Intervista a cura di Arianna Mancini e Joshin Elisabetta Galani
Oggi lo spazio-interviste di The Beat è dedicato a Gabriele Berioli, musicista, produttore e tecnico del suono, che debutta come solista con “Tapò”, un progetto uscito su etichetta Materiali Sonori.
Per molti, Gabriele è noto per la lunga collaborazione con Paolo Benvegnù, al fianco del quale ha lavorato come chitarrista, co-autore e tecnico di registrazione.
La recente e improvvisa scomparsa di Benvegnù rende ancora più intenso il valore di quel legame: un incontro umano e artistico che ha lasciato un segno profondo nel suo percorso e nel suo modo di intendere la musica.
Con “Tapò”, Berioli prosegue la sua ricerca sonora, raccogliendo quell’eredità artistica e trasformandola in un nuovo capitolo del suo cammino: un universo intimo e personale, dove si incontrano sperimentazione, ricerca e sensibilità.
“Tapò” è composto da cinque tracce che esplorano i territori dell’ambient, del drone e della tape music, mescolando texture elettroniche e strumenti acustici – dal sax al theremin, dal violino all’hammer dulcimer – in una narrazione sonora onirica, dilatata e contemplativa. È un disco notturno, popolato da nebbie lisergiche, da lasciar scorrere tra i momenti di quotidianità o quando scegli di mettere il mondo in pausa.

Abbiamo fatto due chiacchiere con Gabriele per scoprire com’è nato questo progetto, cosa si nasconde dietro il suo titolo enigmatico, come hanno preso forma le collaborazioni con Ciro Serrapica, Massimiliano Dragoni ed Erika Bastianelli, e in che modo la destrutturazione del suono diventa per Berioli un linguaggio espressivo e poetico. Non ultimo, abbiamo parlato del legame profondo con Benvegnù, la cui presenza , oggi più che mai, sembra ancora risuonare – discreta e luminosa – tra le frequenze di questo debutto.
Ciao Gabriele e benvenuto sulle pagine di The Beat! Complimenti per “Tapò”, il tuo primo lavoro solista. È un universo sonoro ideale per accompagnarti nelle varie attività quotidiane e soprattutto quando vuoi prenderti una pausa dal mondo.
Forse può sembrare una domanda scontata, ma in realtà dietro la nascita di un disco c’è sempre qualcosa di unico, quasi una piccola epifania, un’illuminazione.
Qual è stata la visione che ha dato vita a “Tapò” e come si è sviluppato poi il percorso che ti ha portato a completarlo?
Grazie, grazie a voi per questa intervista! “Tapò” è un disco che ha avuto una gestazione molto lunga, più di un anno. Avevo già del materiale, ma ci lavoravo a momenti, senza fretta.
Da tempo sono affascinato da quel tipo di musica “dilatata” – chiamiamola ambient, per semplificare – quella che, come dicevi tu, ti accompagna mentre fai altro e diventa quasi la colonna sonora delle tue azioni quotidiane.
Il primo brano che ho completato, più o meno, è stato À La Lune!, quello con il sax.
In origine, però, la parte di sax era suonata con una chitarra elettrica.
Poi ho chiamato Ciro Serrapica, un sassofonista bravissimo, che ha fatto un lavoro incredibile e ha dato al pezzo una dimensione nuova. Ricordo che avevo messo la demo del brano sul telefono e la ascoltavo in macchina. A un certo punto ho provato una sensazione che non avevo mai avuto prima: qualcosa di molto forte, legato a una mia creazione. In quel momento ho pensato: “Ok, posso continuare su questa strada.”
Mi piaceva l’idea che la musica potesse essere un accompagnamento, un sottofondo per qualcos’altro. Anzi, lo dico sempre un po’ scherzando: a me va benissimo se qualcuno si addormenta ascoltando questo disco.
È come se potesse accompagnarti nel passaggio tra la veglia e il sonno. In sintesi, “Tapò” è nato così: con l’idea di creare un disco che non fosse una semplice raccolta di canzoni, ma una serie di tracce pensate come un tappeto sonoro per la vita, per la quotidianità e per tutte le piccole attività umane che la riempiono.

Il nome “Tapò” suggerisce diverse immagini: da un lato, con il suo suono giocoso, fa pensare a qualcosa di fiabesco, può ricordare una parola infantile; dall’altro richiama la tape music e il mondo della manipolazione sonora. È una parola inventata, un rimando dialettale o personale, oppure custodisce un significato nascosto? Come sei arrivato a sceglierla per questo lavoro?
