Cantautore, scrittore e fine narratore della canzone d’autore, Simone Avincola – in arte semplicemente Avincola – ha pubblicato gli album in studio “Il giullare e altre storie“ ( EP del 2009), “Così canterò tra vent’anni “ (2014) Km 28 (2015), fino ad arrivare a “Turisti “ (2021) – che lo ha visto sul palco del Festival di Sanremo con il brano Goal! – e al più recente “Barrì“ (2023).
Da sempre attento alla memoria storica della canzone italiana, Avincola ha firmato anche il docufilm “Stefano Rosso – l’ultimo romano“. Il lungometraggio è dedicato alla figura colta e ironica del cantautore trasteverino. Vincitore del Premio De Rosa, del Premio Pivi SIAE e del Premio MEI Cinema nel 2013, il film ha ottenuto ottimi riscontri di critica, confermando la spiccata sensibilità di Avincola nel riscoprire le gemme nascoste del nostro patrimonio culturale.
Questa sensibilità trova oggi il suo culmine nel progetto che Avincola ha dedicato a Enzo Carella, composto dal libro “Dolce tu per tu” e dall’album “Avincola canta Carella” (TotoSound / Akkasamia), premiato con la Targa Tenco come “Miglior album di interprete”.

Carella è stato un genio rimasto a lungo sommerso: un artista che non rincorreva le mode o il successo, ma unicamente il suo essere a contatto profondo con la musica. La forza delle sue canzoni risiede nel suo timbro graffiato e sussurrato, di una delicatezza unica, unito al sodalizio con Pasquale Panella, paroliere strepitoso che successivamente firmerà i celebri “album bianchi” di Lucio Battisti.
I testi scritti da Panella per Carella sono di un’ironia acrobatica, a volte filastrocche surreali difficilissime da interpretare senza risultare pretenziosi.
Dopo il secondo posto al Festival di Sanremo 1979, Carella ha vissuto una notorietà che non è rimasta nel tempo: complice forse troppa avanguardia per l’epoca, o forse i lunghi silenzi intercorsi tra un disco e l’altro della sua discografia. E’ mancato all’età di sessantacinque anni nel 2017.

Un patrimonio unico che, tuttavia, non è mai andato perduto. Negli anni, la musica di Enzo Carella è stata protetta e tramandata attraverso una serie di omaggi preziosi e mirati, capaci di attraversare generi e generazioni.
Tra le diverse cover fatte negli anni, già nel 2011 gli Smogmagika pubblicavano la loro versione di Malamore, seguiti nel 2012 da Colapesce che ne rileggeva Parigi, e nel 2014 da Bengi dei Ridillo che ne intercettava il groove rileggendo Barbara, seguito poco dopo dalle celebri versioni di Malamore firmate da Colapesce e da I Camillas nel 2015, e da Riccardo Sinigallia nel 2019, fino alla rilettura intima di Tommaso Novi (ex Gatti Mézzi) nel 2021.
Proprio in quell’anno è arrivato anche il primo vero progetto strutturato: l’EP “Ho freddo al naso” del cantautore siciliano Oratio, che ha radunato nomi di peso della scena indipendente come Dente, Nicolò Carnesi, Cipo (Cecco e Cipo), i Rojabloreck e Miranda per reinterpretare i suoi brani. Un fascino, quello di Carella, rimasto così contemporaneo da spingersi persino nei club nel 2024, grazie alla versione electro-disco di Malamore firmata da Lele Sacchi ed ELASI.
Di questa eredità, ma soprattutto dell’enorme lavoro di ricerca e riscoperta necessario per dare vita a un progetto così prezioso – diviso tra le pagine del libro e i solchi del vinile –, ho parlato direttamente con il protagonista di questo meritevole tributo artistico. Ecco cosa mi ha raccontato Avincola.

Ciao Simone, innanzitutto complimenti per la Targa Tenco! È una vittoria bellissima, per te, ma anche per Enzo Carella e Pasquale Panella. Ti aspettavi che il tuo atto d’amore verso questo artista geniale venisse accolto con un plebiscito simile dai giornalisti?
Innanzitutto grazie.
Si dice sempre: “non me l’aspettavo!” ma in effetti è proprio così. Ho creduto e credo profondamente in questo progetto, ma addirittura che l’album venisse considerato attualmente il più bell’album d‘interprete del nostro Paese… beh.. non era proprio nei miei pensieri.
Entriamo un po‘ in questo progetto dedicato a Carella. Hai selezionato quattordici canzoni dai sei album che compongono la discografia in studio di Enzo, immagino non una scelta semplice! Sono ovviamente presenti le hit, ma come hai scelto le altre gemme che confermano la genialità della collaborazione Carella & Panella?
Sì, ho deciso di prendere alcuni brani di tutti gli album di Enzo e posizionarli in maniera cronologica, proprio per dare una sensazione di racconto e per far percepire come la musica e la scrittura siano cambiate nel tempo.
La scelta dei brani meno conosciuti è stata una sofferenza; fosse stato per me le avrei riproposti tutti! Per cui mi sono lasciato accompagnare dolcemente da ciò che più mi emozionava quando prendevo la chitarra e le suonavo a casa per me.
Tutti gli ospiti che hai scelto per questo album – Dente, Ciliari, Anna Castiglia, Mille –hanno un’identità vocale delineata. Cantare Carella non è come cantare qualsiasi altro classico italiano: i testi di Panella sono pieni di trappole, giochi di parole e metriche imprevedibili. Ci racconti qualcosa di queste collaborazioni?
Ritengo che un progetto simile sia molto delicato, per cui c’è bisogno che venga circondato da artisti puri, che non abbiano doppi fini e che sappiano benissimo di cosa stiamo parlando. Li ringrazio molto per aver abbracciato questa idea con le loro belle interpretazioni.

