A pochi mesi dalla pubblicazione del bellissimo “Rifiorirai” di cui abbiamo già raccontato l’incanto su queste pagine, AKA5HA torna con un nuovo lavoro intitolato “Non È Uno; Sono Due”. Un EP di cinque tracce, intime e delicate, che cristallizzano una poetica minimale e profonda: una cifra stilistica ormai consolidata per questo esponente di punta dell’elettro-cantautorato indie.
Il disco sboccia all’interno del sodalizio artistico con Tanca / Trovarobato, realtà che si confermano porto sicuro e garanzia di ricerca sonora per il percorso dell’autore. In questo alveo protetto, la produzione artistica è firmata a quattro mani da AKA5HA insieme a IOSONOUNCANE – uno degli artisti più influenti della nostra scena indipendente – e sceglie la strada del minimalismo per guadagnare in profondità. È un lavoro che procede togliendo strati per arrivare al cuore denso del suono: se in Rifiorirai avevamo iniziato a conoscere i suoi colori ora vividi ora tenui, qui i toni più intimi vengono isolati con precisione chirurgica e posti al centro della scena.
Il pianoforte e la voce, spesso manipolata da filtri, diventano così i protagonisti assoluti di un affresco sonoro essenziale. Matteo Castaldini, in arte AKA5HA, si conferma un artista totale, capace di curare ogni aspetto del processo creativo — dalla scrittura alla produzione, passando per il piano, l’elettronica e la chitarra elettrica — per dare vita a un’estetica granulosa e sospesa.

È una visione che trova il suo specchio fedele nell’artwork di Alessandro Tuccillo e Alessia Zucca: come in quell’immagine sgranata che affiora dalla neve, la poliedricità dell’autore non serve a riempire i vuoti, ma a definire i contorni di un’assenza.
Attraverso queste cinque tracce, veniamo così invitati in un viaggio solitario, sottovoce e deliberatamene dimesso, eppure profondamente accogliente. È un’immersione in un universo emotivo dove la solitudine non è vuoto, ma spazio di narrazione: un luogo abitato da testi ermetici e minimali, dove la parola non spiega ma suggerisce, lasciando che siano i silenzi e le risonanze a completare il senso del racconto.
L’apertura del disco è affidata a Moon boot, un brano intriso di amaro disincanto. L’artista dà voce a sguardi esterni che spronano il protagonista, mentre la realtà si sgretola in un verso di una sincerità disarmante: “scusa amore mio/avevi ragione/ormai cerco solo qualcuno/con cui morire”. È la resa che si fa poesia, il rifiuto di una promessa universale di gloria a favore di una verità più nuda e umana.
Il racconto prosegue con Ventimila passi, fulcro emotivo dell’intero lavoro. In uno spazio sonoro raccolto, dove un delicato fraseggio di chitarra si intreccia alla fragilità di una diamonica giocattolo, l’autore affronta l’impossibilità di mentire a se stessi. Il brano è un’invocazione che cerca una via d’uscita: “ventimila passi nel cuore mio /indicami la forza che spezza le linee/che colori le colpe le braccia le mani/ che tenga i segreti come fanno gli animali”. Questa tensione emotiva culmina in un vocalizzo finale liberatorio trasformando la colpa in una ricerca di istinto e purezza.

Con Il monte l’EP entra nel suo territorio più sperimentale e destrutturato. Qui la forma canzone si sfalda: la voce e l’harmonizer fluttuano in uno spazio meditativo, rarefatto, dove il testo si fa criptico e magico: “vola vola giù dal monte viola/quando la nuvola scalcia cambia storia/non è bene non è male non è cosa/e per caso si per molto ancora”. È un momento di sospensione che non cerca giudizio — “non è bene non è male” — e che si dissolve in modo suggestivo nel suono concreto di passi che affondano nella neve, lasciando che sia il silenzio bianco del paesaggio a chiudere il capitolo.
In Anne l’atmosfera cambia bruscamente: il disco abbandona la sospensione meditativa e sperimentale per assumere una forma più diretta e fisica. È qui che compare, per la prima volta, una batteria pulsante. Il brano è un crescendo febbrile dove il pianoforte e la voce si scontrano con chitarre elettriche distorte e un’armonica glitchata, mutando in un’urgenza che si fa carne, un sussulto che incrina la calma apparente del disco: “Annegherei/troppo violento/travi di pietra/ora che faccio”. Un urto emotivo che rompe gli indugi e mette a nudo la tensione dell’opera.
Il viaggio si conclude con Persona 2, il brano che concentra tutta la rabbia esistenziale del progetto in una struttura lunga e dinamica. È un finale inquieto, che vive di contrasti violenti: a momenti di estrema sospensione, affidati solo a pianoforte e voce, si contrappongono improvvise esplosioni di violoncelli distorti e sintetizzatori taglienti. In questo caos controllato, il cantante grida un distacco definitivo: “io non so la lingua/non provo più meraviglia”. È il punto di rottura finale, dove la disillusione si fa suono prima di spegnersi.

Dalle disillusioni di Moon boot alla lucida estraneità di Persona 2, “Non È Uno; Sono Due” è una parabola discendente (o forse un’ascesa?) verso il centro nudo delle emozioni. L’artista ci lascia così: con i piedi nella neve e le orecchie ancora tese verso quei vocalizzi che spezzano le linee del cuore. È un disco che non si ascolta semplicemente, ma si abita, accettando il rischio di affogare tra le sue “travi di pietra” per poi riemergere, infine, un po’ più veri.
Tracklist:
01. Moon boot
02. Ventimila passi
03. Il monte
04. Anne
05. Persona 2