Probabilmente la risposta ti deluderà un po’, però in realtà hai centrato il punto! Gran parte del disco è stata composta e registrata su un vecchio registratore a cassette multitraccia. Avevo anche realizzato dei loop di nastro, e questo ha dato al suono quella grana particolare, tipica dei vecchi registratori che, pur avendo i loro limiti avevano comunque una qualità molto calda, unica.
Quindi sì, la parola tape c’entra eccome con il titolo! Allo stesso tempo, però, ho voluto un po’ storpiarla, trasformarla in qualcosa di indefinibile; una parola che non appartenesse a una lingua precisa, e soprattutto non fosse inglese.
Forse perché da italiani soffriamo un po’ l’inglesizzazione delle parole. Comunque poi, ho usato la lingua inglese nel titolo di due brani…però in questo caso mi piaceva che il titolo dell’album avesse un suono tutto suo, qualcosa di aperto, non immediatamente riconducibile a una lingua o a un significato preciso.

Sì, c’è una bella varietà di titoli multietnici: due in inglese, uno in francese, uno in tedesco e uno in italiano. Comunque, Tapò è un francesismo dal gusto retrò.
(N.d.r. ridiamo) Sì, esatto, l’idea era proprio quella! Tapò suonava bene, era breve, mi piaceva semplicemente per la sua musicalità. Aveva anche un lato un po’ divertente, scanzonato. Non volevo prendermi troppo sul serio, anche se capisco che alcuni brani possano risultare un po’ più “pesanti”, soprattutto l’ultimo.
Alcune persone che l’hanno ascoltato mi hanno detto che è una musica “potente”, e una in particolare ha usato proprio questo termine; un brano che ha una gravitas importante. In effetti sì, credo questo sia il mio modo di intendere la musica – ogni tanto- di andare su tonalità pesanti.
La chiusura ha un tono un po’ funereo, ma proprio per questo risulta intensa e corposa, colpendo con una forza inequivocabile e funziona perfettamente come coda, che poi è che il titolo dell’ultimo brano. Grazie…grazie.
Nell’album c’è un ampio respiro sonoro. Pur partendo da un’idea che richiama il mondo dell’ambient, del drone e della tape music, hai coinvolto musicisti che suonano strumenti acustici: Ciro Serrapica al sax, Massimiliano Dragoni all’hammer dulcimer ed Erika Bastianelli al theremin e violino; tutti con voci sonore molto diverse. Cosa ti ha spinto a invitarli e in che modo hanno contribuito a dare forma all’universo sonoro di “Tapò”?
Quando ascolto la musica di altri artisti o formazioni, a me piace moltissimo quando si uniscono sonorità più astratte, legate al mondo dell’elettronica, a suoni organici provenienti da strumenti “tradizionali” o comunque non elettronici, in particolare strumenti acustici.
Questa combinazione, questa dicotomia, mi affascina molto perché pone due livelli separati di ascolto: più organico da parte degli strumenti acustici e più astratto da parte degli strumenti elettronici o manipolati.
Nel corso della mia vita ho avuto la fortuna di conoscere tantissimi musicisti che stimo molto. Erika, ad esempio, è stata violinista e bassista in uno dei miei precedenti gruppi e siamo ancora in contatto. Siamo amici molto stretti, quindi l’ho chiamata e lei ha accettato di suonare il violino e poi ha suonato anche il theremin.
Massimiliano Dragoni è un musicista con cui collaboro principalmente come fonico, perché fa parte di ensemble di musica antica, medievale e rinascimentale.
Nella mia attività parallela da tecnico del suono, ho registrato diversi dischi con le sue formazioni ad Assisi. Anche lui è stato gentilissimo: è venuto in studio da me a registrare le parti di salterio – o hammer dulcimer, che dir si voglia – e anche queste hanno trasformato la base che avevo creato io con le “macchinette”…diciamo così.
Poi c’è Ciro, che in realtà è stata la prima persona che ho chiamato per registrare il sassofono. Non lo conoscevo personalmente, mi è stato consigliato da Tazio (Tazio Aprile), il pianista nella band di Paolo, e anche lui si è rivelato bravissimo. In una sola mattina ha registrato delle parti di sassofono stupende: un musicista davvero meraviglioso.
Sicuramente tutti loro hanno dato una dimensione in più a quello che potevo fare da solo. Li ringrazio veramente tanto per il contributo che hanno dato, sono stati veramente inestimabili, hanno trasformato una cosa che per me era bella e significativa in un disco di cui sono molto orgoglioso.

