“Divergenze condivise” è il nuovo capitolo discografico che segna il ritorno degli Òvera a distanza di quattro anni da “Dettagli”, disco che era stato impreziosito dalla presenza di Paolo Benvegnù in due brani: Polvere e Se fosse noi. Paolo Benvegnù non è – purtroppo – più con noi su questa terra, ma ritorna come eterna presenza, memoria, traccia, ispirazione fra i solchi di questo lavoro che, a lui, è dedicato.
Se ci volgiamo indietro, la storia degli Òvera, progetto artistico pistoiese, prima di giungere alla fase odierna del loro percorso ci riporta negli anni Ottanta: nel 1983 Gianluca Barontini (cantante, coautore e cofondatore), Stefano Nerozzi (chitarre e coautore), Alessandro Pacini (batteria) e Andrea Signorini (basso) fondano la band con il nome Without Name, che nel 1991 verrà ribattezzata Òvera, antica espressione pistoiese usata per indicare un germoglio.
Le loro sonorità rievocano tradizionali atmosfere rock attraverso brani cantati in italiano. Il primo album in studio è “Rotolacampo”(1995) seguito da “Per l’intanto” (1999).
I tre lavori seguenti, “Risonanze morfiche”(2002), “Comico alla macchina del mondo” (2003) e “Contrappesi” (2011), sono stati autoprodotti con “approccio artigianale”.
Nel 2015 Gianluca Barontini, lascia il gruppo, segnando una pausa di riflessione nella produzione di nuovi lavori.

Dopo alcuni anni di silenzio creativo, gli Òvera riprendono la propria attività nel 2018 con l’ingresso alla voce di Paolo Ferro, autore anche dei nuovi testi. Da questa rinnovata formazione nasce nel 2019 l’album “E io dov’ero”, un lavoro composto da dieci brani che definiscono la nuova direzione stilistica del gruppo, caratterizzata da paesaggi sonori eterei e scritture dal taglio confessionale. Nel 2021 esce “Dettagli”, realizzato con la collaborazione di Paolo Benvegnù, confermando la continua evoluzione del progetto musicale.
Il percorso degli Òvera approda poi al presente con “Divergenze condivise”, in uscita il 31 ottobre per l’etichetta veronese Vrec Music Label e distribuzione Audioglobe. Affidato alla produzione di Gabriele Gai (Vinylistic), l’album osa un connubio inedito tra elettronica e strumenti della tradizione popolare, trovando un equilibrio raro tra sperimentazione e radici cantautorali e aprendo nuove direzioni per la storica formazione pistoiese.
Ad arricchire le trame sonore del nuovo lavoro, accanto al gruppo troviamo Pasquale Scalzi al flicorno e Alessandro Fiori alla voce nel brano Erbe selvatiche.
Il titolo dell’album assume quasi il tono di un’epigrafe: ciò che ci lega, paradossalmente, è la separazione. “Così quello che ci resta è la distanza”, come canta Benvegnù. È un album intimo, che volge lo sguardo ai mille universi interiori e alle molteplici sfumature dell’essere umano.
Trova il suo punto focale nei pensieri persistenti, nei ricordi, nei sogni, nei legami infranti, in un mondo iperconnesso. Nelle incrinature e nella rinascita; nel tempo che scorre e che spesso non riusciamo a vivere e percepire pienamente, nel qui e ora, perché imprigionati tra ciò che è stato o ciò che sarà.
C’è il richiamo della natura, in ogni sua forma – la pioggia, la luna, i fiori – che ci osserva, ci attraversa e ci avvolge.

Dal punto di vista sonoro, l’album si muove in una dimensione di cantautorato elettroacustico. Tappeti e bagliori elettronici si intrecciano costantemente – a volte più presenti, a volte appena accennati – con strumenti acustici e popolari: chitarre, basso elettrico, chitarra battente, flicorno, mandolino. Suoni ancestrali, contemporanei e futuribili si fondono, creando una dimensione al contempo corposa e rarefatta. Ballate di malinconia urbana e di fuga.
