“Lost Weekend” – Phoebe Bridgers

Phoebe Bridgers è una cantante californiana originaria di Pasadena. Con alle spalle una carriera già consolidata all’età di trentadue anni, il suo percorso musicale prende il via nel 2017 con la pubblicazione su Dead Oceans del primo album, “Stranger in the Alps”, seguito nel 2020 dal secondo, “Punishe”r. A questi si aggiungono diverse collaborazioni con i Better Oblivion Community Center e varie cover, tra cui That Funny Feeling di Bo Burnham e If We Make It Through December.

Nei sei anni che separano questi progetti dall’ultimo lavoro, Lost Weekend, Phoebe Bridgers ha stretto diverse collaborazioni musicali. Con le boygenius, band formata insieme a Lucy Dacus e Julien Baker, ha pubblicato l’album “the record”, con cui ha vinto tre Grammy.
Ha inoltre ottenuto diversi riconoscimenti per “Punisher”, il disco che l’ha consacrata come una delle penne più promettenti di questa generazione di cantautori, e vanta numerose collaborazioni con artisti internazionali.

Nel frattempo, ha aperto i concerti di Taylor Swift, ha prodotto il singolo Silk Chiffon con le MUNA, ha pubblicato Sidelines — brano scritto insieme a Marshall Vore e Ruby Rain Henley — e ha reinterpretato The Night We Met dei Lord Huron, una delle canzoni simbolo della colonna sonora della serie TV Tredici.

Se già “Stranger in the Alps” e “Punisher” avevano mostrato un’artista completa, capace di muoversi in un universo musicale proprio per affrontare temi come il dolore e la perdita con sottile ironia e attraverso metafore efficaci e inusuali — il tutto condito da una parte strumentale eccellente e variegata —, in quest’ultimo album ritroviamo tutto questo amplificato. È forse la dimostrazione che bisogna prendersi i propri tempi nella musica e in generale nell’arte, tornando solo quando si ha davvero qualcosa da dire, ma senza mai fermare le esperienze e le collaborazioni.

“Lost Weekend” è un album ben riuscito, tra i tanti motivi, anche perché Phoebe Bridgers ha saputo amalgamare perfettamente il suo mondo musicale con tante influenze esterne, riuscendo a farle proprie. Numerosi infatti sono i collaboratori che hanno contribuito a rendere questo disco ciò che è: da Alex G a Bon Iver, passando per il produttore Jack Antonoff e Bo Burnham.

Se “Stranger in the Alps” e “Punisher” si concentravano sulla sensazione di perdita, sul ricordo e su una visione viscerale e affamata dell’amore — “So I will wait for the next time you want me / like a dog with a bird at your door” (Moon Song, Punisher) —, qui in Lost Weekend il dolore è più specifico. Riguarda presumibilmente la fine della storia d’amore con l’attore Paul Mescal e, sicuramente, la scomparsa nel 2023 del padre: una figura complessa, che ha infestato la musica dell’artista fin dai tempi di Punisher.

Il singolo Kyoto è infatti interamente dedicato a lui: “You called me from a payphone / They still got payphones / It costs a dollar a minute / To tell me you are getting sober and you wrote me a letter / But I don’t have to read it”. L’uomo era segnato da una forte dipendenza dall’alcol e viene descritto come violento; tuttavia, la cantante prova nei suoi confronti un affetto profondo e contraddittorio, come accade spesso con figure genitoriali problematiche.

Dopo questa doverosa introduzione — utile a mostrare come tale figura permeasse il lavoro dell’artista già in passato —, in “Lost Weekend” ritroviamo questa presenza nella sua accezione più profonda di ricordo e dolore.

L’album si apre con The Outside, in cui l’intro robotico ed elettronico prende le distanze dalle sonorità folk e dream pop consuete per la cantante. Questa nuova direzione, tuttavia, si rivela efficace per il messaggio del brano. Versi come “Crying in a suit and tie / but you should see the other guy” o “I’m on the outside watching” mostrano il rapporto complesso che l’artista ha non solo con la figura paterna, ma con la propria sfera emotiva in generale.

