Articolo a cura di Cinzia Nalci
Gli iBerlino sono un collettivo indipendente nato a Bologna e guidato da Mirko Di Francescantonio e Fabio Pulcini, con un sound che fonde cantautorato, trip hop, folk ed elettronica.
“Canzoni di fine estate” (LaBiondaRecords) il loro quinto album, raccoglie dodici brani scritti in sei anni tra cronaca, folklore e vicende personali, dal terremoto dell’Aquila alla partigiana Flora Monti, passando per Riace e un lutto familiare. Un disco sulla fine di uno spirito e di una stagione più adolescente, ma anche sul bisogno di raccontare storie vere, proprie o altrui
Vorrei iniziare questa recensione parlando della traccia 10 Io del bosco non ho paura (storia di Flora), brano che sembra il fulcro del disco, per me è il cuore morale dell’intero album, il punto da cui tutto il resto prende senso, qui c’è il coraggio silenzioso che tiene insieme tutte le altre canzoni. È la storia di una donna semplice che ha avuto il coraggio di dire no, e quel no ha salvato vite, per questo sento che è la chiave di lettura per capire davvero “Canzoni di fine estate.”
Grazie alla voce diretta, lucida e semplice di Flora — che arriva al cuore e ti fa fermare, qualsiasi cosa tu stia facendo in quel momento — ti fa riflettere su come il coraggio di pochi in passato sia stato la salvezza di molti oggi.
E in questo testo, grazie all’incisività e all’armonia della vocalist Elettra, fonde parole semplici e forti a tonalità eleganti e armoniose. Un brano delicato e forte al contempo, che a parer mio diventa la chiave di comprensione dell’intero lavoro, da dove si ramifica l’ascolto consapevole, come in uno strano schema che inizia dalla fine. Un cuore semplice Flora, oggi una dolce anziana che ha vissuto un passato da inconsapevole eroina.
E allora da quella fine si torna all’inizio, perché tutto è legato. Si parte da Quel che resta, che è quasi recitata, una voce che cammina sopra un tappeto ritmico che cresce piano piano, ti culla e ti costringe a riflettere, finché non arriva quel riff che libera tutta l’energia accumulata, e da lì scivola diretta dentro Alla fine di ogni notte, ha un bellissimo attacco new wave, batteria dritta e secca, chitarre pulite e luminose, basso caldo che spinge, e sopra un leggero sottofondo di sax che non invade mai, ma colora tutto di una malinconia elegante.
È un ritmo fresco, notturno, che sostiene una ninna nanna d’amore di luna lustrata e stelle messe a posto una a una che sogna Venezia dove le nuvole sono nell’acqua.
Da quella notte sospesa si passa senza accorgersene al cammino di Fantasmi transumare, dove l’elettronica si fa più rarefatta e i fantasmi scendono dai colli abruzzesi verso il mare dietro lo zampognaro.
La festa interrompe quel cammino con Le ombre che danzavano (una festa a Treglio), che ci catapulta in mezzo al paese, tra balli ed euforia. Il ritmo si fa più incalzante e poi si spegne, lasciando solo ombre incastrate nelle pozzanghere.
E da quella pozzanghera nasce il vuoto di Via della Ricostruzione (storia di Onna), tutta giocata su suoni synth freddi e dilatati: l’ombra del terremoto che lascia solo vuoto e morte, città senza anima, chiese chiuse, case senza vita… L’anima è solo un ricordo tra le macerie alle 3 e 32, finché quel silenzio non si apre al mare di Madre di tutti i figli (per Riace): una bellissima dedica con il mare in sottofondo che culla davvero le parole del testo, un’onda lenta che tiene tutto.
Da quel mare si passa al fuoco di Lòm a Mêrz. Ed è qui che feste e tradizioni, folklore contadino e la voglia di condividere la bellezza di un vespro dal sapore popolare — accenni a danze popolari che incorniciano ritmi allegri e semplici, l’arrivo della primavera per la vita contadina, radici di terre orgogliose e semplici, auspicio di fertilità per la terra — è un rito che ancora oggi in Romagna fanno in molti paesi.
E quel fuoco si spegne nella polvere di La polvere di paradiso (storia di Antonio e Roberto), dove fa male capire che si parla di polvere di amianto: vita operaia tra amianto e aria compressa che non spazza via la morte, cruda e tristissima, vera, con il timbro che apre le porte e “quelli delle verniciature che si ammalano”, fino a Roberto che va in ferie e a settembre non c’è più.
Quella rabbia esplode nella chitarra all’attacco de Le terre di A. (storia di un venditore di strada): un suono che rievoca vecchi polizieschi anni ’70, testo quasi urlato con rabbia, secco e recriminante.

Poi si acquieta in Cammina, sposa rossa, che attraversa i prati verdi seminando terra, e si chiude come un funerale nel mare con La barca di San Vito (storia di fine estate): una barca portata a spalla verso l’acqua, un’ancora e un rosario lasciati a terra e un padre che diventa racconto affidato alle sirene.
Bel disco che si ascolta piacevolmente.
Tracklist:
01. Quel che resta
02. Alla fine di ogni notte
03. Fantasmi transumare
04. Le ombre che danzavano (una festa a Treglio)
05. Via della Ricostruzione (storia di Onna)
06. Madre di tutti i figli (per Riace)
07. Lòm a Mêrz
08. La polvere di paradiso (storia di Antonio e Roberto)
09. Le terre di A. (storia di un venditore di strada)
10. Io del bosco non ho paura (storia di Flora)
11. Cammina, sposa rossa
12. La barca di San Vito (storia di fine estate)
Foto Giovanna Dall’Acqua


