Batti 5 – 5 domande in 5 minuti: De Relitti

Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.

Ho il piacere di ospitare nel Batti 5 di oggi De Relitti, per parlare del suo nuovo singolo, Date un premio a quest’uomo, uscito il 10 ottobre per Pioggia Rossa Dischi e Grancasino Records e distribuito da ADA Music Italy.
Una suite che unisce delicatezza e distorsione, evocando un immaginario quasi cinematografico, con citazioni che spaziano da Sorrentino agli Oscar.
Il brano anticipa il suo prossimo album, “BLUFF”.
Ironico, diretto, emotivamente sincero. Incuriosita, gli ho fatto qualche domanda, ecco le sue risposte.

Ho amato fin dal primo ascolto la tensione che attraversa Date un premio a quest’uomo: un‘oscillazione tra il desiderio di essere riconosciuti e quello di sparire, magari anche per mano di qualcun altro.
Nell’anonimato di cui parli, pensi ci possa essere valore, una maggiore capacità di osservazione o di introspezione lontano dal rumore e dall’esposizione costante?

Ci troviamo nel mezzo di un’epoca in cui ognuno di noi è in coda per i propri quindici minuti di celebrità; abbracciare il desiderio di anonimato mi sembra -dunque- un moto rivoluzionario di onestà sociale e culturale. È vero che gira tutto intorno al Sole, ma a noi piace molto anche la Luna, che è soltanto un satellite.


Il brano ha una struttura quasi cinematica: cresce in una suite delicata, esplode in distorsioni, si placa. Pensi alla dinamica sonora come a una sceneggiatura emotiva?

Nel corso degli anni, ho raccolto davvero tante recensioni che facevano riferimento ad un certo grado di cinematografia presente nei miei brani; è accaduto tanto spesso che io stesso -che per ovvie ragioni manco di oggettività sui miei brani- ho cominciato a notare questo aspetto e ad aumentarlo.
Parte di questo tentativo passa per il testo e per la struttura del brano e -per rispondere alla tua domanda- l’altra parte del discorso si articola proprio per mezzo dell’arrangiamento e dell’architettura dello strumentale, la cui dinamica deve respirare come in un riflesso incondizionato.
Da qui la scelta di registrare in presa diretta gran parte del disco: ho voluto che le canzoni venissero messe in scena, più che costruirle parte su parte.

In questo tuo nuovo singolo emergono riferimenti a Sorrentino e agli Oscar. Se dovessi associare questa canzone a una scena cinematografica, come la realizzeresti?

Un lento zoom-in. Una festa di gente in guerra contro il tempo che passa; rughe mascherate male, vestiti scelti peggio, bicchieri pieni di cose da dimenticare; una stanza gremita di fallimenti che ballano male e in slow motion, sotto una pioggia di coriandoli metallizzati che riflettono luci e velleità; non so se sono parte della scena, ma -se ci sono- ho voglia di tornamene a casa e si vede.

Nel tuo brano citi una villa da incendiare. Non so se individui in quell’incendio anche una forma di rinascita. Esiste per te un’opera ideale da realizzare solo per poi distruggerla, come i monaci tibetani che dissolvono un mandala dopo ore di meticoloso lavoro?

Io scrivo canzoni per togliermele dalla testa e chiarirmi le idee, quindi -per certi versi- la cosa è anche una pratica meditativa e di rigenerazione; purtroppo mi manca la proverbiale calma dei monaci e alle canzoni puoi dare fuoco solo se le suoni dal vivo: saprò dirti meglio dopo un paio di date.
Per il resto, non credo tanto all’opera realizzata per essere distrutta, quanto all’opera che distrugge chi la realizza, per poi trasformarlo.

Dopo esperienze all’estero, sei tornato in Italia per costruire questo progetto. Cosa hai portato con te da Budapest, Madrid e Londra?

Avere voglia di tornare a casa non è mai una cosa scontata. (E a Londra ho incontrato Ian McKellen).