I lavori nei quali gli ascolti e le passioni emergono rielaborati, trasformati, mi piacciono molto. Sai quando assaggi un dolce che ti dà la reminiscenza di aromi e ingredienti che conosci, ma di fatto quello che stai degustando è altro?
Ecco, è qui che oggi vorrei portarvi: ad “assaggiare” un prodotto nel quale gli ingredienti della ricetta si intuiscono, ma il risultato è decisamente altro, non un mix ma una rielaborazione molto piacevole. Un progetto dove la tanto decantata identità non è così importante: quello che importa è la direzione, il risultato.
Questo progetto si chiama – oggi – Angel Names, e ha come componenti il duo bresciano formato da Chiara Amalia Bernardini (voce, basso, testi) e Nicola Mora (chitarre, voce, percussioni). I due musicisti collaborano da anni, e in passato erano conosciuti con il nome Kick; e indovinate chi aveva curato la produzione di uno dei loro album? Esatto, proprio Marco Fasolo (Jennifer Gentle – I Hate My Village), colui che quel che tocca lo trasforma in capolavoro, o quasi.

Il nuovo appellativo scelto da Chiara e Nicola non è un semplice cambio di nome, ma lo definirei proprio come una virata verso un progetto con identità estetica e sonora differente: l’approccio è certamente molto più atmosferico e contemplativo. I due componenti vengono da ascolti diversi: Chiara è sempre stata attratta dal mondo black, death e dark, mentre Nicola verte più verso sonorità shoegaze e appartenenti alla cosiddetta library music (ovvero tutte quelle composizioni nate per sonorizzare supporti visivi, per farla breve).
E, come accennavo all’inizio di questo scritto, il risultato non è un semplice mix.
L’album di esordio degli Angel Names, omonimo, uscito lo scorso 8 maggio, è stato anticipato da ben otto singoli: in pratica l’intero album tranne il brano di apertura, Broken Nail. Scelta audace e curiosa dal momento che, in questo modo, l’album si è fatto conoscere con un solo inedito mancante, per di più il primo della tracklist; è anche vero che una strategia tanto peculiare, che sacrifica l’effetto novità, gioca però in favore di una costruzione lenta dell’identità del progetto, invitandoti ad ascoltare il disco non come una sequenza di inediti, ma come la ricomposizione di un percorso già iniziato tempo prima.

Insomma, a dispetto dell’apparenza la trovo una scelta vincente, oltre che coerente con la loro musica. E qui ve lo devo anticipare: un album così atmosferico e immersivo probabilmente punta meno sul “colpo di scena” e più sulla sedimentazione dell’ascolto. Immergiamoci, dunque.
La bellissima e breve Broken Nail di apertura (vi ricordo, unica novità al momento della data di uscita del disco) con la sua cadenza rassicurante, ci introduce subito in un’atmosfera shoegaze orecchiabile e cantilenante; ma, a un ascolto attento, si rivela essere un manifesto poetico che introduce le coordinate emotive e tematiche dell’intero lavoro, ovvero le relazioni, la sofferenza sentimentale, il desiderio di trascendenza e la ricerca di una forma di liberazione.
Il brano prende le mosse da un’immagine tanto semplice quanto eloquente: un’unghia spezzata in mezzo a una fila di unghie perfettamente squadrate. È proprio in quella piccola imperfezione che viene individuato un atto di ribellione. Il testo riflette, infatti, sugli standard estetici imposti alle donne e sull’ossessione per una bellezza uniforme e disciplinata: scegliere di non riparare quel “difetto”, di non cancellarne la traccia, diventa così un gesto di resistenza silenziosa, un rifiuto della conformità che trasforma un dettaglio apparentemente insignificante in una dichiarazione di autonomia, la rivendicazione del diritto a esistere, anche – e soprattutto – con le proprie crepe.

