“Hollywood Stray” – Flame Parade

L’Estate è il momento dei Flame Parade, band che nasce in questa stagione nel 2012, e che torna oggi, con il loro nuovo e quarto album intitolato “Hollywood Stray” e registrato a Bristol (Regno Unito), con il produttore Ali Chant.

Anticipato dal singolo Criminal Gospel, uscito ad aprile di quest’anno, il brano è un buon biglietto da visita per la nuova opera concepita dal quintetto toscano. Inserita come traccia d’apertura, la composizione ha un incedere cinematografico mai troppo solenne. Il sintetizzatore vira la melodia su altri lidi e il suo procedere, vicino a quello di una preghiera, è caratterizzato da un ritornello ripetitivo che acquista un senso più compiuto nella sua circolarità.

The Place Where Love Will Let You Down, a seguire, è invece caratterizzata dal doppio cantato maschile e femminile che si sposa alla perfezione. La canzone ha una bella apertura nel momento in cui entra il violino, vero protagonista della traccia che crea uno spartiacque tra le parti più soft e quelle invece distorte.

Ma “Hollywood Stray”, seppur abbia un mood ben definito, mette in campo una complessa varietà di sfumature; ed è così che in 888 si può apprezzare una ballad che non avrebbe sfigurato in uno degli ultimi dischi dei Blur (forse “The Magic Whip”, se non addirittura “The Ballad Of Darren”, il quale ha segnato il ritorno alle scene della band di Colchester). Il cantato sognante à la Damon Albarn di Marco Zampoli è qui puntuale e definitivo.

Il registro, però, cambia nuovamente attraverso la successiva White And Torn, dove la scena viene rubata da Letizia Bonchi e dal suo cantato sognante. Il pezzo è costituito da un’atmosfera onirica creata da un arpeggio di chitarra ben sostenuto dalle tastiere, e, in un secondo momento, dall’incedere della sezione ritmica.

La title track, posta esattamente al centro del disco, è una summa dell’opera proposta. Qui l’amore per il rock anni ‘90 proveniente dalla Perfida Albione è evidente. I ritmi cadenzati, l’intreccio di voci e i la la la la, ci riportano con la mente a un momento storico più spensierato nel quale si attendeva il fine settimana con trepidazione per verificare la posizione in classifica della propria band preferita.
L’effetto nostalgia rapisce e ci fa pensare a una No Distance Left To Run italiana, solo un po’ più cupa e più ricca di pathos.

Need A Car, a seguire, spariglia di nuovo le carte presentando una melodia più lieta e distesa attraverso la chitarra che qui, da vera protagonista, lega insieme tutta la parte strumentale.

E il cambio di passo viene confermato anche dalla successiva Television Home, nella quale il doppio cantato qui si sposa nuovamente alla perfezione producendo anche una coda che difficilmente dimenticherete.
La band lo sa bene e infatti prolunga questa parte con un accenno di chitarra acustica.

A Little More Trouble è la dichiarazione d’amore definitiva verso l’indie e rappresenta il perfetto equilibrio tra le componenti folk e dream pop. Ritmo al ralenti, chitarra in primo piano e note trascinate su voci oniriche. Forse il pezzo più bello del disco che presenta anche un assolo imperdibile nel finale.

Ma la chiusura definitiva spetta alla ballad ebbra intitolata Valentine’s Day. I nostri, prima di riporre gli strumenti nelle loro custodie, ci donano un ultimo istante obliquo e sentito attraverso la voce fumosa di Marco Zampoli e ad una base piena di languore creata dal bel dialogo tra le chitarre e una sezione ritmica uscita direttamente da uno dei primi dischi dei Low.

Con “Hollywood Stray” i Flame Parade si confermano come una fra le realtà più interessanti del panorama nostrano, ma l’impressione che si ha è quella di aver visto solo una parte di ciò che sanno fare e, come un serpente che costantemente cambia pelle, restiamo in attesa di osservare la loro nuova muta.

Tracklist:

01 Criminal Gospel
02 The Place Where Love Will Let You Down
03 888
04 White and Torn
05 Hollywood Stray
06 Need a Car
07 Television Home
08 A Little More Trouble
09 Valentine’s Day

Foto Kinzica Vannini