E ora addentriamoci nell’esplorazione di “Divergenze condivise”, composto da nove tracce inedite e due bonus track disponibili solo nella versione CD, con la voce dell’indimenticato Paolo Benvegnù nei remix di Polvere e Se fosse noi. Un viaggio sonoro che unisce introspezione e sperimentazione, celebrando al contempo la memoria di un grande artista che ha lasciato un segno indelebile.
L’album si apre con Ad un passo da te, brano sommesso e intimista che introduce con naturalezza la dimensione elettroacustica dell’opera. Arpeggi di corde e una sezione ritmica essenziale scandiscono lo scorrere del tempo con un ticchettio ineluttabile e fluido. L’incedere è greve, consapevole; il flicorno aggiunge un tono solenne al “crollo” annunciato.
La voce di Paolo Ferro ,cupa ma limpida, racconta una distanza ravvicinata eppure invalicabile, fatta di silenzi imbarazzati e di un latrare di cani che sembra colmare l’assenza delle parole.
Il brano seguente, Metaverso, secondo singolo, ci trascina in una dimensione parallela, dove la realtà si confonde con la sua proiezione digitale. Il brano si apre con un incipit di synth e una voce femminile fuori campo, quasi un annuncio pubblicitario o una presentazione in un centro commerciale: un artificio che ci catapulta subito in un altrove asettico e patinato, dove l’illusione prende il posto del vissuto.
Su questo sfondo si sviluppa una cantilena ironica e ipnotica, che alterna tensione e leggerezza.
La voce di Paolo Ferro si muove tra confessione e alienazione, mentre la base elettronica si fa pulsante e avvolgente, come una rete da cui è impossibile districarsi.
Il testo gioca sulla dicotomia tra vita reale e virtuale: “È il metaverso che vedo nello specchio/Quello non sono io, non posso essere io.”
Un’identità che si sdoppia e si dissolve, intrappolata nella fascinazione di un mondo artificiale dove il vero e il falso si confondono. Nel crescendo finale, il mantra “salto giù” diventa un loop ossessivo, quasi un cortocircuito emotivo e sonoro: un grido di resa e insieme un atto di liberazione. Metaverso, è così uno dei momenti più concettuali del disco, un viaggio lucido e disturbante nel nostro presente iperconnesso.

Contare sulla distanza è una ballata in bilico tra malinconia e introspezione, in cui l’elettronica e i delicati arrangiamenti d’archi dialogano con dolcezza. Rievoca, in un certo senso, il titolo dell’album: quella divergenza senza scampo.
Qui, però, la distanza assume un valore universale. Il brano tratteggia il ritratto di un essere umano lontano da sé stesso. Cosa siamo noi? “Cavalieri dell’ipotesi, crociati del potrebbe essere.” Siamo ammassi di cellule impazzite che espandono l’esistenza perdendo il contatto con le piccole-grandi cose: quei dettagli che danno valore e colore alla vita. Un brano profondo, colmo di visione e significato, che scava nel cuore dell’essere umano e nel vero senso della vita; uno dei vertici emotivi dell’album.
Con Erbe selvatiche arriviamo al momento dell’ospite speciale: Alessandro Fiori, o Infinitoalessandrofiori, come recitava il titolo della canzone che Benvegnù gli aveva dedicato.
Cantautore, musicista, scrittore e pittore, la figura di Fiori è indissolubilmente legata a quella di PaoloBenvegnù; lo stesso Fiori gli ha dedicato il suo libro Gite; nella prefazione Alessandro racconta che Paolo “sapeva di riparo”.
In questo disco-omaggio, la sua presenza si fa dono: un gesto colmo di senso e significato. Il brano dalle tinte principalmente acustiche mescola lirismo e intensità emotiva.
La voce di Fiori che si alterna e si unisce a quella di Paolo Ferro, aggiunge un contrasto poetico che amplifica il senso di nostalgia, rendendo Erbe selvatiche uno dei momenti più simbolici dell’album.
