Da ogni molecola Paolo sprigionava felicità e benessere – Intervista a Gian Luca Verga (RSI)

Articolo a cura di William Domenico Nespoli

Lunedì 28 ottobre 2024, alle ore 20:00, in diretta streaming, Paolo Benvegnù è stato l’ospite d’onore di Showcase RSI, format ideato e condotto da Gian Luca Verga, storico giornalista, produttore radiotelevisivo, figura di riferimento dell’emittente elvetica e da molti anni tra i massimi esperti e divulgatori di cultura musicale.

La collaudata formula del programma prevede un’esibizione dal vivo e un’intervista all’artista di turno, con domande – mai banali – poste sia prima sia durante il concerto. Purtroppo, nessuno di noi poteva minimamente immaginare che quella bellissima intervista, così intima e profonda, si sarebbe rivelata l’ultima di così ampio respiro e confidenze. Una sorta di piccolo e prezioso testamento artistico.

Abbiamo incontrato e intervistato proprio Gian Luca Verga – che ringraziamo per la cortese disponibilità – con l’obiettivo di tracciare un ulteriore ritratto di Paolo, ricordare la preziosità di quei momenti e continuare la nostra opera di divulgazione della magnifica arte di Paolo Benvegnù.

Cominciamo dalla fine: come hai saputo della scomparsa di Paolo e qual è stata la tua prima reazione?

Un vocale di un amico che, tra l’altro, aveva partecipato alla serata nei nostri studi.
Dal tono e dalle emozioni della sua voce capii subito che non si trattava di uno scherzo di pessimo gusto. Rimasi basito, incredulo, pietrificato. Mi prese uno sconforto diffuso. Ricordo qualche imprecazione rivolta al cielo e lo sgomento, la tristezza e ancora l’incredulità. Un bouquet di sentimenti e stati d’animo che, mescolandosi, ancora perdurano. Anche se questa “tavolozza” è lenita dal suo lascito artistico e umano, dai ricordi di quella lunga giornata, dalla serenità del suo volto. Ma davvero faccio ancora fatica a capacitarmi della sua assenza.

L’idea di invitarlo nei meravigliosi studi della RSI nasce proprio da te, giusto?

L’idea mi frullava in testa da tempo. Un passo indietro: per la Radiotelevisione svizzera dal 1996 organizzo e produco un format che risponde al nome “Showcase RSI”. In trent’anni ho invitato circa 500 artisti. Per questioni di budget cerco di invitarli quando sono in promozione, a parte coloro coi quali nel corso del tempo vanto rapporti di amicizia.
Paolo non ero ancora riuscito a invitarlo in precedenza a fronte di impedimenti: studi inagibili, date che non combaciavano, opportunità.
La vittoria al Tenco fu il pretesto perfetto. Chiesi a Woodworm disponibilità a fronte dei suoi impegni e calendario e così iniziammo a tessere la tela. Debbo dire che accettarono subito discografici e artisti, e con entusiasmo.

Su quel palco vediamo un uomo felice come un bambino, ma anche particolarmente emozionato, e lui stesso lo dice, tu l’hai percepita questa cosa?

Molto, debbo dire! Da ogni molecola Paolo sprigionava felicità e benessere per dove era e per cosa andava a fare. Anche durante il pomeriggio, la sera e il mattino successivo. Ricordo, perché mi colpì molto, la sua gentilezza e un continuo ringraziare tutte le persone coinvolte. Dal personale tecnico a chi gli preparò il catering e la cena. Davvero non finiva di ringraziarci per l’accoglienza, la situazione produttiva che aveva trovato, l’atmosfera, la nostra umanità. Non era “affettato”, era sincero, felice ed emozionato. Ed io con lui perché, per dirla tutta, era lui che ci onorava con la sua presenza.

 Tu sembri molto attento alle sue parole, a tratti rapito e “inondato di bellezza”, per citarti. A livello emozionale, dentro, cosa ti ha lasciato quell’incontro?