Credo che tu abbia fatto un lavoro musicale molto rispettoso, hai dato una veste contemporanea agli arrangiamenti mantenedone l’identità originaria. Un equilibrio che ho apprezzato molto!
Ti ringrazio molto perché questa è una cosa a cui tenevo. È lo stesso modo che ho di costruire le mie canzoni: custodirne il nucleo, dando loro la possibilità di muoversi in un mondo apparentemente diverso dal proprio habitat naturale.
Ho visto il tuo bellissimo live accompagnato dai musicisti che hanno suonato con te nel disco: Edoardo Petretti (tastiere), Toto Giornelli (basso) e Luca Monaldi (batteria). Enzo Carella su spotify ha 80000 ascoltatori mensili, come reagisce il pubblico giovane a questa proposta?
Approfitto per ringraziare pubblicamente i miei amici musicisti che hanno mischiato i loro cuori e le loro capacità tecniche mantenendo un equilibrio fondamentale per la riuscita di questo album.
Venendo alla domanda, il pubblico giovane reagisce molto bene, alcuni sono stupiti che si tratti di un artista degli anni’ 70, altri lo amano da sempre. Il pubblico c’è e gioisce, il discorso semmai è che ci vorrebbe chi promuove progetti alternativi come questo, altrimenti in tanti non ne vengono a conoscenza. Io sono orgoglioso e doppiamente emozionato per aver fatto tutto completamente da solo, e ad oggi mi ritrovo con un libro bestseller su Amazon e un album che vince la prestigiosa Targa Tenco. Questo vuol dire che si può fare, è faticoso ma non impossibile se lo si fa senza doppi fini.

A distanza di quasi cinquant’anni dai suoi esordi, l’ascolto dei suoi brani regala ancora immensa ricchezza di emozioni, grazie a testi incredibili, alla sua voce unica e ad arrangiamenti pazzeschi. Enzo non era solo un bravo interprete, ma un musicista raffinato.
Nel tuo libro ci sono anche racconti esilaranti, legati al senso del ritmo personalissimo e visionario che comunicava Enzo, dal “Totìtto” alla pennata “Cre -Cre”, fino al funky di Prince. Qual è stata la sfida più grande nel tradurre e riarrangiare oggi questo suo personalissimo codice ritmico e armonico senza perderne l’anima originale?
Devo dirti che non l’ho mai vissuta come sfida, semmai come un godimento. Io mi sono tuffato nel suo mare con una barca tutta mia. Ad ogni onda, accarezzavo piano l’acqua per godermi il viaggio.
Nutro un amore sconfinato per Enzo Carella, e ti ringrazio di cuore per questa ricerca così minuziosa, in cui si avverte uno slancio poetico bellissimo.
Per scrivere il libro sei partito proprio dai crediti dei vinili, rintracciando i musicisti dell’epoca, gli amici e i parenti per ricostruire la sua storia umana e musicale. Già da solo questo lavoro ha un valore immenso.
Oltre al ritratto di Enzo, però, emerge anche lo spaccato di una Roma d’altri tempi e di un modo di vivere così lontano dal nostro, anche nell’idea di produzione musicale (siamo in pieno periodo d’oro della RCA). Immergendoti in queste testimonianze, che idea ti sei fatto di quel preciso contesto sociale, culturale e musicale?
Beh, dico spesso che io sono nostalgico di un periodo che non ho mai vissuto e forse lo idealizzo un po’ ma – diciamoci la verità – l’amore per la cultura era fortissimo, la musica poi non ne parliamo. Si sperimentava in ogni dove. La discografia ti produceva quattro album prima di – eventualmente – stracciarti un contratto. Qualcuno potrebbe dire: “sì, ma prima c’erano più soldi”, e io trovo che sia proprio una stronzata. Le economie quando si vogliono trovare si trovano. Qui manca il coraggio e poi c’è profonda ignoranza da parte di chi dovrebbe e potrebbe produrre novità.
Per descrivere Enzo, persone diverse in periodi diversi hanno usato in maniera ricorrente questi aggettivi: sornione, scanzonato, stravagante, simpatico, riservato, sulle nuvole sfuggente, sensibile, autentico, naif. Chi anche chi l’ha descritto “chiaroscuro” e “con afflato mistico”.
Possiamo averne un’idea guardando il video della sua partecipazione a Sanremo 1979 diventata iconica, che gli valse il 2° posto. Dopo aver scavato così a fondo nella sua vita, tu che idea ti sei fatto della sua personalità?
Io mi sono fatto l’idea di un uomo semplice che – semplicemente – amava la musica e sapeva perfettamente di cosa fosse capace.
Il tutto poi veniva miscelato dalla sua personalità mai spigolosa, semmai direi a tratti introversa, impregnata di timidezza e ironia. E poi era un artista autentico che faceva musica a prescindere dal mercato. Insomma, direi che avremmo tanto bisogno di un Enzo Carella oggi.

