Articolo a cura di Tiziano Farinacci
È fuori dal 1° Settembre 26 “La Fossa delle Marianne” (Prod. Shove Records e Stonehenge), primo album dell’omonima band di base a Bologna, nata dall’ingegno e dalla necessità espositiva ed artistica di JD Raudo (già Laghetto, Marnero, La Mala Sementa) che “arruola” Mario Di Battista (Ulan Bator), Nicola Manzan e Alessandro Vagnoni (Bologna Violenta), il violoncello di Matteo Bennici e la tromba di Paolo Raineri, per vestire dei contenuti che avevano palesemente un’urgenza di fuga da una gabbia interiore.
Perché l’Arte è questa, la necessità, lo strappare parti della propria interiorità e gettarle alla mercé di chi le andrà ad incrociare, appropriandosene sotto forma di ascolto ed emotiva immersione.
I contenuti sono la costante, nonostante la produzione non mi abbia stravolto (in tempi in cui anche l’autoprod potrebbe toccare livelli sonori di eccellenza), le dinamiche si dimenano dal post-rock al post-hardcore al fine di sostenere la rabbia spoken-words e non, poggiandosi su scelte visceralmente impulsive e sincere, voltando le spalle al luccichìo di una eventuale resa sonora virtuosissima tuttavia inutile se incoerente con l’autenticità del messaggio.
Laddove il caos regna e le voci si inseguono la tensione tiene botta e quando si scende nel dettaglio si evincono incertezze monotonali che potrebbero disturbare chi abituato ad ascoltare “altro”, ma se stai ascoltando “La Fossa delle Marianne” non sei lì per caso e ti fai trasportare da quell’onda con ancor più fervore.
I contenuti raccontano tanto. Raccontano di una consapevolezza rara e di una capacità narrativa che definirei necessaria.
E anche la scelta percussiva e sonica con cui far viaggiare le parole è quantomai azzeccata.
La Fossa delle Marianne propone dieci brani, di cui almeno nove sono figli della stessa madre, con l’intenzione di prendere a schiaffi l’ascoltatore, sbattendogli in faccia la società dal punto di vista di chi non si è fermato nel tempo agli slogan traina folle, ma ha vissuto la realtà reale, non quella di chi frequenta il Parlamento italiano. La realtà di una società al collasso, violentata dal Capitalismo, sfruttata e relegata (appunto) a carne da macello al servizio della produzione economica.

L’unico brano “adottato” del disco è “una canzone” (più sui generis) in feat. con il folk del riminese Girless: La Fine Del Mondo (Gigi Mangione Libero), dedicata alla controversa figura dell’italo-americano Luigi Mangione, nel 2024 “omicida” o “giustiziere” (l’opinione pubblica americana ed internazionale è divisa) del capo di United Healthcare, Brian Thompson. In questo caso il brano divaga su una deriva indie-folk, dunque più melodica e canonica, una sorta di special chiaramente voluto.
Riavvolgendo il nastro. “La Fossa delle Marianne” hanno davvero tanto da dire, sulla base di crescita che JD Raudo ed i musicisti inclusi hanno trasmesso anche attraverso i precedenti e paralleli progetti portati avanti nel tempo e palesano una crescita che non potrà che rischiare fortemente di porre un gigantesco punto esclamativo al progetto in toto.
Intanto, l’omonimo primo album è un gran bel esordio!
P.s. cover voto 9
Tracklist:
01. Un Piede nella Fossa
02. Fissa Comune
03. La Fine del Mondo (Gigi Mangione Libero) (feat. Girless)
04. We are the Scempio
05. Usa la Fossa
06. Lo Scorpione e il Calamaio
07. Interludio #00
08. Obtorto Collo
09. Il Tombarolo
10. Reparto 77