Fai bene ad esserne orgoglioso, questo disco è proprio un viaggio…un viaggio che inizia con Head. Suoni ripetitivi e meditativi si contrappongono ad incursioni sonore con attitudini diametralmente opposte. Nel comunicato stampa si parla di destrutturazione e reinterpretazione del suono.
Parti sempre da una base strumentale “pulita”, o ti capita anche di costruire direttamente a partire dal rumore, dagli aspetti più dinamici o imprevedibili?
Nel caso specifico di Head, la prima traccia, ricordo di essere andato alla stazione ferroviaria vicino a casa mia con il registratore Zoom digitale e il microfono, e di aver registrato la campanella dell’arrivo del treno. Ho poi portato questi suoni in studio, li ho campionati e modificati, e sono diventati parte della traccia.
Se la riascolti, uno dei primi suoni in effetti ricorda il suono di una campana, ma è rallentatissimo, dilatato e un po’ distorto. Di solito, oltre a campionare suoni registrati in campo – i cosiddetti field recording – lavoro principalmente con la chitarra, che è sempre stato il mio strumento.
Devo ammettere che la chitarra elettrica mi aiuta tantissimo: manipolata, può diventare qualcosa che non sembra per niente una chitarra elettrica. Tantissimi suoni del disco, se si ripercorre la loro storia, derivano originariamente da chitarre che ho registrato e poi modificato con le varie macchinette e con l’ausilio del nastro magnetico, trasformandoli in qualcos’altro. Quindi sì: principalmente utilizzo la chitarra, ma anche molti campionamenti ricavati da registrazioni fatte con il mio registratore portatile.
Nella traccia Unvergänglich – che in tedesco significa imperituro, eterno- la durata è breve, ma il titolo richiama qualcosa di infinito: c’è un gioco di contrasti voluto?
In realtà, diciamo che è stato casuale, però è anche vero che tra i brani è quello che reputo più “puro”. Gli altri pezzi hanno subito, nel corso della loro evoluzione, un arrangiamento; non in senso tradizionale, non c’è una strofa o un ritornello, ma comunque un certo lavoro di costruzione.
Quella traccia invece è rimasta quella che era fin dall’inizio: un loop. Mi è piaciuto questo aspetto, soprattutto perché un loop di questo tipo, nella tradizione della musica ambient o drone, avrebbe potuto durare anche 40 minuti.
Io invece l’ho fatto durare pochissimo, il minimo indispensabile. Ricordo che l’avevo messo in play per riascoltarlo e, quando ho sentito che doveva terminare, ho fissato il punto, tagliato e via… brano finito!
Il brano Autus’ Dream sembra evocare una dimensione onirica e mitologica: chi o cosa è “Autus” e come nasce questo sogno musicale?
Guarda, qui potrei davvero dire delle boiate… diciamo che i titoli hanno un loro senso, ma non mi sono documentato in modo approfondito. In realtà non mi è mai capitato di spiegarlo: sono quelle cose che sai, ma non ti capita mai di spiegarle.
So però che il termine autus, in psicologia, identifica una caratteristica dell’individuo: quella di deviare dal corso prestabilito della propria vita, andando in contrasto con la figura dell’idem. Per fare un esempio, l’idem è colui che continua la tradizione familiare: viene da una stirpe di medici e diventa medico a sua volta.
L’autus, invece, se non sbaglio – ma potrei anche ricordare male, o forse è solo qualcosa che ho sognato – è colui che interrompe la tradizione e devia dal percorso tracciato.
Colui che rompe la catena familiare.
Sì, esatto. Colui che rompe la catena familiare. Però prendi questa cosa con le pinzette… magari dopo la nostra videochiamata andrò a controllare se sono tutte cose che ho inventato o se hanno davvero una connotazione reale.
È anche passato un po’ di tempo da quando ho dato i titoli ai brani, ma mi sembra di ricordare che fosse questo il senso. Il termine dream – il sogno dell’autus – rappresenta proprio questo: il desiderio di rompere le catene.
Non è un titolo che ha un collegamento diretto con la musica del brano, ma era evocativo, mi piaceva l’immagine che suggeriva.
Alejandro Jodorowsky ti darebbe un premio per questo titolo …
(N.d.r. ridiamo)
C’è una traccia che consideri il fulcro dell’album, quella da cui tutto si dirama?
À La Lune! è il brano che ha dato il via a tutto il processo. È quello che, riascoltandolo in macchina nella sua versione primigenia, mi ha fatto pensare: “Ok, posso fare un disco mio.” Quindi sì, è il pezzo a cui sono più affezionato. Quello di cui però sono più fiero è l’ultimo, Coda, perché quel loop di organo è proprio infernale.