Per il titolo del libro hai scelto proprio una frase tratta da Barbara. E‘ un omaggio a tutti gli incontri che costellano e danno vita alle pagine?
“Dolce tu per tu” mi sembrava perfetto come titolo. È così che ho immaginato il libro fin dall’inizio, e così è stato. Sono stati tutti dolcissimi, felici ed emozionati nel regalarmi i loro ricordi. Qualcuno ha anche pianto mentre pescava dal cuore i propri pensieri.
Ancora oggi vengono ad ascoltare i miei concerti, e allora li faccio alzare in piedi per salutarli con un applauso. Non li ringrazierò mai abbastanza.
Per la copertina invece ti sei affidato ad Hurricane (Ivan Manuppelli) che ha realizzato una caricatura di Enzo con molti riferimenti al mondo di Carella. Ho letto un richiamo alla cultura visiva di quegli anni in cui Walter Molino – uno dei nostri più importanti illustratori e caricaturisti – dipingeva i personaggi dell’epoca, è così?
Con Ivan, che ritengo essere un vero geniaccio, abbiamo convenuto che sarebbe stato bello ispirarsi un po’ al mondo di Andrea Pazienza e Bonvi. Un surreale che si concilia con gli immaginari poetici di Pasquale e quelli musicali di Enzo. Ha fatto un lavoro meraviglioso, soprattutto lo ha fatto col cuore, felice anche lui di contribuire alla rinascita carelliana!

Nel libro in molti raccontano della sua facilità a scomparire. Nel 2011 Enzo fece la sua ultima apparizione televisiva a I migliori anni. È un momento che oggi è praticamente introvabile. Incorniciato per tre minuti nella TV generalista, la stessa manifestazione del sentirsi fuori posto, come negli anni del successo. Tu hai presente quel momento? Che idea ti sei fatto del rapporto obliquo che Enzo ha sempre avuto con la televisione?
Sì, me lo ricordo. Non era felice di andare, lo fece perché in quel momento aveva bisogno. Quel momento è stato triste e tenero dal mio punto di vista, e forse mi ha acceso dentro un po’ di rabbia. Un fuoco che non ho voluto spegner; l’ho lasciato bruciare affinché potesse nascere l’idea di fare qualcosa per lui, in sua memoria.
Tra il 2009 e il 2011 ho avuto modo di chiacchierare spesso con Enzo. Lo ricordo come un uomo puro, totalmente privo di sovrastrutture: i nostri erano confronti limpidi, densi di umanità, anche se in lui si avvertiva il dispiacere per la mancanza di visibilità.
Credo sia rarissimo trovare un artista capace di relazionarsi con il pubblico senza alcun filtro egoico, uno che fa domande ed entra in una dimensione di dialogo autentica, mai unilaterale. L’unico altro musicista in cui ho ritrovato questa stessa rara attitudine è stato Johnny Marr.
Forse è proprio per questa assenza di ego se Enzo è rimasto a lungo un segreto per pochi. Facendo questo disco, ed assemblando il materiale del libro, hai avvertito la responsabilità di dover proteggere un’autenticità così rara?
Sì assolutamente, come ti dicevo prima. Ti faccio l’esempio del libro. Sarebbe dovuto uscire con un editore che però mi stava facendo perdere un sacco di tempo, aveva l’idea di tagliare praticamente la metà delle storie, togliendo soprattutto le parti per me più importanti ed emozionanti, ovvero quelle degli amici.
Ecco, in quel momento mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: “tutto questo va protetto, non so come farò ma di certo non permetterò a un editore con poco cuore di trasformare il libro in una fredda enciclopedia”. Per questo motivo il libro è solo su Amazon e l’album è disponibile sulle piattaforme ma non esiste su supporto fisico.
Preferisco aver fatto questa scelta. Certe volte dire di no è la più alta forma di rispetto verso se stessi. Anche questo ci ha insegnato il caro Enzo…



