Happy Birthday: Giugno 1996 “ÜST” Üstmamò

Giugno 1996. Mentre le classifiche stanno celebrando il solito pop melodico e iper-commerciale dell’epoca, io orbito in tutt’altra galassia: tra le mie mani luccica, felicemente, il terzo album degli Üstmamò, ÜST, un disco che in quell’anno riuscirà a spingersi fino al venticinquesimo posto dei più venduti.

La copertina è l’essenza emiliana del gruppo. C’è la Pietra di Bismantova, montagna sacra, gigantesco altare a cielo aperto per comunicare con gli dei. La campagna ai suoi piedi è posata nell’acqua, con nuvole scure all’orizzonte. L’immagine e il titolo sono inseriti dentro un Uroboro, il serpente antico che divora se stesso per rinascere, simbolo di infinito ritorno. È il loro manifesto: le radici profonde nella roccia di casa che si mescolano a simboli di natura e mito, abbracciando gli elementi universali. Guardare quell’artwork significava capire al primo sguardo che l’Appennino continuava ad essere stabilmente il centro del loro personalissimo universo musicale.

Un’attitudine nata e cresciuta proprio tra quelle montagne, sotto il marchio de I Dischi del Mulo, etichetta fondata qualche anno prima per volere di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni (CCCP / C.S.I.). Questa realtà — che nel ’94 si era fusa con Sonica per dare vita al Consorzio Produttori Indipendenti — era radicata sull’Appennino reggiano e dimostrava una cosa semplice: si poteva fare musica di livello partendo dalla provincia. Per gli Üstmamò, i Dischi del Mulo sono stati l’incubatrice ideale, un luogo dove il mulo — animale testardo, abituato alla fatica, ai sentieri impervi e poco incline a farsi domare — diventava il simbolo perfetto.

ÜST è il terzo album degli Üstmamò — Mara Redeghieri (voce), Luca Alfonso Rossi (basso, banjo, batteria elettronica, programmazione, cori), Ezio Bonicelli (chitarra, violino, sintetizzatori) e Simone Filippi (chitarra, cori) —. Un lavoro che si discosta dalle radici folk rock e dall’uso del dialetto (presente qui solo in Biguldun) dei due dischi precedenti, per condurci lungo sentieri trip hop e dream pop. Alla produzione troviamo Roberto Vernetti, già al lavoro in quegli anni con Aeroplanitaliani, Casino Royale e Daniele Silvestri.

È l’album della svolta sonora e testuale: se nei primi due lavori la scrittura dei testi era condivisa all’interno della band o fortemente influenzata dall’orbita di Giovanni Lindo Ferretti, con ÜST Mara si appropria della penna in modo totale e definitivo.

Pur avendo amato anche i lavori precedenti, trovo questo album privato di quelle asprezze e di quei lati forse un po‘ acerbi, per lasciare spazio a un’eleganza che mantiene comunque intatta la vocazione iniziale del gruppo.

Una delle più belle voci della musica italiana unita ad un raffinatissimo lavoro compositivo e d’arrangiamento, ha creato la magia di un album meraviglioso, in cui ancora oggi ritrovo una forza catalizzatrice.

Questo è un album “femmina”, permeato dalle visioni del “maramondo”. I suoi testi in questo disco diventano intimi, magnetici, notturni, capaci di spaziare dall’universo femminile al sociale, stregandoci con ritmi e vocalità ipnotiche. Un’evoluzione sorretta ed esaltata da tappeti musicali in grado di sostenere perfettamente queste visioni fluttuanti.

Ad aprire è Cuore/Amore, una ninna nanna notturna e viscerale che esordisce con il sitar. Il brano spoglia la rima più banale del pop italiano e le dona un vestito completamente nuovo: accostati a “Padre/Madre”, quei versi diventano come la Pietra di Bismantova: fondamenta, porto sicuro e stabile, due piedi ben radicati nell’appartenenza alla propria linea genealogica.
Mara ci fa entrare nell’intimità della sua essenza. Sebbene si dichiari “verde acerba, non ancora cresciuta”, emerge tutta la forza dell’universo femminile: quel districarsi tra “fili di rosespine” irrompe con la dichiarazione certa e potente: “sono di notte fonda”. È lo spazio del silenzio dove emerge l’essenziale, o lo spazio erotico dove fondersi in un senso di unità.

C’è tanto sesso e femminilità in questo disco, in tutte le sue sfaccettature. Baby Dull apre con percussioni avvolgenti: abbandonate le profondità del brano precedente, si sale brutalmente in superficie, ma con una visione stereotipata del femminile. Questo brano evoca immediatamente le atmosfere inquietanti de La fabbrica delle mogli (The Stepford Wives), quel film in cui le mogli vengono sostituite da robot sottomessi, impeccabili e telecomandati a uso e consumo dei mariti. Emerge il cliché della femminilità da copertina: “così pulita e buona… dolce candita di panna montata… non caga neanche”.

Dal feticcio della plastica di Baby Dull si passa a Memobox, l’antenato analogico delle attuali app d’incontri. Mara apre questo confessionale mediatico e, sopra un loop dub ipnotico, dà voce alle “scatole dei desideri”, a quel disperato bisogno umano di trovare una voce nell’etere per “darsi un po’ di pace”, sconfiggendo e appagando le fantasie della notte. Nel testo troviamo tutte le inclinazioni del desiderio, comprese le ipocrisie borghesi (“Sposato, ma deluso… cerca amico nerboruto purché riservato”), fino alle richieste più schiette e disperate (“vorrei sinceramente essere frustato piano”). Il tutto, naturalmente, in “ambiente distinto, massima riservatezza”. Qui emerge tutta la sensualità di Mara, che si presta magnificamente all’interpretazione del brano. Mi ha sempre colpito il video di questa canzone: vi compare una Mara truccatissima, un’immagine inedita che la rende distante dal suo solito look acqua e sapone.

