Batti 5 – 5 domande in 5 minuti: Fabrizio Grecchi

Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.

Ospite del Batti 5 di oggi è il pianista e compositore milanese Fabrizio Grecchi, un artista capace di trasformare la musica in un ponte perfetto per unire le persone. Diplomato in Civica Jazz, autore di colonne sonore (dal teatro alla moda di Giorgio Armani) e produttore, Grecchi ha trovato nella reinterpretazione dei Fab Four una vera e propria missione con il suo “Beatles Piano Solo”.

Un progetto da oltre 40 mila spettatori che ha viaggiato da New York ad Atene, fino al Cavern Club di Liverpool, e che quest’estate tocca due tappe storiche della canzone d’autore: dopo il debutto al Premio Bindi, Grecchi si prepara a salire sul palco del Premio Lunezia. Nelle sue performance, le melodie dei Beatles restano intatte, ma armonie e tempi si trasformano per accogliere l’improvvisazione e, soprattutto, il canto del pubblico.

In questa intervista, Fabrizio Grecchi ci svela l’inaspettato legame tra i Beatles e Lucio Battisti, ci porta dietro le quinte di un memorabile incontro a Liverpool e ci racconta come la musica possa spogliarsi dell’ossessione social per la “performance perfetta” per diventare pura relazione e solidarietà, dal lavoro con i ragazzi autistici fino ai progetti nelle scuole in Kenya.

Ciao Fabrizio, benvenuto nel Batti 5 di oggi!
Dopo essere stato ospite al Premio Bindi, tra pochi giorni parteciperai al Premio Lunezia. Che significato ha per te portare il repertorio dei Beatles in questi due festival dedicati alla musica d’autore?

C’è un legame molto profondo, che forse non tutti conoscono, tra la canzone d’autore Italiana e i Beatles. E il filo che li lega è Lucio Battisti

Nel 1968 Lucio venne invitato a Londra su suggerimento di Paul Mc Cartney per trovare un accordo per una produzione discografica. La cosa non vide mai la luce ma

Paul amava la musica di Battisti e non ne ha mai fatto mistero. I Beatles rappresentano la Melodia, ma anche una visione armonica della “canzone” assolutamente innovativa. In Italia ci sono autori meravigliosi che sono riusciti ad incastonare delle poesie in melodie indimenticabili,

Unire i Beatles in due così importanti manifestazioni dedicate alla musica Italiana è una esperienza molto profonda.

Non dimentichiamo poi che due Beatles, Paul Mc Cartney e George Harrison hanno partecipato come super ospiti al Festival di Sanremo nel 1988.

 

Nel tuo “Beatles Piano Solo” il pubblico non è solo spettatore, ma partecipa attivamente al live cantando. Questo rapporto diretto con la platea è qualcosa che hai cercato fin dall’inizio o si è sviluppato naturalmente durante gli spettacoli?

Beatles Piano Solo è in continua evoluzione. A un certo punto, anche se le mie versioni pianistiche sono rielaborate, il pubblico ha iniziato a cantare sui brani.

Prima a bassa voce timidamente poi si sono presi sempre più spazio. Cosi ho iniziato a condurre il pubblico fino a integrarlo nel concerto.

L’idea delle persone che partecipano attivamente mi è sempre piaciuta. Gli spettacoli si fanno insieme.

Hai portato il tuo “Beatles Piano Solo” anche fuori dall’Italia, dal Cavern Club di Liverpool a New York e Atene. C’è un aneddoto particolare o un incontro speciale che ci vuoi raccontare?

A Liverpool ho avuto la fortuna di incontrare molte persone legate ai Beatles. Anche la sorella di John Lennon di cui conservo un autografo all’interno della giacca che uso sul palco. Ma l’incontro più inaspettato fu quello con Doug Chadwick. In pochi sanno di chi si tratta.
Lennon il 6 luglio del 1957 arrivò con i Quarryman sul cassone di un camion che faceva anche da palco. Si trova una foto di quel momento in rete.
Poco dopo John Lennon conobbe Paul Mc Cartney. Doug era l’uomo che guidava quel camion. Gli ho detto che per me lui era una persona che aveva creato le condizioni per il Big Bang universale del pop.
Si mise a ridere e gli ho offerto una birra. Fu davvero meraviglioso.

Accanto ai grandi festival c’è un forte impegno nel sociale, come l’insegnamento del pianoforte a ragazzi con autismo. Cosa ti ha insegnato questa esperienza?

Che la perfezione non esiste. A volte vale di più la relazione che si ha con l’arte e con il suo utilizzo. In musica questo viene sempre giudicato. Si cerca di impressionare con l’abilità e la quantità di note creando una over performance ad ogni costo.

Basta guardare i video sui social. Quelli che suonano più veloci o fanno le cose più difficili diventano virali. Non solo con il piano. Quando sono iniziati i video sui tatuaggi  quelli che avevano un piccolo sole sul braccio sono spariti a favore di chi aveva il corpo interamente tatuato.

Non sto dando e non voglio dare giudizi personali, ognuno pubblica i video che vuole e fa con il suo corpo quello che gli pare. la cosa che mi preoccupa e che a un certo punto qualsiasi cosa ha un limite. Dopo quello cosa succederà?
Chi riesce a fare uno sforzo per avvicinarsi alla musica, sta cercando di dare un suono al suo ritmo interiore. Non sarà perfetto ma questo non ha nessuna importanza.

Questo impegno ti porta spesso anche in Kenya, alla Agaza School. In autunno partirà una campagna di raccolta fondi legata al tuo brano in lingua Swahili “Habari Rafiki Yangu”: qual è la storia dietro questo progetto?

Ero in Kenya l’agosto precedente e avevo conosciuto questo gruppo di Italiani che erano li in vacanza. Ci si scambiano come al solito i profili social e la cosa finisce li. L’anno successivo proprio mentre sto per partire vedo che una persona del gruppo e in una scuola per fare una giornata di volontariato.

Le dico che sto arrivando e che vorrei sapere se possono servire delle lezioni di musica per questi bambini. E da lì e partito tutto, l’ho semplificata molto ma la sostanza e questa.