Dopo il tuffo al cuore di Erbe selvatiche, veniamo catapultati, come astronauti nel ciberspazio, tra le onde pulsanti e sintetiche di La luna sopra me. Brano totalmente elettronico, dilatato e distorto; comunica un senso di urgenza e agitazione continua, dove le sonorità si rincorrono come impulsi di una macchina emotiva.
Le frasi, solo in apparenza sconnesse, si trasformano in versi ossessivi, ripetuti come un mantra digitale, mentre la luna osserva dall’alto, muta testimone di un’inquietudine interiore che non trova requie.
A seguire, il calore di corde acustiche dell’intro ci accoglie in Spalle coperte, presto raggiunto da divagazioni elettroniche. Il brano unisce calore melodico e attenzione ai dettagli strumentali, con il flicorno a donare un’eloquenza malinconica e raffinata.
A metà percorso, una tenue voce femminile si intreccia a quella di Paolo Ferro, intensificando la malinconia del brano.
Verso la fine, la melodia si lascia trascinare da una deriva elettronica, che ci accompagna sino alla conclusione come una corrente ipnotica. È una ballata di malinconica consapevolezza, un altro viaggio nei dissidi interiori dell’essere umano.
Cerco lacrime è un momento fragile e introspettivo, con tensione emotiva che si stempera in morbide sonorità elettroniche, “come un film mai girato e che mai si girerà”. Dall’intimità fragile di Cerco lacrime, l’album ci proietta in Tutto cade, dove l’intensità cresce rapidamente. L’incipit è scandito da battiti elettronici e da una chitarra avvolgente; nel corso del brano, la voce, a tratti effettata, si intreccia a echi e parole sparse in spoken word. Il testo sembra una meditazione sul ciclo inevitabile della vita: “E come cercare che la foglia non cada (…)Tutto cade per morire/ Tutto cade per rinascere”.
Pioggia calma chiude il ciclo degli inediti. Il brano si apre con il suono della pioggia e dei tergicristalli, evocando l’immagine di una persona seduta in macchina, persa nei propri pensieri.
Principalmente acustico, il pezzo si muove su tonalità sommesse e lievi, con strumenti a corda dal profumo tradizionale e popolare che ci riportano indietro nel tempo. Il brano sembra essere la metafora di una resa, che in realtà si rivela una vittoria interiore: lo è sempre quando si lascia andare ciò che non è destinato ad essere nel nostro cammino. Come suggerisce il testo: “Pioggia calma, adesso”.

Siamo giunti ora alla parte più difficile di cui parlare. Polvere e Se fosse noi, nella loro “rinata” veste elettronica, generano mille suggestioni contrastanti e profonde.
Sarebbe bello pensare che queste due canzoni siano una porta verso le stelle, un varco per poter raggiungere ancora Paolo Benvegnù, almeno per un istante. Ma siamo qui. Lasciamolo brillare, per sempre, nei nostri cuori.
Grazie a Paolo Benvegnù, per ciò che è stato e per ciò che continuerà a essere attraverso chi ne tramanderà il valore e la memoria.
“Divergenze condivise” è un’esperienza di ascolto che unisce introspezione, sperimentazione e malinconia, oscillando tra delicatezza acustica e tensione elettronica. Gli Òvera dimostrano una notevole audacia e libertà artistica, capaci di fondere con naturalezza cantautorato, elettronica e strumenti acustici, creando un linguaggio sonoro personale.
L’album diventa una dedica emozionante, capace di lasciare un segno profondo e duraturo in chi lo ascolta. Non ultimo, è un disco che non si limita a rendere omaggio, ma che rinnova — con rispetto e coraggio — l’eredità di una voce e di una visione che hanno segnato la musica d’autore italiana.
Tracklist:
01. Ad un passo da te
02. Metaverso
03. Contare sulla distanza
04. Erbe selvatiche (ospite Alessandro Fiori)
05. La luna sopra me
06. Spalle coperte
07. Cerco lacrime
08. Tutto cade
09. Pioggia calma
10. Polvere (Vinylistic Rmx) (ospite PaoloBenvegnù)
11. Se fosse noi (Vinylistic Rmx) (ospite PaoloBenvegnù)


