A un anno da “Tapò”, il suo esordio solista, Gabriele Berioli torna con “SPRINGLEAVES”, secondo album in studio pubblicato sempre da Materiali Sonori. Musicista, produttore e tecnico del suono, Berioli ha costruito negli anni un percorso fatto di sperimentazione, ricerca e manipolazione della materia sonora. È stato al fianco del mai dimenticato Paolo Benvegnù, in studio e dal vivo, come chitarrista, co-autore e co-produttore, ed è proprio questa varietà di esperienze musicali maturate nel tempo a rivelare la sua inequivocabile duttilità.
Sulle pagine di The Beat avevamo esplorato insieme a Berioli la nascita di Tapò (qui l’intervista), un disco che fluttua fra la fisicità degli strumenti acustici, l’astrazione dell’elettronica e l’alchimia della manipolazione. Oggi il musicista prosegue questo suo percorso con un’attitudine ancora più sperimentale e interiore. “SPRINGLEAVES” nasce, infatti, da un connubio insolito, quello fra un vecchio carillon giapponese e un pianoforte elettrico Fender Rhodes, e da lì si apre a un continuum sonoro fluido, un magma che muta, ritorna su sé stesso con strutture circolari, si espande, si sovrappone a strati.
È un lavoro interamente strumentale che si dipana per quarantasette minuti: sei episodi pensati come un’unica suite, nati da un’improvvisazione catturata sul momento e poi rielaborata fino ad assumere una forma nuova. Questa volta, quello di Berioli, è un viaggio intimo e in solitaria. “Tapò” mescolava l’elettronica figlia del drone e della tape music a strumenti acustici – sax, violino, hammer dulcimer – includendo ospiti.

In “SPRINGLEAVES” ci sono sia un nuovo punto di vista che di azione: la materia si fa più astratta, più indefinita; Berioli procede in solitaria come il pilota di un’astronave che esplora gli abissi del cosmo. A questa visione mi sento di affiancare quella dell’artigiano: la manipolazione sonora quasi come di un mestiere artigianale, un lavoro di bottega sui frammenti, sulla trasformazione della materia; la metamorfosi del suono. L’autore stesso definisce questo nuovo lavoro come “un disco a base di rumori perpetui”. In questo brulicare incessante di suoni, l’ascolto ci porta in una dimensione surreale, notturna e a tratti spettrale: le note e gli accordi si allungano, cambiano continuamente consistenza e trascinano altrove, verso una musica che smarrisce i propri contorni e si fa sempre più rarefatta, cupa e ipnotica
E ora entriamo nella dimensione di questo inconsueto viaggio, scegliete voi se a bordo di un sottomarino, una navicella spaziale o …in caduta libera, la condizione ideale per lasciarsi trasportare dal disco nella sua interezza.
L’incipit si palesa con Vestibolo, che è proprio il nostro spazio d’ingresso verso un altrove sonoro. Stiamo entrando nel regno dell’impalpabile. Largo ai sintetizzatori, che sorgono discreti e lievi, inglobando cumuli di piccole masse sonore in continua espansione. Si avverte il gesto meccanico che dà vita al carillon, come una spinta prima del volo, e poi il carillon stesso che prende voce e suona. Un trillo metallico e intermittente irrompe nella scena, quasi fosse un ultimo avvertimento prima della partenza. L’introduzione al viaggio è lieve, ma colma di suoni di contorno che si fanno varchi verso altre dimensioni. L’atmosfera è fiabesca ma oscura.

A seguire, con Thème Vallonné il tessuto sonoro si apre e si ritrae più volte, come onde che si infrangono e arretrano sulla riva. È un ambiente melodico che accoglie piccoli rumori apparentemente provenienti dal mondo naturale: fruscii e ronzii si insinuano tra le note del carillon. Mentre il paesaggio continua a mutare, fanno capolino anche suoni dal sapore antico che ricordano il respiro di una locomotiva a vapore.
L’atmosfera si fa, poi, più scarna, solcata da loop algidi e vellutate sfumature sintetiche che sembrano tendere verso l’infinito. È in scena Replica con il suo ossessivo richiamo.
In Figurative Brass, Abstract Player, il carillon, ormai nostro fedele pattern spettrale ma amico e custode, introduce bagliori di fiati che appaiono come miraggi di luce nella foschia sonora.
Questi riverberi ci conducono a Interludio, Echo, un intermezzo d’attesa, avvolto da una massa sonora uniforme che si dilata in una risonanza continua, fino ad annientare lo scorrere dei minuti. Siamo nel non luogo senza tempo.

Il viaggio si avvia infine verso la sua ultima, lunghissima deriva: Fons Resonantia. Tornano vari elementi sonori incontrati lungo il percorso, il sodale carillon, i fiati eterei, come a portare il loro saluto. Sorgono pulsazioni perpetue, commistioni di suoni non catalogabili che si trasformano evocando sogni, mondi paralleli, materializzazioni di realtà inesistenti. È uno stato che sembra non finire mai, ma che lentamente lascia spazio a un minimalismo acustico che si dissolve con delicatezza fino a spegnersi.
“SPRINGLEAVES” è un esperimento inusuale sul suono, anzi sui suoni. È un’azione audace, perché si tratta di un lavoro di non facile fruizione, dipende dalla disposizione d’animo con la quale ci si accosta a questa realtà. Per poterlo apprezzare è necessaria almeno una stilla di capacità contemplativa, abbassare la cortina della razionalità e aprirsi a ciò che arriva, senza pregiudizi. È una colonna sonora che può accompagnare gli svariati momenti della quotidianità, ha la grazia di portare quiete, concentrazione e propensione all’immaginazione. Un sospiro di sollievo in mezzo al caos.
Ma torniamo un attimo al creatore di questo lavoro. Berioli si esprime con creatività, abile manipolatore della materia elettronica, capace di modellare i suoni secondo la propria visione. Passa con naturalezza da una mansione all’altra, dal produttore al tecnico del suono, fino al compositore di architetture sonore complesse. E in questa rosa di talenti, a vibrare dietro ogni scelta c’è sempre il chitarrista sopraffino, appassionato e impeccabile.
Tracklist:
I: Vestibolo (07:13)
II: Thème Vallonné (06:21)
III: Replica (06:59)
IV: Figurative Brass, Abstract Player (07:16)
V: Interludio, Echo (03:31)
VI: Fons Resonantia (16:26)