Emerge una persona che si dissocia e che, attraverso l’ironia e il distacco, cerca di sopravvivere e di mettere a tacere i propri sentimenti: vive con forza verso l’esterno, affidando le sue emozioni più intime soltanto alla musica. Il brano parla infatti del momento in cui lei, ben vestita, assiste presumibilmente al funerale del padre; qui la parte strumentale roboante si amalgama alla perfezione con questo suo allontanamento dalla realtà e con il conflitto nell’accettare l’inevitabile.

Lost Boys è stata la prima canzone estratta dall’album, probabilmente la più gioiosa dell’intero disco. Accompagnata da un videoclip molto particolare — in cui la stessa Bridgers interpreta una ninfa trasportata in moto da un cavaliere —, il brano mette in scena un costante contrasto tra i costumi storici, la narrazione e un ambientazione che resta invece strettamente moderna. Questa sensazione di allontanamento, accentuata dalla vignettatura ottica che deforma diversi fotogrammi, crea un mondo fantastico. Un’estetica che si riflette anche nel piccolo videogioco videogioco ispirato alla canzone e ideato per la promozione del singolo, richiamato nel video stesso dalla comparsa di uno dei suoi personaggi all’interno di un autogrill.

Con i versi “Lost boys never grow up / never grow old”, questa canzone rappresenta alcuni degli uomini più importanti della vita della cantante, l’amore nei loro confronti e la loro incapacità di vivere. Troviamo infatti, sia nel brano che nel video, metafore legate a questi personaggi che hanno molto in comune: che si tratti di un trascinarsi senza direzione, di una mancanza di responsabilità, di una dipendenza o della tendenza ad autosabotarsi.

Phoebe Bridgers sembra essere il collante tra queste persone e, attraverso un incantesimo nel finale del video, riesce a cambiarle e presumibilmente a salvarle.
Il videoclip è firmato da Lance Oppenheim e Pablo Rochat; la critica presente nella canzone si amalgama alla perfezione con questa visione contrastante, che si traduce anche in una critica all’idea dell’uomo virile e ben fatto, storicamente incarnato da figure come il cavaliere o il militare. In questo caso, infatti, gli uomini non corrispondono a tale stereotipo, ma rappresentano ciò che ne resta: una sorta di vitelloni felliniani privi di direzione che la cantante ama profondamente, con tutto il loro macigno emotivo, pur criticandoli e riconoscendone le strategie manipolatorie

“Times are scary / my boys are getting married” è uno dei versi chiave di Kill Me, in cui lo scorrere inesorabile del tempo viene analizzato con un sentimento di angoscia che trova il suo climax finale nello strumentale guidato dalla chitarra di Nick Zinner. Questo tema era già stato affrontato in Scott Street (da “Stranger in the Alps”), brano in cui la cantante — attraverso una conversazione di circostanza con un suo vecchio amore — ripercorre alcuni momenti significativi della propria adolescenza: “Asked how is playing drums / said it’s too much shit to carry / and what about the band / you said they are all getting married”.

Questa sensazione di solitudine esistenziale trova una piccola risposta nel verso finale di Kill Me: “Bobby, you taught me that I know nothing”. Bobby è Bo Burnham — il nuovo compagno dell’artista, regista, comico e musicista —, che per lei rappresenta un nuovo inizio estremamente positivo, un raggio di luce, una rivelazione. Aspetto che troviamo anche in Bobby, in cui l’inizio strumentale gioioso guidato da chitarre e synth leggeri si contrappone a un finale più dolce: chitarre acustiche, pianoforte e un frammento audio registrato che evoca la quotidianità ritrovata al fianco di Bo Burnham, condensata nel verso “This could be the end of wanting”.

