Happy Birthday: 1 Novembre 1994 “MTV Unplugged in New York” Nirvana

Articolo a cura di William Domenico Nespoli

Kurt Cobain e quel concerto perfetto

“Good evening. This is off our first record, most people don’t own it”.

Kurt Donald Cobain è seduto su una comoda sedia girevole, di quelle da ufficio, come se fosse un impiegato qualsiasi del rock’n’roll. Indossa scarpe da tennis, un paio di jeans, una t-shirt delle Frightwig (oscura female band degli anni ’80), una camicia dai colori vivaci eppure smorti e un consumato cardigan verde che sicuramente ha visto giorni migliori. Gli occhi sono blu, come il mare, come sempre. Anche se, per questa occasione di festa, così intima e speciale, sembrano essere più chiari del solito, più azzurri del solito; come se in quel mare tormentato si fosse immesso un fiume di acqua limpida e pura.

Imbraccia la chitarra acustica e introduce About a Girl con voce quasi assente, timida, come timida era la sua natura.
Dietro, intorno e dentro di lui ci sono i due Nirvana Dave Grohl e Krist Novoselic, rispettivamente alla batteria e al basso acustico, l’ex chitarrista dei Germs Pat Smear e Lori Goldston con un violoncello tra le gambe.
Ci sono, ma è come se non ci fossero, perché Kurt Cobain, seduto su quella sedia, è da solo, solo come lo è forse sempre stato. È un uomo solo che da tempo combatte la sua guerra personale contro la vita, contro la morte, contro l’eroina, contro gli affetti, contro la depressione, contro i dolori di stomaco che lo tormentano continuamente e, soprattutto, contro sé stesso.

È il 18 novembre del 1993, siamo a New York, negli studi della Sony Music, e i Nirvana, lasciate le chitarre elettriche nel bagagliaio dell’automobile, stanno registrando la loro puntata di MTV Unplugged, show televisivo che vede i protagonisti di turno esibirsi appunto in concerti acustici.
La giornata era iniziata male, Kurt si era presentato agli studi in piena crisi d’astinenza e dopo diversi tentativi da parte dello staff di MTV di reperire “qualcosa” che lo potesse rimettere in sesto, riuscì lui stesso, in un raro momento di lucidità, a contattare una persona fidata affinché risolvesse la situazione nell’unico modo possibile.

Qualche giorno prima, invece, la lotta era stata con la produzione di MTV. Da una parte, le condivisibili e coraggiose scelte di Kurt e dei Nirvana: eseguire addirittura sei cover, di pezzi non propriamente popolari, peraltro, e portare sul palco i loro “fratelli” Meat Puppets, dall’altra, le legittime pretese della produzione dell’emittente televisiva, che avrebbe preferito una sorta di greatest hits suonato in acustico e, magari, una comparsata più consona e più funzionale agli ascolti: vedi Eddie Vedder o qualche altro nome di spessore della scena grunge.
Vinse Kurt Cobain, vinsero i Nirvana, vinse l’arte. La trasmissione andò in onda nel mese di dicembre e la registrazione diventò anche un disco, uscito postumo nel novembre del 1994, a sette mesi di distanza dalla fine di tutte le guerre personali di Kurt Donald Cobain.

È un disco incantevole, commovente, pregno di magia e di sinistri presagi. La voce sofferta che intona “I must have died alone, a long long time ago”, nella struggente reinterpretazione di The Man Who Sold the World di David Bowie, mette i brividi ancora oggi, anche e soprattutto perché il Duca Bianco cantava “We must have died alone” e non “I must have died alone”.

Un particolare minuscolo, ma che col senno di poi fa accapponare la pelle, in quello che è forse uno dei momenti più toccanti di tutto il disco. Kurt Cobain, sopraffatto dalla tensione e dalla paura di non riuscire ad essere perfetto, dopo un inizio quasi in sordina, allenta le briglie della propria emotività e si lascia andare a divertenti siparietti, con i compagni di palco, col pubblico, coi tecnici. Sorride, sorseggia da un bicchiere, fuma, chiede ai compagni di poter suonare “da solo” una canzone (Pennyroyal Tea) e ce ne regala una versione sofferta, disperata, trascinata, da ascoltare come se fosse l’ultima canzone sulla terra, come se non avessimo più aria da respirare.

E lui è lì, da solo, a raccontare della sua vita ad un microfono, su quel palco più grande di lui, quel palco grande come tutte le sue paure. Quel palco che lo ha consacrato al mondo come una delle più grandi rockstar mai esistite e che ora è diventato un peso troppo grande da sopportare. Dumb e Polly, come del resto Come as You Are, sono canzoni perfette, assolute, e suonate così, nude, senza pedali e distorsori ad aumentarne la botta sonora, acquistano, se possibile, un fascino ancora maggiore.

