una samba. In questo perimetro le percussioni storiche di Gegè Munari — autentica leggenda della batteria jazz italiana — si incastrano con chitarre registrate cinquant’anni dopo. Lì dove le parole faticano a trovare una definizione esatta, arrivano poi gli Orizzonti lontani, un brano dalle raffinate tinte lounge che vive di autentica suggestione visiva.

Successivamente il disco si muove per contrasti climatici ed emotivi: prima si viene intrappolati tra le spire di Sogni di sogni, un brano guidato dalle trame agitate di un synth teso che evoca scenari onirici e inquieti, per poi sprofondare nell’oscurità ancora più densa di Foresta nera, che proietta l’ascoltatore dritto in un thriller d’altri tempi. È qui che si consuma un meraviglioso cortocircuito estetico: se da un lato c’è la geometrica precisione della batteria di Niccolò Fornabaio, attorno a cui si muovono fluttuanti i sintetizzatori di Bazzoli, dall’altro emerge la carne viva di una chitarra classica dalle sottili venature Gipsy Jazz, splendidamente suonata da Francesco Neglia. Una tensione che sembra quasi scivolare e distendersi verso l’ora dell’Imbrunire dove il Novatron e il violoncello del Duo Strigo si incontrano dando vita a un dialogo teso e spettrale.

E alla fine, quando tutto si è compiuto, è La voce del vento a chiudere il cerchio. Un cammino che si rivela ulteriormente impreziosito dal ricamo profondo dell’oud, l’antico liuto mediorientale a manico corto suonato ancora dalle sapienti mani di Neglia; tra le sue note si fa strada il canto sinuoso di un fiato, mentre le corde distendono i titoli di coda di un film continua a risuonare dentro anche dopo che in sala si sono riaccese le luci.

Nella sua totalità “La Luce dell’Alba” è un gioiello raro in cui perdersi, un luogo sonoro dove la sensibilità dell’allievo incontra la lezione del Maestro nell’incanto di una dimensione senza tempo. È la dimostrazione più limpida di come questo grande patrimonio sotterraneo non abbia alcuna intenzione di diventare un pezzo da museo ma continui a splendere e, traccia dopo traccia, a generare futuro.

Tracklist:

01. Dentro la notte, la luce dell’alba
02. Il Senso
03. Altrove
04. Montagne di sabbia
05. Samba Sioux
06. Orizzonti lontani
07. Sogni di sogni
08. Foresta nera
09. Imbrunire
10. La voce del vento