Ascolto Cinema Tognazzi dei Satantango, band indipendente nata in questo cuore della provincia padana che mastica la malinconia della pianura per trasformarla in una trama sonora onirica e suggestiva.
Un brano manifesto dal loro disco omonimo: un lavoro necessario, finito dritto in finale al Premio Tenco nella sezione miglior album opera prima. Nel loro shoegaze intimo e raffinato, questa traccia diventa una dedica esplicita — una canzone in cui risuona il nome del vecchio cinema nel centro di Cremona, simbolo di un tempo e di uno spazio che ci portiamo dentro.
Bastano quel titolo e la nostra provenienza comune — la stessa terra, la stessa nebbia a ridosso del Po — per far riaffiorare quella sensazione di un’appartenenza familiare a queste radici. Ogni volta la assaporo camminando senza meta nel centro storico quando da poco ha smesso di piovere o quando l’afa estiva crea il deserto di cemento e in giro non ci sono che pochi passanti. Mi ritrovo così, fermo davanti a quella vetrata spenta di un cinema che un tempo era l’orgoglio della città.
Un tempio consacrato negli anni novanta alla memoria del grande attore di Cremona: affollato e vibrante durante la sua stagione migliore, per poi restare sospeso per a lungo tra l’abbandono e l’idea sacrilega di farne un parcheggio.

Oggi “il Tognazzi” non è solo un cinema chiuso, è una ferita aperta nel cuore della città, il testimone muto di un’epoca svanita. In futuro, tra quelle mura si muoverà qualcosa: una fondazione locale ha deciso di riaprirne le porte, progettando un polo di studi per i più giovani.
Un tentativo, forse, di rimarginare quel taglio profondo e restituirgli una funzione dopo anni di silenzio. Cambierà pelle, è inevitabile, ma intanto la sua prima storia continua a risuonare altrove: sono proprio i Satantango a riportarlo ai vecchi fasti — nei confini di una musica underground più viva che mai.
Loro arrivano da Casalbuttano – provincia fitta, agricola, persa nella pianura – ed è qui che un arpeggio di chitarra siderale e una voce sognante lo prendono per mano, quel Tognazzi, restituendolo a una sua personalissima ribalta.
Il Cinema Tognazzi. Ricordo ancora la vertigine degli inizi, gli articoli entusiasti sul giornale locale e le autorità che ne inauguravano la struttura, allora la più nuova e prestigiosa della città – un multisala a due sale che all’epoca sembrava il futuro. Per l’occasione erano venuti a tagliare il nastro i figli dell’attore. In quella principale, tempo dopo, vidi per la prima volta Battiato.

Ma quell’ideale di cultura e socialità nel cuore della città si è scontrato, poco dopo, con un mutamento silenzioso e implacabile: l’avvento dei centri commerciali in periferia. Con le loro multisala monumentali, rifugi perfetti e patinati che promettono svago a buon mercato e l’odore standardizzato delle serate tutte uguali, hanno progressivamente drenato la linfa del centro storico, cambiandone i connotati.
Un luogo nato per imprimere ancora di più nell’anima della città il nome di uno dei suoi figli più famosi. Un primo, grande omaggio a cui il tempo ha poi aggiunto un secondo atto, quando anni dopo la città ha deciso di dedicargli anche un intero parco. Un modo per stringere ancora a sé quella storia.
Anche se, a guardarsi indietro, viene da pensare che Cremona per Tognazzi sia stata la culla ideale ma stretta, il luogo in cui lasciare soltanto il primo capitolo. E lo stesso vale per la divina Mina, “la Tigre”, passata tra queste strade solo il tempo della giovinezza: due destini diversi per due giganti accomunati da una medesima urgenza geografica, quella di dover fiorire altrove — chi verso la Roma del cinema, chi nel silenzio protettivo della Svizzera.

Ma qui il ricordo resta vivo. Resta il bisogno quasi viscerale di rivendicarne il patrimonio, come se aggrapparsi a quel passato fosse un modo per non sentirsi isolati nella provincia. Diventa così una questione di identità, di riconoscersi in una storia comune; un modo per non perdersi, necessario per chi resta.
Così, rimango qui, davanti a quel neon spento. Anche se non c’è nulla, sento che mi devo fermare. Per assaporare l’illusione che questo posto conservi ancora un po’ di magia, che tra quelle mura sia rimasto qualcosa. Anche se i suoi anni di gloria, alla fine, si sono persi in un tempo lontano.


