A bordo di una Giulia Super 1.3, in volo in un Eteretaco o in Apnea dentro un sommergibile rubato, i Calibro 35 tornano in azione.
Armati di groove, pellicola 35 mm e immaginario pulp, entrano ed escono dal repertorio jazz-funk con il timing creativo di una rapina suonata col colpo in canna.
Con “Exploration”, nono album in studio in uscita il 6 giugno, risalgono le proprie traiettorie originarie — cover, archeologia musicale, reinvenzione — ma lo fanno da veterani, liberi, spavaldi e, come sempre, elegantemente fuorilegge.
Sono passati quasi vent’anni da quando i Calibro 35 hanno iniziato a frugare tra i solchi polverosi delle colonne sonore italiane, restituendo nuova vita ad un certo immaginario sonoro.
Da allora, la loro traiettoria è stata tutto fuorché prevedibile: dischi che sono diventati cult, colonne sonore originali, tributi e collaborazioni internazionali.
Con “Exploration” tornano all’origine del progetto — riletture come gesto creativo, incursioni, furti d’autore — ma lo fanno con una libertà totale e con la consapevolezza di chi sa armonizzare perizia tecnica e puro slancio creativo.
Il nuovo nato è un album che intreccia passato e futuro, memoria e ricerca, una vera esplorazione connotata da una forte identità espressiva.
È composto da 11 tracce: 3 inediti e 8 reinterpretazioni; si presenta come un omaggio personale e creativo a un patrimonio musicale che spazia tra jazz-funk, sigle televisive e colonne sonore. Tra le riletture spiccano nomi di riferimento come Piero Umiliani, Bob James, Azymuth, Herbie Hancock , Lalo Schifrin , Roy Ayers e Lucio Dalla.
La formazione è la stessa di “Nouvelles Aventures” (2023): Tommaso Colliva, produttore e ingegnere del suono, spesso presente anche alle tastiere o effetti; Enrico Gabrielli , polistrumentista che spazia tra fiati e tastiere; Massimo Martellotta, alle chitarre, sintetizzatori e altri strumenti a corde; Fabio Rondanini – motore ritmico – alla batteria e percussioni. Al basso, torna la partecipazione di Roberto Dragonetti.
L’album è stato registrato al Sound Work Shop , lo storico studio romano fondato da Piero Umiliani, vero punto di riferimento per il jazz e le colonne sonore d’autore.
Nato nel 1968, lo studio è rimasto quasi intatto nel tempo, conservando la sua anima analogica. Le registrazioni sono avvenute in un’unica sala, in gran parte in presa diretta, senza sovraincisioni.
Alla base non c’è uno spartito rigido né un’esecuzione scolastica, ma un’attitudine libera, che profuma di improvvisazione.
Il disco si apre con uno dei tre inediti: Reptile Strut. È un magma sonoro che si solidifica e si trasforma; incrocia jazz-rock, funk e suggestioni cinematiche.
La sezione ritmica àncora il pezzo con precisione, mentre la chitarra sfodera riff funky e fiati vellutati si alternano a linee di tastiera dal timbro surreale.
Un’introduzione che dice tutto: intesa piena, ricerca concreta e spirito d’esplorazione come bussola.
A seguire, Discomania, lo storico tema di coda di 90° Minuto diventa un vortice afrobeat. Piero Umiliani viene omaggiato con dedizione e ardore, e la performance live registrata al Sound Work Shop aggiunge un’aura quasi documentaristica alla reinterpretazione. Divertimento puro, tra nostalgia televisiva e groove rovente.
Nautilus di Bob James, pietra miliare del groove anni ’70 e tra i più campionati della storia dell’hip hop, viene qui suonato e “rimodellato” con un immenso rispetto creativo.
Non è imitazione, ma traduzione e reinvenzione: la band entra dentro la scrittura originale e ne esce con un pezzo nuovo che funziona, coinvolge, ammalia.