Arriviamo dritti al cuore, uno dei pezzi più umanamente intensi del disco. Abbandonate le urgenze e le carnalità di Memobox, gli Üstmamò con Canto del vuoto ci immergono in una dimensione esistenziale e fluttuante. Qui la sezione ritmica quasi scompare, si fa lentissima, dilatata, in un ambient dub che asseconda il concetto del “perdere tempo” e del “dondolare” del testo, un’elettronica minimale e sognante. Particolare l’impegno vocale di Mara nelle lunghe frasi, che richiedono punti ben precisi per riprendere il respiro e proseguire.

Cambiamo totalmente registro con Indice di borsa (featuring Europeiani) cantata da Luca Alfonso Rossi. Una ritmica quasi ossessiva, che strizza l’occhio al raggamuffin, sposta l’attenzione ad una critica sociale diretta: “Uomini tristi del libero mercato”, gli “indici di borsa” e quel riferimento neanche troppo velato all’impero televisivo e finanziario dell’epoca (“Fininvest invest invest“).

Se prima c’era la critica al mercato e ai soldi, con Schermo splendente entriamo nella riflessione ipnotica, quasi profetica, sulla dipendenza dagli schermi, dalla televisione e dalla realtà virtuale (ricordiamoci sempre che siamo nel 1996, in pieno boom della “medialità” e ai primi albori di internet). Il “condottiero virtuale”, “messaggero perfetto” e “luce di verità” potremmo tranquillamente traslarli alla nostra quotidianità dominata dagli smartphone e alla consultazione IA.

Divinizzato come un moderno Re Mida, lo schermo agisce “dietro a un vetro, dentro la testa”, spegnendo e accendendo la coscienza, fino a fagocitare l’ascoltatore in quel mantra finale ripetuto allo sfinimento: “Luce dei miei occhi Specchio degli specchi Mente che riflette Ripetutamente”. Un’alienazione circolare che descrive, trent’anni prima, il nostro attuale scrolling quotidiano.

Biguldun è la parentesi dialettale del disco, Bighellone, cantata da Simone Filippi. Un’attitudine più rock e ruspante rispetto al resto del progetto.

Ci portiamo verso la fine dell’album, con Onde sulle onde: il suo ritmo incalzante lascia spazio a un accompagnamento acustico sul finale. C’è un senso di rassegnazione davanti alla stupidità umana che si ripete identica a se stessa, tanto quanto il moto delle onde.

Chiude la “versione resistente” di Siamo i ribelli della montagna, così chiamata in quanto presente nella compilation Materiale Resistente del CPI, che raccoglieva i canti della Resistenza reinterpretati; in origine il brano era un duetto tra i Disciplinatha e gli Üstmamò. Tra cori e violino elettrico, il pezzo si sviluppa fino al finale in loop “Aldo dice 26/1”: una delle frasi in codice più famose, emozionanti e decisive del Novecento italiano, utilizzata per far scattare l’insurrezione generale e finale contro i nazifascisti.

C’è un motivo se ho deciso di invertire l’ordine e tenere la penultima canzone per ultima. Il fatto è che un pezzo di una bellezza e delicatezza così disarmanti non è un semplice brano: è il vero, perfetto finale del disco.

Piano con l’affetto è un capolavoro di tensione emotiva. Introdotto dal rumore di un temporale ed un ticchettio persistente, che ha il sapore di una bomba ad orologeria.
Il brano racconta la dipendenza affettiva e il senso di soffocamento all’interno di una relazione tossica: “Tu mi inietti succhi diabolici / Io non possiedo antidoti”.

È la modalità con cui lo fa che mi colpisce: senza rabbia, senza urlare, ma con una capacità di Mara di rendere il senso del brano attraverso un’interpretazione dalla tensione drammatica e claustrofobica. Il pezzo oscilla tra il bisogno viscerale dell’altro e il terrore di esserne completamente annullati. L’affetto, qui, non è cura, ma possesso e controllo: “Vacci piano con l’affetto / Potresti uccidermi così”.

La ripetizione ossessiva, nella recitazione sofferta di “Lasciami” sul finale, suona come un mantra di sopravvivenza: il momento esatto in cui si cerca di rompere la gabbia prima che sia troppo tardi. Torna il ticchettio, questa volta, forse, i minuti alla fine sono contati.

In un Paese in cui la cronaca familiare continua a registrare le ferite del possesso e del controllo, il finale di questo brano diventa quasi una preghiera collettiva. Quel “Lasciami” ripetuto da Mara non è solo il grido di una canzone, ma il disperato bisogno di aria di chiunque cerchi di salvarsi la vita.

ÜST è un disco che culla con le melodie, ammalia con i synth e scava nella storia, nei tormenti e nelle fragilità umane. Unendo i campionamenti di Bristol alla terra dell’Appennino reggiano, l’album resta un’opera che, anche a distanza di anni, mantiene la sua forte impronta identitaria. E’ un viaggio che parte dalla memoria storica e collettiva e si chiude nell’intimità di un’umanità nuda, fragile. Ci lascia riflettere se siamo condannati ad assistere all’infinito agli stessi errori storici, e se l’unica vera via d’uscita ai tormenti personali sia imparare ad arrenderci: trovare un posto caldo, nel mezzo della notte, dove accogliere e fluttuare con le nostre fragilità.

Tracklist:

01. Cuore/Amore
02. Baby Dull
03. Memobox
04. Canto del vuoto
05. Indice di borsa
06. Schermo Splendente
07. Biguldun
08. Onde sulle onde
09. Piano con l’affetto
10. Siamo i ribelli della montagna (versione “resistente”)