Ho avuto davvero tanta fortuna a trovarlo, quasi per caso. Con il nastro è sempre un lavoro di trial and error: puoi passarci una giornata intera e non ottenere nulla, poi magari tagli nei punti giusti, ricolleghi, metti in play… e succede qualcosa di bello.
Ecco, in questo caso è andata bene. Anzi, benissimo.
Sì, poi la traccia di chiusura ha proprio quella funzione di tirare le somme… come un sipario che cala sull’ultima scena. Coda è perfetta in questo senso: con quell’organo greve ed evocativo, quasi wagneriano, costruisce una chiusura imponente, che resta.
Sì, esatto, è proprio quello! Volevo che avesse quel tipo di peso.
Una miscela ipnotica di ambient, drone e tape music che dà vita a cinque composizioni immersive. Nel disco compaiono strumenti acustici come sax, theremin, violino e hammer dulcimer, che portano una dimensione più umana e fisica. Come si traduce questo tipo di musica in una performance?
Nel nostro immaginario questa proposta sonora si presta live come un concerto al buio o ad uno sleeping concert!
Nel corso di quest’anno mi è capitato di portare il disco dal vivo tre volte, e le location erano esattamente quelle che avevo immaginato: locali piccolissimi, raccolti, situazioni davvero intime. In particolare, due concerti li ho fatti a Perugia, uno in città e uno a Magione, proprio dove ho lo studio. Erano spazi piccoli, raccolti, perfetti per l’atmosfera che cercavo, e spero di poterne fare altri simili, sempre in posti piccoli.
Non ho poi tutte queste conoscenze nel circuito live, quindi adesso sto cercando, un po’ con le mie forze, altri spazi dove poter suonare. Ma non è facile: con una musica del genere è complicato trovare i posti giusti dove proporla.

Ci sono artisti o dischi che senti di aver avuto come compagni di viaggio o come fonti di ispirazione, dirette o sottili, in questo tuo percorso creativo?
Sì, uno in particolare: l’artista statunitense William Basinski. È stato tra i partecipanti alla Biennale Musica di quest’anno, credo proprio che domenica scorsa fosse a Venezia per l’occasione. Ho avuto anche la fortuna di vederlo dal vivo a Torino, un anno fa. È sicuramente, e continua a essere, un’influenza totale per me: il suo lavoro risuona profondamente dentro di me, davvero tanto.
Un altro disco che mi ha influenzato, e che ho ascoltato proprio in quel periodo, è “Everywhere at the End of Time” di The Caretaker, disponibile su Bandcamp. È un progetto interamente dedicato al tema della demenza e della perdita della memoria, una sorta di studio sonoro su questo stato mentale. È un lavoro molto lungo – dura circa sei ore – e non sono mai riuscito ad ascoltarlo tutto di seguito, anche perché è impegnativo. Però ci arriverò, prima o poi: sono andato piuttosto avanti. È davvero un disco immersivo, nel vero senso della parola.
Poi, come influenza non diretta – ma comunque presente – c’era l’ascolto di certi dischi che risvegliano un po’ la mia “anima da fonico”. Mi riferisco a quei lavori di musica acustica registrati in modo molto fedele alla realtà, senza troppe sovrastrutture. Penso, per esempio, ad alcuni dischi del repertorio jazz: “Bitches Brew” di Miles Davis, quindi il suo periodo elettrico, ma anche alcune cose più contaminate, come quelle di John Scofield.
Dal punto di vista sonoro e dell’ambiente acustico, quel mondo mi ha sempre affascinato molto. È un’influenza indiretta, perché forse nel mio disco non si percepisce apertamente, ma dentro di me – soprattutto nel secondo brano, con il sax – sento che c’è un legame con quei mondi lì.
Poi, ovviamente, anche tutto il filone krautrock: i Can, i Neu! … insomma, il rock tedesco degli anni ’60 e ’70. Anche quella è stata un’influenza, più o meno diretta.
Forse è difficile trovare un collegamento esplicito tra tutti questi riferimenti, ma nella mia testa quelle sonorità c’erano.

Ora c’è la domanda più difficile ma necessaria.