Credo che la canzone sia una sorta di eccedenza spirituale. Qualcosa che l’artista non può trattenere a lungo perché “condannato” a condividere. La canzone come un’opera letteraria e figurativa. E Paolo, da questo profilo, era fantastico.
La sua interiorità si esprimeva nella creazione di canzoni che davvero ci inondavano di bellezza. Che erano il riflesso della sua persona, della sua interiorità, dei suoi pensieri e delle sue parole. L’incontro con lui, come spesso avviene coi veri artisti (noti o meno noti non conta) o meglio: con delle belle persone, oltre alla simpatia, all’eleganza dei pensieri e dei modi e alla sua umanità diffusa e contagiosa, non poteva non toccarti corde profonde. E che poi, riverberando a lungo, contribuiscono alla tua formazione e alla tua evoluzione. A prescindere dagli argomenti, dalle riflessioni profonde o leggere che scaturiscono, dalle risate spontanee, dalle battute. Paolo era una sorta di “healer”, un guaritore dai poteri taumaturgici. Può sembrare bizzarro, ma percepivo vibrazioni e potenziali affinità simili a quelle che avevo vissuto con un altro essere umano meraviglioso: Ezio Bosso, che a differenza di Paolo ho avuto occasione di frequentare.

Incrociando il suo sguardo, ti è sembrato di vederci il mare, la montagna o lo spazio?

Piuttosto una profondità anche sentimentale. La profondità di un’idea di bellezza concreta e metafisica al tempo stesso. La vastità della bellezza! Il suo sguardo profondamente umano sulla vita era un orizzonte aperto sulle cose del mondo. Che affascinava, rapiva.

So che hai seguito gli Scisma sin dall’inizio e avevi già incontrato e intervistato Paolo in passato: lo hai trovato diverso, cambiato, sia come artista che come uomo?

L’intervista con gli Scisma la realizzai nel ’97 a Milano, in concomitanza con la pubblicazione di “Rosemary Plexiglas”.
Tra l’altro un decennio straordinario per la musica italiana grazie a quella generazione – C.S.I., La Crus, Casino Royale, Almamegretta, Bluvertigo, solo per citarne alcuni – che offrì una dignità artistica e una contemporaneità invidiabile alla musica italiana.
Sono andato a riascoltarla: era Paolo con la sua dialettica, la sua intelligenza, la sua sensibilità e la serietà che infondeva nei suoi progetti.
Credo che il processo di alleggerire il proprio ego dalla sua pesantezza fosse già a buon punto. E anche in quell’occasione ironia e autoironia, sempre eleganti, affioravano. A distanza di quasi trent’anni l’ho ritrovato forse un filo più disilluso. Ma entusiasta della vita.

Hai definito il suo ultimo album “anacronistico e rivoluzionario allo stesso tempo”. A questo proposito vorrei chiederti: come mai, secondo te, il Premio Tenco, della cui giuria tu fai parte da diversi anni, è arrivato con quel disco e non, ad esempio, col gigantesco Hermann? Credi che sia la sua musica ad aver impiegato più tempo per arrivare nelle ossa di chi ascolta, o è cambiato il modo in cui gli altri si connettono alla sua arte?

La giuria del Tenco è composta da oltre 200 giurati. Ognuno vanta una propria sensibilità, storia, gusti e forse interessi. Credo inoltre che ogni esperienza artistica, soprattutto quando non beneficia di un marketing sostenuto, di esperti di comunicazione, social e webmaster o di maghi dell’algoritmo, oggi faccia più fatica a farsi conoscere.
Anche se l’artista in questione vanta una storia significativa. Inoltre, sappiamo che le canzoni, o meglio una specifica poetica, possono compiere giri imprevedibili per “arrivare” o non arrivare del tutto.
Anche la modalità di fruizione è completamente cambiata. La nostra curva dell’attenzione è in perenne diminuzione e l’arte di Paolo, com’è giusto che sia, richiede tempo e dedizione. Almeno agli inizi, al pari di una relazione: ci si guarda, ci si annusa, vibrando si colgono le prime affinità, ci si inizia a frequentare e conoscersi per poi entrare in intimità per perdersi nell’altro

Hai una sua canzone preferita o una alla quale sei particolarmente affezionato?

