Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.
Nel cuore della Milano contemporanea, tra tecnologia, velocità e continua trasformazione, il progetto MM sceglie una direzione minimale ed essenziale. Nasce così El me nom (pubblicato il 16 ottobre con distribuzione Artist First), un brano d’esordio che si misura con lo spazio urbano per ritrovare una dimensione più autentica e personale.
Pezzo breve, essenziale e ipnotico, El me nom il dialetto milanese per creare un forte contrasto con una produzione elettronica downtempo raffinata ed essenziale, che richiama le raffinate atmosfere sonore di Jon Hopkins. Attraverso il paradosso di un’assenza che diventa nuova definizione di sé, il brano anticipa l’album “NISSUN” (in arrivo nei primi mesi del 2027) e pone una domanda tanto semplice quanto radicale: cosa rimane di noi quando la società sembra aver bisogno soltanto di ciò che produciamo?
Nel Batti 5 di oggi, abbiamo il piacere di parlarne direttamente con gli MM per farci raccontare la genesi di questo progetto, la scelta del dialetto e il loro personale sguardo sulla Milano contemporanea.

Ciao, piacere di incontrarvi! Partirei dal vostro nome, che naturalmente richiama la Metropolitana Milanese ma che, per assonanza e simmetria, fa pensare anche a NN (Nomen Nescio), la sigla che identifica il “figlio di nessuno”, lo sconosciuto. C’è un legame tra la vostra sigla MM, questo concetto di annullamento dell’identità e il titolo del vostro album in arrivo “NISSUN”?
Ciao, piacere nostro! Abbiamo deciso di chiamarci così perché MM sono le iniziali dei nostri nomi (Marco e Mattia), che richiamano ovviamente la sigla della metropolitana milanese e poi, esattamente come dici tu, perché evocano come assonanza NN Nomen Nescio, così che il progetto potesse fin dal nome prendere distanza da un qualche cosa di già esistente, proprio come dei figli di nessuno.
C’è assolutamente un legame anche con il titolo del nostro album che uscirà nei prossimi mesi, e che appunto si chiamerà Nissun.
Un album in milanese calato nella contemporaneità, quindi al di là di progetti revivalisti, di musica tradizionale o da cabaret, è un qualcosa che non esisteva, che non c’era; il milanese è purtroppo una lingua pressoché morta, cancellata dalla modernità e dal progresso, non è più parlata, se non dagli anziani.
Da questo presupposto abbiamo scritto il concept dell’album, la storia di Nissun, un flusso di coscienza in dialetto milanese, l’unica lingua che parla il protagonista, il che lo pone ai margini dalla società più di quanto già non faccia il suo carattere, la sua inclinazione e l’alienazione della vita metropolitana.
È però tutto un gioco di specchi perché nissun ovviamente significa nessuno ed in effetti non esiste proprio nessuno che sia assimilabile al nostro personaggio e che parli solo il milanese nella Milano di oggi. Quindi un concetto di annullamento dell’identità che però serve narrativamente ad affermare in realtà un’identità ben precisa.
Il testo di El me nom è estremamente minimale, suona come un haiku metropolitano. In un’epoca (e in una città) in cui siamo sommersi da un flusso continuo, la sintesi estrema è stata una scelta spontanea fin da subito o siete arrivati a questo “scheletro” attraverso un processo di sottrazione?
È esattamente così, il testo di El me nom è la scarnificazione di un lungo componimento, ridotto all’osso fino all’essenza del concetto – proprio come in un haiku – e adattato all’impianto sonoro con la voce di Lucy Fontaine che conferisce al tutto un sapore molto french touch.
Delle varie canzoni che compongono l’album è il brano con il testo più corto e conciso, un processo di sottrazione estremo, per dare al pezzo un taglio mantrico e che paradossalmente mima quel flusso continuo e ossessivo a cui facevi riferimento.
È una storia sulla condizione straniante ed alienante del vivere nella Milano iper-produttiva e tecnologica e sentirsi così spersonalizzati tanto da pensare di essere Nessuno, e ci sembrava il modo migliore per raccontarla.

