OIDIO: Suoni sporchi, rabbia dissonante e la democrazia che manca.

Articolo a cura di Cinzia Nalci

Nati a Roma nel 2023, gli OIDIO sono un cortocircuito tra alternative rock, desert rock e psichedelia: l’intensità di Jane’s Addiction e Sonic Youth, la polvere di Kyuss, il nervo de Il Teatro degli Orrori.
“Non regredire”, il loro primo album (Aprile 2025, Maximo Dischi), è stato scritto e registrato interamente da Skank e completato dalle voci di TZeno. Al centro, testi introspettivi nati con TZeno: il disagio di esistere e comunicare in un’epoca che ha perso le parole.
La formazione odierna vede Skank (chitarra e voce), TZeno (voce), Luca Nibaldi (chitarra), Marco Mattei (basso) e An Drew (batteria).

Il 18 Settembre 2026 sono tornati con il nuovo singolo Trattamento Ludovico, un titolo che cita il celebre trattamento di Arancia Meccanica di Kubrick.
Per chi non avesse in mente la scena: Alex, il protagonista, viene legato a una sedia, gli occhi tenuti aperti a forza con dei divaricatori, costretto a guardare per ore immagini di violenza mentre una musica assordante gli entra in testa. L’obiettivo non è curarlo, è annullarlo. Togliergli la scelta, renderlo incapace di reagire. Docile. Innocuo. È una violenza che si traveste da terapia. E gli OIDIO partono esattamente da qui per raccontare la docilità a cui ci stiamo abituando oggi, tra sovraesposizione e anestesia emotiva.

Li abbiamo incontrati per parlare del nuovo singolo, di futuro e di malessere moderno.

Trattamento Ludovico è un titolo fortissimo. Cosa rappresenta per voi oggi?

TZeno: Uno spartiacque. Il tracciato tra chi ha compreso l’andazzo e chi ci sguazza dentro senza subire alcun contraccolpo emotivo.
L’accettazione dell’odierna dinamica che attraverso il virtuale tenta di renderci insensibili ad inaccettabili accadimenti, quantomai distanti da determinate parole ma che continuano ad essere associate ad esse.
Una a caso: democrazia. Non c’è nulla di democratico in un genocidio, in leggi contro il diritto di manifestare il proprio dissenso (antisionismo compreso).
È in atto una sorta di ipnosi da cui non è facile sganciarsi e ricorda appunto Alex in Arancia Meccanica… si scrollano reel che alternano violenza e demenziali disavventure, massacri e stand up comedy, il tutto in funzione di un algoritmo che si svilupperà in base ai secondi che dedicherai ad ogni singolo frammento, in modo da integrare e rimpolpare il tuo pensiero evitando il confronto e la messa in discussione di esso.

Poco male per un antifascista, in quanto essendo tale sa di non aver nulla da imparare dal passo dell’oca ed i suoi misfatti.
Discorso diametralmente opposto per chi non ha studiato (o lo ha fatto male) e nutre simpatie per un virus per cui (da italiano) dovrebbe aver sviluppato gli anticorpi.

⁠Il video di Trattamento Ludovico coinvolge mezzo underground italiano, da Alexandro Sabetti (Il Ciclo di Bethe) a Ilenia Volpe, da Flavio Ferri (Delta V) a Narablu (Risen Crow e Rockdogs), da Iavan Sciampi (UNDERBALL) a Stefano Scioni (LO_SCIO), fino a Val Monteleone (Il Nido e Get Even) e vari amici della band. Com’è nata l’idea di questa famiglia allargata?

Skank: questa idea mi è venuta pensando al video dei Limp Bizkit, Break Stuff. Subito pensai: “A quanta gente possiamo rompere il cazzo?”.
Abbiamo avuto una bella risposta dalla “comunità alternativa”. Siamo riusciti a coinvolgere molto amici, che ancora ringrazio per la pazienza, è stato anche un modo per promuovere i loro progetti in un altro contesto. Dovrebbe essere sempre così.
Ovviamente le qualità dei video che ci è arrivata era la più disparata ma qui l’abilità e la pazienza di TZeno nel montaggio ha fatto sì che sia uscito un ottimo prodotto.

⁠Nei vostri brani parlate spesso di malessere e incomunicabilità. A distanza di un anno, e con l’album ormai fuori, vi sentite meglio o peggio rispetto a quando avete scritto “non regredite”?

TZeno: Direi peggio. Perché nulla è cambiato in meglio. Anzi, la società continua a scavare nel baratro senza rendersi conto di quanto sia deleterio.
Tuttavia, non abbiamo mai avuto la presunzione che un album creato da una band indipendente e underground potesse stravolgere le dinamiche nazionali o internazionali.
Ma attenzione, mai sottovalutare il potere della Musica. Heroes di David Bowie riuscì a stravolgere non poco gli equilibri tra Germania dell’est e dell’ovest a fine anni ’80.
Ma lui era Davide Bowie e quelli erano decisamente altri tempi.

Vi definite crudi, dissonanti, avvolgenti. È una scelta estetica o è proprio il vostro modo di stare al mondo?

TZeno: Siamo noi. È il collante che ci unisce. Il bisogno di estirpare dal nostro io interiore la rabbia che ci amalgama dandola in pasto a chi ascolta.
Sotto forma di contenuti e suoni. Sicuramente le contaminazioni sonore nascono da Skank, creatore dell’embrione primo di ogni brano. I suoi ascolti di vita miscelano e generano il seme che (soprattutto nei live di OIDIO) passerà anche attraverso noi esecutori, “sporcandosi” ed edulcorandosi con le singole caratteristiche.
Ne esce certamente un impatto crudo, dissonante e avvolgente. Tutte sfumature che ci rappresentano sia tecnicamente che umanamente.

⁠Se doveste spiegare a chi non vi ha mai ascoltato che cos’è il vostro progetto, cosa gli direste?

Skank: Prendendo spunto e storpiando il titolo di un film a noi molto caro, direi che la nostra è “musica per vecchi”. Non abbiamo un timbro moderno, molte recensioni di “Non Regredire” parlano di sonorità retrò, e quello siamo.
TZeno ha insistito molto perché mixassi io Trattamento Ludovico, proprio perché voleva che uscisse quella ruvidezza, quella sporcizia che la maggior parte della musica alternativa del 2026 ha perso.

Nella vostra bio dite “non si fermeranno mai”. Dopo Ludovico cosa bolle in pentola?

Skank: con i nostri tempi stiamo lavorando al secondo disco, Trattamento Ludovico è un assaggio di quello che succederà nel 2027.
Poi sai, come TZeno sentenziò: noi siamo indipendenti, facciamo come cazzo ci pare.

⁠Qual è la cosa che nessuno vi chiede mai e che vi andrebbe di dire?

Skank: Due anni fa ho iniziato questo progetto, poi con TZeno, con l’intento di non mettergli mai la parola “fine”.