Questo amore viene dopo quello cantato in The Governor’s Waltz, in cui i toni sono molto più nostalgici, con un’atmosfera sognante e cori quasi fantasmagorici che rimandano a un passato fatto di incomprensione e sofferenza con un partner con cui l’amore era finito da tempo. Anche in questa situazione Phoebe Bridgers riesce a non essere mai banale: lo vediamo analizzando il testo, in cui la cantante spera quasi di essere lasciata — “You promised that you’d never leave / but maybe you’ll do it for me” — perché lei non riuscirebbe a farlo.
Ne emerge la figura di una persona che nel dolore è consapevole dei propri limiti, che ama profondamente ma che non riesce ad allontanarsi da schemi tossici nelle sue relazioni. Versi come “Let’s see how long we can go without talking” o “Let’s see how far I can run without stopping” sono sia delle attestazioni di personalità, sia una delle caratteristiche più importanti della scrittura di Phoebe Bridgers.
Tra una strofa e l’altra vediamo infatti una struttura apparentemente identica; eppure, nel corso del brano, la strofa si trasforma, progredisce e racconta una storia che avanza sia musicalmente che nel testo.

Lost Weekend, (la canzone che dà il nome all’album), attraverso il verso “You know me and I’ll never forgive you for that” ci riporta a un passato in cui era presente qualcuno che la conosceva bene e che ora ha perso. Il brano mantiene per quasi tutta la sua durata un tono disteso e sognante, per poi esplodere soltanto verso la fine in una carica di energia accompagnata da un piccolo sample di Paul Lansky.

In “I have no secrets, only feelings, and I know they go away” (tratto da Haunted), la sensazione affrontata è quella di lasciar andare l’amore romantico e rimettersi in piedi attraverso le proprie amicizie. Come affermato dalla stessa Bridgers, questo brano — che rispetto agli altri richiama un po’ di più la tradizione folk attraverso la chitarra acustica — è stato scritto in un momento in cui Lucy Dacus e Julien Baker erano con lei a fare i cori.
Nel corso della canzone si percepisce una chiara volontà di farsi forza e andare avanti, consapevoli che dedicare tutte le proprie energie solo a determinate forme di rapporto non sia fruttuoso. La cantante vede infatti davanti a sé la prospettiva di andare in tour con le sue amiche e colleghe: “If you’re gonna make a wish / then you better be specific / you’re gonna have to live it every day”, come se scegliere la strada giusta fosse una fatica necessaria.

In Panorama ascoltiamo una prima parte vibrante, caratterizzata da una strumentazione sfaccettata e multipla e da cori quasi fantasmagorici: è come la morte che arriva e tu che la fai entrare perché l’aspettavi, come canta la stessa cantante.

In Still Standing il primo elemento che risalta è il riferimento a Elliott Smith“an angel in the snow” —, artista a cui Phoebe Bridgers si è ispirata più volte. La canzone affronta gli episodi di violenza del padre nei confronti della madre e il complesso rapporto con la figlia, mostrando soprattutto l’impatto che tutto questo ha avuto sulla sua psiche. Nel brano la figura paterna oscilla tra la tentazione di scappare e la minaccia della violenza; Phoebe a volte lo giustifica, altre lo rigetta, fino a un parziale e doloroso perdono filtrato dalla visione del lutto. È come se fosse cresciuta troppo in fretta e cercasse al contempo di allontanare quel senso di mancata innocenza che avrebbe dovuto caratterizzare la sua infanzia — un tema ripreso anche in Liberty Tree: “the past is looking brighter all the time”.

Questa traccia è un insieme di emozioni incredibili e propone una riflessione sul ruolo dell’automatismo, raccontando l’atto di innamorarsi all’interno di uno spazio liminale: un vero e proprio “non luogo” di augeiano rimando, vuoto, privo di identità e di storia

Questo concetto, ripreso in modo diverso in Lost Boys, esprime un altro lato fondamentale dell’album: Phoebe Bridgers cerca costantemente di fuggire, di vivere intensamente pur non sentendo, soffocando le sensazioni negative, astraendosi e creando contrasti. Se in Lost Boys il contrasto era tra il mondo moderno e i costumi fiabeschi, qui è tra l’amore — sempre unico, personale, preciso e sconveniente nella sua forza — e un “non luogo” senza storia, avulso dal tempo e dallo spazio: “You were made in the image of God / but you look like your mom in this picture of us”.

