Articolo a cura di Cristian Arnò
Un normale sabato sera, è il 1999, ho 24 anni. Dalla «Brianza Velenosa» io e i miei tre fidati amici lasciamo il paese per la metropoli, andiamo al Rolling Stone di Milano… Ecco, per chi non ha avuto la fortuna di esserci: gli anni ’90, fino a cavallo del nuovo millennio, a Milano ci si divertiva tanto, soprattutto se eri un amante del rock in tutte le sue venature.
Entriamo, come sempre lasciamo le giacche in auto, non abbiamo i soldi per il guardaroba. Abbiamo bevuto fuori dal locale, non abbiamo abbastanza soldi per un’ulteriore consumazione, fortunatamente con le 25 mila lire del biglietto d’ingresso… una è compresa. Dj Toki in regia non sbaglia mai un colpo, e tra un pezzo dei Punkreas e Come Out and Play degli Offspring irrompe uno dei pezzi italiani che più in quegli anni ci ha fatto saltare e ballare, Acida, il primo incontro con le creature di Accusani.
Acida sarà poi il brano che, insieme alla cover di Boys Don’t Cry dei Cure e a pezzi come Il mondo di Piera e Betty tossica, ci regalerà uno spaccato di punk italiano diverso dagli altri, soprattutto grazie alla penna di Gian Maria Accusani.
Passano gli anni, i Prozac+ si fermano e nascono i Sick Tamburo. Non c’è più Eva Poles, ma il duo Accusani-Imelio è decisamente meglio, e gli anni trasformano quel punk in qualcosa di più maturo. Siamo nel nuovo millennio, e Il mio cane con tre zampe e Parlami per sempre, dal primo disco omonimo, sono il segno di un sound devastante, la voce di Elisabetta ti arriva dentro (e ci manca tanto).

Ma arriviamo al motivo del mio scrivere. 15 anni fa usciva “A.I.U.T.O.” La Tempesta, secondo album della coppia Accusani-Imelio. Lo stesso Accusani ha raccontato che l’acronimo nasce apposta per lasciare a ognuno la libertà di trovarci un proprio significato, ma il titolo vero, in fondo, è semplicemente “Aiuto”: il disco racconta il corto circuito che l’uomo si crea dentro cercando o accettando il male, a volte costruendoselo da solo, per poi, alla fine, chiedere aiuto.
Il singolo di lancio E so che sai che un giorno è accompagnato da un video intenso (quanto erano belli i videoclip musicali, MTV dove sei?) che sottolinea il filo conduttore del disco: l’uomo con le sue debolezze e la capacità di continuare a commettere sempre gli stessi errori, la sua sanità mentale, le sue fragilità, uno spaccato del mondo diviso in storie. Il primo singolo ha un sound diverso, parte in acustico con un sacco di suoni, e i clap alla Close to Me dei Cure, un brano new wave — e mentre lo scrivo sto incasellando i Sick, che in realtà sono tanto e molto altro.

Il disco apre con In fondo al mare, chitarre intrecciate, basso pulsante, la voce di Elisabetta e il messaggio, la volontà di farcela da soli e di camminare con i propri passi. È un’apertura più morbida di quanto ci si aspetterebbe, per un attimo lontana dalla matrice ipnotica che conosciamo, prima che il pezzo prenda quota con tutta la forza della band. Il testo è una supplica che si ribalta: all’inizio si chiede al capitano di restare, di baciare, di rassicurare e di cantare ancora, poi arriva la decisione di scendere senza più la sua mano e di tuffarsi nel proprio mare, basta scappare. Non a caso, la copertina dell’album era un flip-book in cui la scritta del titolo spariva letteralmente in mezzo al mare, un’immagine che dialoga quasi involontariamente con questo brano d’apertura.
Con La mia stanza tornano le distorsioni accompagnate da una parte arpeggiata sui bassi davvero interessante, a cui si aggiunge un vibrafono che porta un colore inatteso dentro il tessuto elettrico del pezzo. Quando la propria stanza è un intero mondo: il testo ne fa un inventario minuzioso, cuscini, bambole, medicine per dormire, fumetti, riviste di moda, ricordi e piccole manie nascoste nei cassetti, un rifugio che dà sicurezza ma dove, alla fine, si resta sempre da sole.