Il disco prosegue con Soaked in Starlight: brano con una forte identità ma un sound molto marlenico, tanto marcato da riportarmi con assoluta precisione – e molto piacevolmente – a metà fra le storiche Trasudamerica e Infinità. E’ una ballata malinconica attraversata da una sottile tensione verso la speranza: tramite l’immagine di un volo sostenuto da ali costruite con materiali di fortuna, il brano racconta il desiderio di emanciparsi dalle costrizioni della realtà.
L’imperfezione non diventa un ostacolo, ma la condizione stessa che rende possibile la scoperta di una libertà quasi inattesa.
La caratteristica più evidente in questo esordio degli Angel Names è il dialogo fra le due voci di Chiara e Nicola, che contribuisce a creare un’atmosfera sospesa e trascendente, sostenuta da arrangiamenti essenziali ma molto curati. Questo dà vita a sonorità raffinate, discrete, che hanno un che di cinematografico e un mood che cattura subito ma sedimenta lentamente.
Glitter è stato il primo singolo estratto da “Angel Names”: parte diretta e sarcastica, con la voce usata nella sua componente più graffiante, e il deciso basso dritto a cadenzare la narrazione. Questo pezzo affida al sarcasmo una critica al contesto del nostro Paese, mettendo in luce il paradosso di una situazione in cui forme di controllo e sopruso sembrano passare in secondo piano, quasi giustificate dalla rassicurante retorica della “bellezza di vivere dove splende sempre il Sole”. Ho adorato la delicata potenza di questo brano, con un sound molto affine a quello degli Hole dell’ultimo periodo: un noise-grunge etereo che si traveste di orecchiabilità per farsi ascoltare ovunque, per intenderci.
Percepisco in Rollercoaster sonorità quasi orientaleggianti, sensualissime, che raccontano una relazione attraversata da continui slanci e ricadute, mostrando quanto possa essere difficile costruire un legame quando autostima fragile, insicurezze e vergogna si insinuano nel rapporto.
Come – spero – state intuendo, “Angel Names” è un esordio già molto maturo; non a caso il missaggio del disco, avvenuto a Stoccolma, è a opera nientemeno che di Martin “Konie” Ehrencrona, ex componente dei Viagra Boys.

L’amore è una tematica molto presente in questo disco, nella sua forma più tossica e oscura, problematica quasi. Ascoltate All You Can Eat: qui la metafora di una delle modalità di alimentazione più diffuse si fa racconto di uno dei modi di amare probabilmente più tossici praticati nell’egoismo della società odierna. Stride la soavità della voce di Chiara con l’assolo decisamente noise di una chitarra che ti racconta tutto il disagio provato e le sensazioni vissute in una situazione come questa.
E ancora, in Lion on the Door l’amore assume i contorni di un paradosso: l’altro è al tempo stesso ciò che dà senso all’esistenza e ciò che la consuma; il disperato tentativo di meritarsi quell’amore conduce a un progressivo annullamento dell’identità. Ma non è tutto: Sugar Crush parte potente con la bellissima voce quasi raddoppiata di Nicola. Si tratta di un duetto solo apparentemente equilibrato, che invece lascia trasparire tutta l’angoscia e la tensione causate da un’oppressione amorosa.
Ci dirigiamo verso il finale con Turn Into A Bird: giuratemi che l’attacco non vi rimanda immediatamente a quella Something in the Way di nirvanica memoria, se potete. Non a caso si tratta di uno dei brani più suggestivi del disco. Composto nel 2017 da un essenziale intreccio di basso e voce — si tratta del primo pezzo scritto integralmente da Chiara al basso — si arricchisce della chitarra acustica di Nicola, registrata in un lungo corridoio di marmo per amplificarne la risonanza e l’atmosfera inquietante. Il pezzo assume i toni di una fiaba oscura, raccontando di un diavolo in forma di uccello che tenta di insinuarsi nella vita di una ragazza, trasformando la seduzione in una metafora dell’inganno e della vulnerabilità. Voce Angelica ma diabolica, tentatrice.

Un Dolce Finale, fanalino di coda e ultimo singolo estratto, è stato una piacevolissima sorpresa: si tratta di un brano che è una presa di posizione politica. Ma, più che raccontare gli eventi, la canzone immagina lo stato d’animo dei partigiani alla vigilia della battaglia, trasformando quella memoria in una riflessione sul coraggio e sulla responsabilità collettiva. Il richiamo al 25 aprile diventa così un invito a vivere i valori della Resistenza come una pratica del presente, anziché come una semplice commemorazione sepolta nel passato.
Non mi capita spesso di voler ricominciare l’ascolto di un disco anche parecchie volte di seguito, senza sentirmi “piena”, a un certo punto. Questo piacevolissimo desiderio che “Angel Names” ha insinuato in me, è la manifestazione dell’intento di questo lavoro: la lenta, paziente costruzione all’interno dell’ascoltatore di un universo sonoro fatto di dettagli, atmosfere e immagini destinate a pervaderti pian piano, senza fretta – capacità che si matura solo con un certo tipo di formazione, di ascolti e di sensibilità.
Tracklist:
01. Broken Nail
02. Soaked in Starlight
03. Glitter
04. Rollercoaster
05. All You Can Eat
06. Lion on the Door
07. Turn Into A Bird
08. Sugar Crush
09. Un Dolce Finale


