“…Appare la bellezza mai assillante né oziosa
languida quando è ora e forte e lieve e austera…” – Brace
Da molti giorni sono dentro una lunga scia di sentimenti che faccio davvero fatica a tradurre in parole. Sì, lo so, un live report andrebbe scritto il più possibile di getto, ma stavolta non ce l’ho fatta. Troppi ricordi personali, frasi che sono diventate negli anni un mantra nel mio vivere quotidiano, la memoria, le parole “dette, scritte, scandite”, la bellezza impalpabile e la gioia. Infinita, pura e condivisa.
I C.S.I. mi hanno spiazzata, sebbene in questi ultimi venticinque anni non abbia mai perso la speranza di poterli rivedere insieme sullo stesso palco.
Da quando a inizio anno sono state aperte le prevendite per le 7 date del tour, dal titolo evocativo “In Viaggio”, mi è parso come se si fosse spalancato il portone di una casa rimasta chiusa per tanto tempo e questa fosse stata d’improvviso inondata d’aria fresca e luce.

Tra tutti i luoghi previsti, carichi di storia e di significato, ho scelto di andare a Marzabotto – nel Parco Storico di Monte Sole – il 29 agosto al tramonto.
Lì, in quello che fu il teatro di uno degli eccidi più feroci compiuto dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, il 29 giugno 2001, i C.S.I. hanno tenuto il loro ultimo concerto, in memoria di Don Giuseppe Dossetti (“il monaco ubbidiente” al quale è dedicato l’album “Linea Gotica”).
E proprio lì, dove ci avevano salutati, hanno deciso di tornare.
Salendo con i miei compagni di viaggio da Rioveggio al Poggiolo – luogo dell’evento – mi sono accorta che le nostre parole piano piano sono sfumate fino al silenzio che segna le attese importanti.

Siamo arrivati dall’Umbria in tempo per ascoltare LOSTATOBRADO, l’ottimo trio bolognese che stiamo seguendo con interesse da un po’ e che ha aperto tutti i concerti del tour.
Stavolta non sono riuscita a conquistare la transenna e sono tornata alla mia vecchia abitudine di stare dietro al mixer. Il palco, scenografico ed essenziale, ci ha lasciato godere della luce di un tramonto bellissimo e della vista dei crinali d’Appennino.
Il cuore batte forte.
L’ingresso del gruppo è stato accompagnato dalla versione registrata di Noi non ci saremo, omaggio al grande cantore d’Appennino Francesco Guccini: “Vedremo soltanto una sfera di fuoco/più grande del sole, più vasta del mondo/nemmeno un grido risuonerà (…)”.
Le parole hanno raccontato il momento e tutti noi siamo esplosi all’unisono in un applauso, siamo diventati un’onda di mani levate per dare un abbraccio potente ad ognuno di loro, un ringraziamento collettivo, come a dire: “Bentornati, noi tutti qui vi stavamo aspettando”.

Sul palco, oltre alla storica formazione composta da Giovanni Lindo Ferretti, Ginevra Di Marco (voci) Massimo Zamboni, Giorgio Canali (chitarre) Francesco Magnelli (tastiere), Gianni Maroccolo (basso e chitarra acustica), anche Simone Filippi alla batteria.
Il concerto è iniziato con i brani di “Ko de mondo” (In viaggio, Occidente, Del mondo…) ed è proseguito seguendo grosso modo un andamento cronologico con brani tratti da “Linea Gotica” (il nostro approfondimento qui) e “Tabula Rasa elettrificata”.
Tutto, dopo più di trent’anni, è risultato ancora attuale e visionario.

Cupe vampe, il brano d’apertura dell’album “Linea Gotica” che racconta l’incendio della biblioteca di Sarajevo durante il lungo assedio della città, a due giorni dalla morte in carcere del generale serbobosniaco Ratko Mladić, ha riportato a galla tutto il dolore di quegli anni e la memoria di quella guerra atroce. Lo stesso è accaduto durante l’esecuzione del brano Linea Gotica. L’emozione è stata grandissima per tutta la durata del concerto.
Le voci di Ginevra Di Marco e di Giovanni Lindo Ferretti hanno toccato le corde di ognuno di noi nella loro perfetta fusione e intensità, così come il bellissimo assolo finale di chitarra di Massimo Zamboni su Ongii, la potenza leggendaria del basso di Gianni Maroccolo in Forma e sostanza e Unità di produzione (è stato bellissimo anche rivederlo suonare con l’acustica Fuochi nella notte), la batteria di Filippi in A tratti, la chitarra di Canali in Irata, In viaggio e Esco, le tastiere di Magnelli nella bellissima e toccante Montesole.
Ogni momento è stato altissimo e le parole conosciute da tempo hanno risuonato in me come nuove.

Nell’unico momento in cui si è rivolto al pubblico, al termine dell’esecuzione di Depressione caspica, Giovanni Lindo Ferretti ha detto: “Non ci sono parole fuori da quelle delle canzoni” e ancora “questo vostro abbraccio rischia di stritolarci”.
Il concerto è proseguito con Fuochi nella notte e con i brani scelti per la ripresa ed è terminato con Buon anno ragazzi, brano che ha accompagnato l’uscita del gruppo dal palco con la frase “nessuna garanzia per nessuno” in loop.
Non sono riuscita a staccare gli occhi da quel palco vuoto e credo di aver avuto stampato in faccia per lungo tempo un sorriso incantato, lo stesso che ho visto in ognuna delle persone che mi sono passate accanto.

Nel frattempo al Poggiolo si è fatta notte e un leggerissimo alito di vento ha accompagnato la nostra uscita. Il rifugio, con le piccole luci calde tutte intorno, sembrava addobbato per una bella festa montana, una di quelle a cui partecipa il paese intero e ognuno porta qualcosa di buono dalla propria casa per festeggiare chi si ama.
Mi sono accorta che non avrei voluto tornare ma restare ancora.
Mi ha consolato sapere che da lì a pochi giorni li avrei rivisti ancora a Spello, vicino a casa mia, grandiosi e unici.
Ai C.S.I., a quello che sono stati, sono e saranno, va la mia più profonda gratitudine.
“L’amore non cantarlo, che si canta da sé
più lo si invoca meno ce n’è…” – Montesole
Setlist:
01. Noi non ci saremo (Francesco Guccini) – Intro
02. In viaggio
03. Occidente
04. Del mondo
05. A tratti
06. Inquieto
07. Cupe vampe
08. Linea gotica
09. Irata
10. Esco
11. Bolormaa
12. Blu
13. Forma e sostanza
14. Brace
15. Ongii
16. Unità di produzione
17. E ti vengo a cercare (Franco Battiato)
18. Depressione caspica
19. Fuochi nella notte
Encore:
20. Montesole
21. Matrilineare
22. M’importa ‘na sega
23. Buon anno ragazzi
Foto Guido Harari