Come diceva Diane Arbus, “The process itself has a kind of exactitude, a kind of scrutiny that we’re not normally subject to… We’re nicer to each other than the intervention of the camera is going to make us. It’s a little bit cold, a little bit harsh.” (. “Il processo in sé ha un tipo di accuratezza, una sorta di scrutinio a cui di solito non siamo sottoposti… Siamo più gentili gli uni con gli altri di quanto lo sia l’intervento della fotocamera: è sempre un po’ più freddo, un po’ più duro”.)

Questa citazione rimanda al Liberty Tree — il centro commerciale —, la macchina per le fototessere e tutti i modi in cui Phoebe Bridgers cerca, attraverso l’arte, di dare forma alla propria dissociazione. È proprio al termine di questa corsa che sembra trovarsi una risoluzione: dopo i climax energici della parte strumentale subentra una sensazione di rilassatezza, quasi come il finale di un film in cui si sta finalmente tornando a casa.

In Never Going Back e Lost Parade ritroviamo, seppur con approcci differenti, lo stesso filo conduttore: la figura del padre. Nella prima canzone, la parte finale custodisce un messaggio in segreteria dolcissimo registrato dall’uomo per chiedere alla figlia di richiamarlo: “Hey Phoebe, it’s your dad, I know you’re busy, being a rockstar takes up a lot of your time, I’m guessing. You’re everywhere, dude, anyway give me a call when you get a chance, I love you”. La parte iniziale, al contrario, ripropone come un mantra la stessa frase accompagnata da una chitarra acustica che richiama una tradizione più squisitamente folk.

Lost Parade, invece, attraverso la metafora di una parata che a poco a poco si allontana, porta con sé perdita, ricordo, nostalgia e un dolore che pian piano sfuma ma è sempre presente. Nella melodia si notano chiari riferimenti alla precedente Graceland Too, così come ne troviamo in Liberty Tree e in As Above.

E se in Other Plans ci viene mostrato un amore destinato a finire, in As Above — in cui troviamo una citazione alle boygenius con “I have never been afraid of heights” — ci si aggrappa a questo sentimento con le unghie e con i denti pur di salvarlo a ogni costo: “You won’t have to believe in magic / leave it to me and I’ll make it happen”.

Verso la conclusione dell’album arriviamo al secondo e ultimo video tratto dal disco, quello per I Can’t Wait, che alterna momenti quotidiani attraversati però da un sottotono oscuro, adottando il punto di vista di un ragno. Nel videoclip si intravedono infatti le sue zampe sui versi “I can’t wait but I’m waiting”, come a evocare un ronzio nella testa: quell’ansia che nel mondo onirico viene spesso rappresentata proprio attraverso gli insetti.

L’ultima canzone dell’album è Lost Weekend (reprise), in cui l’addio al padre si fa definitivo, ma in cui rimangono tali anche gli insegnamenti che lui le ha lasciato. Questo album è ricco di riferimenti e al tempo stesso profondamente personale e unico: la perfetta rappresentazione di come la fusione di stili differenti porti ricchezza quando alla base c’è un progetto solido.

Phoebe Bridgers si riconferma la cantautrice più promettente della sua generazione e sono grata di aver potuto compiere, attraverso il suo album, questo viaggio tra la vita, il desiderio e la morte.

Consigliato

Tracklist

  • 01. The Outside
  • 02. Lost Boys
  • 03. Kill Me
  • 04. The Governor’s Waltz
  • 05. Bobby
  • 06. Lost Weekend
  • 07. Haunted
  • 08. Panorama
  • 09. Still Standing
  • 10. Liberty Tree
  • 11. Never Going Back!
  • 12. Other Plans
  • 13. Lost Parade
  • 14. I Can’t Wait
  • 15. As Above
  • 16. Lost Weekend (Reprise)