Sinceramente una in assoluto no. Trovo conforto e bellezza in molte delle sue canzoni. A volte vivo una sorta di catarsi emotiva. Chissà, forse dipende anche dal momento, dalle fasi della vita, da come stai quel giorno o in quel periodo. Ecco, credo che le sue canzoni mi parlino ancora nel momento più adeguato. E che loro sappiano quale sia. Vero è che avendolo avuto quella sera, un paio di mesi prima della scomparsa, invitato sulle ali di “È inutile parlare d’amore”, forse sono ancora un piccolo “pescatore” che solca felicemente quelle canzoni.

Nella tua bella intervista, ad un certo punto Paolo parla di Emil Cioran – il cui pensiero ha come concetto cardine l’idea che l’amore possa essere l’unica salvezza per l’uomo – e l’occasione è troppo ghiotta per non approfittarne: secondo te, la musica di Paolo Benvegnù, con il suo sguardo profondo sulle cose della vita, potrà diventare un’ancora di salvezza per i suoi ascoltatori futuri?

Sì, ne sono certo. Lo era e lo è. O meglio: lo può essere. Perché autentica, perché vera, sincera. Certo il nostro compito, di addetti ai lavori e appassionati, è quello di mantenere la fiammella accesa. Promuoverla, proporla, condividerla anche in punta di piedi, con eleganza, discrezione e passione. Caratteristiche proprie di Paolo.

Ti viene in mente un aneddoto di quella giornata? Non so, magari qualcosa accaduto a telecamere spente?

Nulla di particolare se non, oltre alla signorilità e all’educazione della persona, la sua disponibilità al dialogo, a conoscere, a capire anche dove si trovasse, chi fossimo, cosa facessimo, come funzionavano “le cose” in Svizzera, come onoravamo l’esser noi il servizio pubblico. Risposi a mille domande.
E poi l’ironia e l’autoironia che manifestava erano uno spasso. Era felice, davvero. Della vita, di quel periodo, della qualità che aveva trovato da noi.

Parliamo ora, ahinoi, del non accaduto: vuoi e puoi dirci qualcosa sulla data del 15 maggio 2025 che avevate in programma sempre alla RSI con Paolo?

Proprio quella sera, mostrandogli il nostro Auditorio, un luogo davvero meraviglioso e carico di storia e bellezza e con un’acustica invidiabile – è davvero una tra le sale più prestigiose che spesso ho potuto utilizzare, nonostante sia prenotato dall’Orchestra sinfonica, dalle produzioni discografiche della ECM e di stampo jazzistico –, Paolo rimase affascinato dal luogo e dalla sua storia e a cena nacque l’idea di invitarlo per “suonare” il Reloaded con alcuni ospiti presenti sul disco.
Giusto per non replicare la serata appena vissuta. Nei giorni successivi, avendo verificato la disponibilità, proposi loro il 15 maggio. E così iniziammo seriamente ad immaginarla, a proporla agli ospiti, a verificare i primi aspetti produttivi… Purtroppo, è rimasto un progetto incompiuto.

Prima di cominciare questa intervista mi hai accennato che ti piacerebbe omaggiare l’arte di Paolo Benvegnù con qualche evento speciale, magari dopo l’estate. Possiamo anticipare qualcosa anche pubblicamente o aspettiamo?

Da pochi mesi beneficio della pensione. L’idea è sempre lì, anche se mi sono preso alcuni mesi “sabbatici”. Dopo l’estate mi metterò di buzzo buono e vediamo cosa potrà accadere.

Salutiamoci così: ci sarà mai un altro Paolo Benvegnù?

Non credo, ma forse è meglio così. Paolo è stato unico e irripetibile come i veri grandi artisti. Certo può essere un libro sul quale studiare e mi auguro lo sia. Che sia da stimolo per i presenti e futuri fabbricatori di emozioni.