“Welcome to Blue Town” – Blue Town

Vogliamo per una volta partire dalla fine. “Welcome to Blue Town”, disco che segna il ritorno sulle scene dei pugliesi Blue Town è stupendo e merita di essere conosciuto dal maggior numero di persone possibili.

Questo giudizio non è dato sull’entusiasmo del momento e affrettato a causa di un ascolto distratto; al contrario, questa dichiarazione è dovuta all’immediatezza della proposta ma anche al fatto che un disco di questo genere è ciò che ci si augura che capiti più spesso. Lo inserisci nel lettore e lo ascolti a ripetizione senza saltare alcuna canzone.

Ma entriamo un po’ più nel dettaglio.
I Blue Town sono un gruppo di Trani che presta omaggio, già dalla ragione sociale, alla propria cittadina. Il blu intenso è il colore del mare e del cielo, ma anche una tonalità da sempre associata a malinconia, calma, fiducia e pace. Evoca un senso di infinito e credo che tutto questo sia ben rappresentato in questo nuovo album che è un omaggio profondo al proprio luogo natio. Il quartetto (che nelle precedenti proposte si presentava come trio), composto da Michele Amoruso, Vittorio Monticelli, Francesco Porro e Lorenzo Coratella, ha qui raggiunto una maturità compositiva ed espressiva che si spera possa viaggiare di pari passo con un meritato successo.

L’opera si apre con l’omonima Welcome to Blue Town, dove ad accoglierci troviamo in sottofondo delle voci di bambini e una chitarra acustica che mi rimandano con la memoria alla proposta dei Blueboy e del loro esordio “If Wishes Were Horses”. L’incipit rappresenta solo la quiete prima della tempesta, poiché la successiva The New Park mette subito in chiaro le cose. Gli intrecci di chitarra e la voce cangiante spiazzano l’ascoltatore. Quello che sembra partire come un pezzo recitato, come ad esempio il registro di Emidio Clementi dei Massimo Volume, cede il passo a un cantato espressivo. Sei casa ovunque, per me…, è ciò che resta nel testo di una canzone ben sostenuta da una sezione ritmica che dialoga perfettamente e un basso in chiave dub.

L’Esprit de L’Escalier è il primo estratto e conferma tutto l’amore della band per il genere shoegaze, qui molto vicina a coordinate My Bloody Valentine. Ma la citazione potrebbe fuorviare, poiché il pezzo non si esaurisce in una semplice replica del genere che fu.
Qui le sonorità new wave sono evidenti e le voci non si limitano a veicolare l’emozione dello strumentale, ma introducono dei testi che valgono la pena di essere citati. “Ripiombando verso il blu, stringi una figura / Vorrei solo un round in più / Non ho fatto in tempo, forse è spento o forse lo contrasto / anche se ogni tanto poi non ci ripenso, forse sono solo stanco e non mi va / Elaborare in fretta. Scorre nella mente / Mai nella realtà, via di qua”!.

La seguente Seamus rallenta l’impatto emotivo ma velocizza le chitarre, qui spinte da uno strumentale prettamente post-punk emozionale fatto di cambi di umore e di tempo.

Nel giro di boa della raccolta si torna al cantato in italiano con Lost in Conversations, che, per chi scrive è la vera perla del disco. La traccia, costituita da una bella linea di chitarra è qui ben supportata dal basso e da voci malinconiche che verso metà canzone creano l’atmosfera giusta prima dell’esplosione finale. Qui il corto circuito emozionale è da brividi, soprattutto quando il basso apre le danze e dà il là alla coda strumentale, mentre una voce sofferta, tra le distorsioni, canta: “Mi vedo nel mondo, il bene mi avvolgerà. Nel tempo e domani vediamo cosa c’è”. Da pelle d’oca.

Good Impression offre ancora emozioni forti attraverso una chitarra che non si discosta molto dalle coordinate di Nick McCabe e dei primi Verve, quelli più psichedelici di “A Storm in Heaven”. L’esplosione finale è sempre in chiave shoegaze con abbondante uso di distorsioni.

Holidays è un altro momento di malinconia; forse la canzone più ordinaria della raccolta e che potrebbe ricordare qualcosa del brit pop che fu.

Il secondo e ultimo singolo è posto in conclusione del disco. Si tratta di You Have to Run Away, una ballad ipnotica e stratificata dove si può apprezzare il dialogo tra le due voci, vera forza portante di una band che si muove in territori ad oggi convenzionali (shoegaze et simila), in modi del tutto anticonvenzionali, e il risultato è un lavoro che suona fresco, originale e pronto ad esplodere nei vostri stereo.

Non sottovalutate i Blue Town e il loro sound avvolgente e coinvolgente.

Tracklist:

01. Welcome to Blue Town
02. The New Park
03. L’esprit de l’Escalier
04. Seamus, 1996
05. Lost in Conversations
06. Good Impression
07. Holidays
08. You Have to Run Away

Foto Flavia De Lucia