Ne abbiamo già parlato, di E so che sai che un giorno, terzo brano del disco, cantato da Accusani come una carezza a qualcuno che si è perso lontano, tra pianto e riso, con quei fiori regalati ormai appassiti e la speranza che prima o poi qualcosa cambierà. Sotto la melodia sognante lavorano il clapping, un rullo di batteria quasi marziale e qualche intervento elettronico che si fa sentire soprattutto nel ritornello.
Da quella melodia sognante si passa di colpo a Finché tu sei qua, dove ritmo, batteria e riff di chitarra portano a ballare: è rabbia danzante, il Sick Tamburo più classico, tanto che il pezzo sarebbe potuto stare senza problemi nel primo disco. Il testo procede per parole ripetute a coppie, bocca, mano, occhi, pancia, e racconta paura, segni di botte, sogni ricorrenti e un odio che cresce per qualcuno da cui non ci si libera; all’epoca il brano fu letto anche come un racconto della violenza, un terrore primordiale del contatto non voluto, un livello che nel ritmo resta implicito ma si sente.
La canzone del rumore ricorda Beautiful People di Manson, ma solo nell’intenzione ritmica, con un’atmosfera morbosa e in sottofondo una chitarra molto dark (dai Gian Maria, ti piacciono i Cure, ammettilo). Le parole sono quasi una dichiarazione di poetica: una canzone che rompe gli schemi mentali, che fa paura a chi non sa ascoltare, pensata per chi vuole provare a fare cose anche se male, e che si trasforma presto in canzone del terrore e delle grida per la fine di un amore.
Dal rumore e dal terrore si arriva alla profetica Si muore di Aids nel 2023, il tormentone del disco, un punk figlio di programmazioni elettroniche con un cantato quasi teatrale che trascina in un vortice. Il testo è un lungo elenco in cui si muore di tutto, di malattia e di paura, da poveri e da ricchi, da deboli e da forti, in guerra o per il solo fatto di essere nati, in Italia come in Paraguay, con un ritornello che si limita a chiedere perché; quindici anni dopo, l’AIDS come piaga ancora presente ovunque nel mondo resta purtroppo attuale.
Il ritornello di Con le tue mani sporche arriva come una tregua ai ritmi selvaggi, un ritorno al lato più introspettivo della band che sorprende per intensità e pienezza sonora: ci porta in una città piena di sangue, rabbia e tensione, dove l’amore non c’è più, il buio sta per avvolgerci e il male sembra destinato a vincere sul bene, tra la paura di essere uccisi e un amaro che resta.
Dall’amaro di quella città si arriva alla denuncia di Magra, con un drumming marziale e la voce di Elisabetta che si fa quasi robotica e metallica, brano che all’epoca fu letto anche come una discesa nel tema dell’anoressia: una parola ripetuta come un mantra, in cui ogni strofa aggiunge una ragione diversa per diventarlo, piacere, essere alla moda, ricevere un invito, e di nuovo il bisogno di accontentare gli altri per essere riconosciuti, il male che l’uomo non cambierà: piacere agli altri è davvero così importante?
La danza porta sempre più ad ascoltare la quantità di suoni presenti in ogni brano, la produzione è notevole e niente è lasciato al caso; il testo è un girotondo macabro in cui ballano tutti, marinai e padroni, avvocati e imputati, peccatori e preti, fino al tristo mietitore e alla danza della morte.
Dopo la danza della morte c’è La mia mano sola, accompagnata da un video che porta i disegni di Davide Toffolo – Tre Allegri Ragazzi Morti, meraviglioso artista -, una canzone per me molto importante, uno degli episodi in cui slancio amoroso e coinvolgimento emotivo si sentono di più, con la voce di Accusani in primo piano. Il testo è una dichiarazione d’amore sussurrata a chi può capire anche senza parole, in cui il protagonista si toglie qualcosa un passo alla volta, con una dolcezza che inquieta, e poi se ne va. Il togliere a sé fino a sparire può essere interpretato come un donarsi, o semplicemente il desiderio di dolore, il non poterne fare a meno: la sanità, davvero, cos’è?
Di sanità e di realtà parla anche Televisione pericolosa, che è il 1984 di Orwell presente nel disco, il controllo dei media e la realtà che poi realtà non è mai: la tv come sposa e come padrona, il telecomando del ministero, il vero che oggi è falso, la carne che si mangia e poi no, per chi votare, cosa leggere, come baciare, comandamenti televisivi che diventano tormenti.

E si conclude con la title track, Aiuto tamburo, il loro loop finale, con un’atmosfera paranoica e una voce in loop che richiamano l’ultimo pezzo del disco d’esordio, e che chiude in maniera nevrotica e ossessiva questo disco: quasi una litania, aiuto ripetuto a mangiare, a baciare, a morire, a lottare, a parlare, fino a quel mondo banale che torna come un’eco, finché la ripetizione svuota le parole del loro significato. Dodici brani che, passati 15 anni, restano belli, e non è cosa da dare per scontato.
Il Rolling Stone ha chiuso, non si può più ballare lì. Ma Gian Maria Accusani sa sempre e comunque portarci in mondi nuovi da respirare.
Tracklist:
- 01. In fondo al mare
- 02. La mia stanza
- 03. E so che sai che un giorno
- 04. Finché tu sei qua
- 05. La canzone del rumore
- 06. Si muore di Aids nel 2023
- 07. Con le tue mani sporche
- 08. Magra
- 09. La danza
- 10. La mia mano sola
- 11. Televisione pericolosa
- 12. Aiuto tamburo
Immagini utilizzate a fini editoriali e di commento critico