Jazz Carnival, la samba-fusion degli Azymuth esplode di energia, con il suo groove ipnotico e quel tema che — se sei cresciuto negli anni ’80 — non puoi non associare a Mixer di Giovanni Minoli.
I Calibro ne danno una versione frenetica, coesa, intrisa di tensione cinematografica e gusto retrò, trasformandola in un inseguimento sonoro tra funk, crime jazz e psichedelia urbana.
Ci troviamo poi in compagnia di Gassman Blues, altro omaggio a Umiliani, stavolta nella sua forma più cinematografica. Il celebre motivo de I Soliti Ignoti torna come primo esempio di colonna sonora jazz italiana, e i Calibro lo trattano come una reliquia vivente: restaurano, lucidano, ma lasciano intatta l’anima beffarda e malinconica.
La scaletta poi ci presenta Pied De Poule, il secondo pezzo inedito: suadente, morbido, vellutato. Si presenta come un’esperienza onirica e a tratti vagamente lussuriosa che evoca suggestioni di sensualità patinata, atmosfere da lounge tropicali e ombre criminali da graphic novel d’epoca.
Un saggio sonoro che dimostra il gusto cinefilo e la coerenza estetica della band. È il brano su cui torno piacevolmente ancora una volta dopo averlo ascoltato.

Altra rapina in grande stile è Chameleon di Herbie Hancock, uno dei riff più celebri del jazz-funk. I Calibro lo affrontano tirandone fuori una versione compatta, tirata, fluida e dinamica.
Il synth-bass guida la carica, ma è l’ensemble che brilla davvero: suonano esplorando, con naturalezza, e vanno oltre. Sono dei fuoriclasse! Mission Impossible, il classico di Lalo Schifrin, è un’acrobazia in stile Calibro: l’arrangiamento è carico, groovy, ricco di tensione e rotture. Altro omaggio che diventa anche prova di classe stilistica.
The Twang, il terzo brano originale dell’album è anche il più imprevedibile. Parte con una chitarra riverberata da b-movie americano, passa attraverso trame psichedeliche e si apre infine in una maestosa sezione fiati.
Una mini-suite in cui i Calibro mettono in scena tutte le loro anime: funk, cinematica, jazz, jam band. Questo brano è trascinante, ha un’aura cangiante a tal punto che – anche in questo caso – ti chiama ad essere riascoltato.
L’esplorazione sta giungendo al termine, ed ora è la volta di Coffy Is The Color, un classico della blaxploitation firmato da Roy Ayers.
Viene reinventato in chiave radicalmente nuova: sintetica, pulsante, venata di cyber-funk e guidata da una voce filtrata dal vocoder.
Ne esce un tributo moderno e sentito, ma anche una rilettura audace, quasi una cover sci-fi, che porta il pezzo originale in un futuro immaginifico senza tradirne lo spirito.
Chiude il disco Lunedì Cinema, l’iconico tema firmato da Lucio Dalla, che negli anni ’80 segnò l’immaginario televisivo come sigla dell’omonimo programma RAI.
Nella rilettura dei Calibro 35, impreziosita dalla voce di Marco Castello, il brano conserva tutto il suo incanto sospeso, in bilico tra palcoscenico e piccolo schermo.
Una chiusura perfetta per un album che è insieme playlist della memoria collettiva di tanti e atlante musicale fra passato e futuro, come lo sono il cinema e la loro musica.
Con Exploration, i Calibro 35 firmano un album che è insieme omaggio e sfida, esercizio di stile e manifesto di libertà creativa; e la loro è davvero inarrestabile.
Una lezione su come si possa essere filologici senza diventare museali, e su come il groove, la passione e la creatività siano ancora la chiave per suonare insieme, per esplorare e scoprire nuove attitudini.
Tracklist:
01. Reptile Strut
02. Discomania
03. Nautilus
04. Jazz Carnival
05. Gassman Blues
06. Pied De Poule
07. Chameleon
08. Mission Impossible
09. The Twang
10. Coffy Is The Color
11. Lunedì Cinema
Record Kicks Foto Chiara Mirelli