Una rallentata On a Plain, suonata come l’avrebbe suonata Neil Young nel 1975, calibra il perfetto equilibrio del concerto e prepara il terreno al mini tributo agli amatissimi Meat Puppets, non prima di una confidenziale Something in the Way, che, con la complicità del titolo stesso, rimanda vagamente a qualcosa di beatlesiano, pur mantenendo quel mood di cupezza apocalittica che caratterizzava la canzone presente su “Nevermind”.

E poi Plateau, Oh, Me e Lake of Fire, sono i tre pezzi scelti per omaggiare la band dei fratelli Kirkwood, saliti sul palco per l’occasione, e sono tutti tratti dal loro secondo album “Meat Puppets II”, del 1984. Sono tre piccole perle preziose e Kurt Cobain le interpreta come fossero sue, come se ad ogni ascolto ci avesse lasciato dentro un minuscolo pezzo di cuore per poi poterselo riprendere in caso di necessità.

E per Jesus Doesn’t Want Me for a Sunbeam degli scozzesi Vaselines potremmo dire la stessa cosa, una piccola gemma pop sconosciuta ai più trasformata in una fotografia di famiglia in bianco e nero, di quelle che si (ri)trovano rovistando nei cassetti delle nonne, di domenica pomeriggio.

“What else should I be?”, si domanda Cobain, entrando anima e corpo in una delicata esecuzione di All Apologies, prima di confessare a cuore aperto: “I wish I was like you, easily amused”. Roba forte, fortissima, sempre col senno di poi.
Il disco, così come il concerto, cala il proprio sipario con Where Did You Sleep Last Night, un brano della tradizione folk americana risalente al 1870 circa, anche se l’intenzione di Kurt Cobain è quella di omaggiare il bluesman Leadbelly, che la fece sua negli anni ’40.
La versione suonata dai Nirvana ne conserva la malinconica cadenza blues e la arricchisce di un pathos che trova il suo sfogo miracoloso nelle urla finali di Cobain, che rimase talmente soddisfatto dell’esecuzione che si rifiutò di tornare sul palco per suonare dei bis, perché nessun altro pezzo, a suo dire, avrebbe raggiunto un simile apice emotivo.

La registrazione integrale dello spettacolo fu pubblicata su DVD nel novembre del 2007 e vi furono incluse anche due canzoni tagliate dalla messa in onda televisiva (Something in the Way e Oh, Me) e le prove effettuate prima della registrazione.

“MTV Unplugged in New York” è uno dei dischi live più belli mai pubblicati; un concerto perfetto, il testamento involontario e inconsapevole di una band che avrebbe potuto dire e dare ancora molto, ma che è incappata nel triste e ineluttabile copione preparato dal fato per questo giovane eroe del rock’n’roll.

E a noi, ancora affranti, non resta che accendere il lettore cd, o dvd, e premere il tasto play. Ogni volta è una nuova emozione e ogni volta il cielo si fa scuro, prepotente, minaccioso, la memoria mostra i muscoli e riporta alla luce le copertine dei dischi, le interviste, la fragilità latente, lo sguardo triste e le pupille sempre a caccia di emozioni forti, la maglietta a righe, i jeans strappati, la foto con la pistola, il maglione a righe rosse e nere, Frances Bean, i capelli rossi, i capelli corti e i capelli lunghi, William Burroughs, gli MTV Awards, il concerto di Reading, la maglietta di Captain America, l’apparizione a Tunnel, sulla nostra Raitre, un albergo romano e una maledetta citazione di Neil Young: “It’s better to burn out than to fade away”.

DGC Records

Tracklist:

01. About a Girl (dall’album Bleach)
02. Come as You Are (dall’album Nevermind)
03. Jesus Doesn’t Want Me for a Sunbeam (cover dei The Vaselines)
04. The Man Who Sold the World (cover di David Bowie)
05. Pennyroyal Tea (dall’album In Utero)
06. Dumb (dall’album In Utero)
07. Polly (dall’album Nevermind)
08. On a Plain (dall’album Nevermind)
09. Something in the Way (dall’album Nevermind)
10. Plateau (cover dei Meat Puppets, con Kirk e Curt Kirkwood alla chitarra/voce)
11. Oh, Me (cover dei Meat Puppets)
12. Lake of Fire (cover dei Meat Puppets)
13. All Apologies (dall’album In Utero)
14. Where Did You Sleep Last Night (tradizionale folk, arrangiamento ispirato a Lead Belly)

 

 

 

 

 

 

 

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