Nel vostro brano si ritrova l’espressione “Me par de ves nissun”, un chiaro rimando a “Ma mi”, lo storico pezzo di Giorgio Strehler del 1959. Qual è il trait d’union che lega l’universo delle canzoni della malavita e d’osteria alla vostra contemporaneità?
È sempre molto bello e appagante quando trovi qualcuno di così attento ed appassionato che coglie rimandi, citazioni e sfumature. Si, il verso “me par de ves nissun” è preso da “Ma mi” che crediamo rappresenti una delle vette della canzone milanese e ci piaceva creare un legame col passato della canzone meneghina.
Ci sono sempre piaciuti autori come Nanni Svampa che guardano al folklore, alla tradizione, alla musica popolare, così come ovviamente abbiamo sempre amato Gaber, Jannacci, la Vanoni, Strehler e tutti i protagonisti della canzone milanese degli anni Sessanta e Settanta, ma la nostra idea era di fare un qualcosa che non avesse un sapore passatista, tradizionale, ma appunto mirasse a portare fuori da certi contesti la musica dialettale milanese, pur ovviamente cercando dei link con una storia così importante, bella ed appassionante.
Milano per quanto sappia regalare aspetti meravigliosi è anche la città della frenesia, dell’iper-produttività. Il downtempo che avete utilizzato per le vostre sonorità vive di sfumature, vuoti e minimalismo. La scelta è una forma di “resistenza sonora”, una risposta al correre quasi incessante della città?
Sì, in parte forse inconsciamente è così, un contrappasso alla frenesia della metropoli. Ma come ti dicevo la nostra idea era di fare un qualcosa che non avesse una cifra nostalgica, ma cercasse di collocare nel presente la musica dialettale milanese.
Portarla nell’attualità senza appoggiarsi ad impianti narrativi classici, ironici o folkloristici presupponeva anche un’idea di suono che si sposasse all’evoluzione della città.
Una città ipertecnologica, industriale, non poteva avere un suono acustico di chitarra e mandolino per dire. Abbiamo pensato che il downtempo, il trip-hop, la drum n’bass si sposassero a meraviglia con il suono del milanese (che ha tantissime somiglianze fonetiche col francese e tanti francesismi), che riuscissero a rappresentare al meglio l’alienazione metropolitana e che fossero allo stesso tempo una sorta di modernizzazione del classico sound degli anni d’oro della canzone meneghina a cui pagare un tributo ma indiretto, un po’ sottile.

Da milanese sono davvero felice che il nostro dialetto – una lingua caduta in disuso ed in via di estinzione – venga riscoperto in musica, e trovo affascinante come si sposi con le vostre atmosfere così rarefatte. Immagino però che non sia affatto semplice cantare in milanese se non è la lingua che si parla tutti i giorni: vi siete avvalsi di un supporto per la dizione e la composizione del testo?
Io personalmente sono cresciuto con mia nonna che mi ha sempre e solo parlato in milanese, e mio papà, che in casa ha sempre alternato il dialetto all’italiano; quindi, per me è una lingua famigliare sebbene ovviamente non la parli tutti i giorni.
Sono convinto che tantissime persone siano fortemente interessate al suo recupero e alla sua preservazione in opere moderne e non solo di quelle tradizionali. Proprio mio papà ci ha dato una mano su certe cose, ma in realtà il nostro è un progetto di ricerca più ad ampio raggio e ci siamo avvalsi di diverse fonti.
Narrativamente parlando, in funzione del brano, delle sue caratteristiche melodiche e strutturali, abbiamo cercato nelle scelte di usare un milanese più arcaico, classico, altre volte più italianizzato, altre volte ancora più colloquiale, sempre con l’intento di essere anche linguisticamente interessanti e calati nella realtà, perché il dialetto è una lingua che si è evoluta e modulata al mutare dei tempi e della società, delle migrazioni e dei cambiamenti storici. Speriamo di aver fatto un buon lavoro.
Foto Lucia Fontana