Un po’ come la traccia di chiusura del tuo disco. Una domanda potente, con una certa gravitas, che chiude l’intervista…
Noi, come te, siamo stati – e lo siamo tuttora – intimamente legati a Paolo. Il tuo percorso è stato profondamente intrecciato al suo: dal 2018 avete condiviso anni di musica e di vita, tra palco, studio e scrittura. In un momento così delicato, qual è l’eredità più preziosa – umana e musicale – che senti di portare con te da quell’esperienza? C’è qualcosa del suo modo di fare musica che ti ha influenzato profondamente e che ritrovi anche in Tapò?
Paolo ha cambiato la mia vita, completamente. E credo lo abbia fatto con molte delle persone che hanno avuto la fortuna di incontrarlo. Nel mio caso, mi ha dato un’opportunità che non avrei mai immaginato di poter avere. Io andavo ai suoi concerti…e mai avrei pensato che un giorno avrei condiviso con lui il palco, lo studio, la scrittura.
Paolo mi ha insegnato tutto, o meglio, mi ha insegnato tanto. Ed è una parola ancora più importante. Mi ha insegnato non solo la musica, ma anche molto della vita.
È stato un amico, un confidente. Con lui ho condiviso momenti intensi, belli, a volte difficili, ma sempre profondi. È inevitabile: la sua scomparsa è stata una perdita terribile per tutti noi. Siamo ancora scossi, io lo sono profondamente.
È passato quasi un anno, ma fa ancora male.
Anche questo disco nasce da quel legame. È figlio di tutto ciò che abbiamo vissuto insieme, di ciò che lui mi ha trasmesso e permesso di esprimere. Paolo ha ascoltato “Tapò”. All’inizio avevo evitato di parlarne, ma è evidente che la sua presenza attraversi ogni parte del disco.
È stato lui a incoraggiarmi a finirlo e a coinvolgere altri musicisti. Ricordo un momento in studio, il giorno in cui abbiamo registrato il sax: quando il sassofonista è andato via, siamo rimasti solo io e lui. Ero felice, la traccia mi sembrava bellissima, ancora più viva di prima. Paolo mi ha sorriso e mi ha detto: “Vedi? È la stessa sensazione che provo ogni volta che porto i miei pezzi a voi. Voi ci suonate sopra e tutto diventa più bello.” Era contento che finalmente avessi provato anche io quella gioia. È stato lui, poi, a suggerirmi di mandare il disco a Materiali Sonori. Ha perfino corretto la mail che ho inviato a Giampiero Bigazzi: l’ha letta, mi ha detto “tutto bene”, e mi ha dato qualche consiglio su come migliorarla. Quella mail, poi, ha portato i suoi frutti.
Quindi sì, Paolo è ovunque.
È dentro questo disco, nella mia vita, e in quella di tutti quelli che hanno lavorato con lui. Ha lasciato un segno profondo. Io parlo per me, ma so che anche per i ragazzi è lo stesso e anche per voi che lo seguivate
Sì, hai vissuto le tante sfumature che lo rendevano unico: artista visionario, cantante eccelso, produttore geniale e amico sempre pronto a consigliare. Dobbiamo tutti sintonizzarci sulla gratitudine, fare uno sforzo titanico per trasformare questo dolore immenso per la sua perdita in gratitudine, per averlo avuto nelle nostre vite.
Sì, assolutamente…
Chi era davvero Paolo? Era uno di quei rari casi in cui non resti mai deluso dalla persona.
Sai, a volte capita: ammiri un artista, un musicista, lo idealizzi, poi lo incontri e magari non ti delude, ma pensi… “me lo immaginavo diverso”. Con Paolo no. Paolo non deludeva mai.
Era un cantante, musicista, compositore, autore magnifico. Era anche un produttore, e spesso non si ricorda abbastanza questo suo lato più tecnico. In studio era incredibile: aveva un orecchio finissimo, un gusto raro, una capacità naturale di capire cosa serviva davvero a un brano. Solo per aver potuto osservarlo lavorare, mi sento fortunatissimo. Ho imparato tantissimo da lui, ogni giorno.
Oltre a scrivere canzoni meravigliose, a cantare con un’intensità unica, a suonare e produrre in modo impeccabile… era una persona splendida.
Sono stato fortunato, siamo stati tutti fortunati, ad averlo conosciuto.
Hai ragione, Paolo è ovunque. Siamo stati fortunati ad averlo conosciuto.
Gabriele, grazie di cuore per il tuo tempo e per questo viaggio esplorativo in Tapò.
Grazie a voi per l’intervista e per l’interesse verso il mio disco: è stato un onore poterne parlare.
Così si chiude la nostra chiacchierata con Gabriele Berioli, che con “Tapò” ci invita a entrare nel cuore della sua musica.
Foto n. 6 Antonio Viscido


