Il Ritorno di Chi Non Se N’è Mai Andato: Delta V e la Musica Necessaria di In fatti ostili
Dopo quasi cinque anni di silenziosa attesa, il ritorno dei Delta V non si manifesta con il fragore ostentato di una reunion, ma con il sussurro malinconico di chi non ha mai veramente lasciato la scena.
L’ascolto di questo nuovo capitolo (il settimo in studio) è come riscoprire un ospite che è sempre stato lì, invisibile, un’ombra costante nel panorama musicale italiano.
È l’Elefante nella stanza, si potrebbe dire, l’ingombrante presenza di una band troppo raffinata per essere popolare, ma troppo influente per essere ignorata.
E il titolo, In fatti ostili, è la loro prima e lucida dichiarazione: il disco affronta il clima di ostilità diffusa, chiusura e diffidenza che caratterizza la nostra epoca.
Ma è proprio la loro scelta di restare aggrappati a questo presente, seppur difficile, a farsi loro punto di osservazione, come testimonia il rapporto di amore e odio con Milano.

Non è musica militante, ma una forma di resistenza culturale e di necessaria osservazione politica da parte di chi, pur essendo rimasto invisibile per anni, non ha mai smesso di osservare il mondo. Ed è proprio in questa luce che si deve leggere il loro percorso: un netto cambiamento di rotta rispetto all’epoca della celebrità e dell’immediata riconoscibilità.
Mentre i primi Duemila — quasi vent’anni fa — sono stati per i Delta V il tempo delle grandi hit (come la raffinata Se telefonando) e di un affascinante, ma ciclico, valzer di voci femminili, da qualche anno hanno ritrovato un centro, stabilizzandosi con Marti dalla pubblicazione di Heimat (2019).
La presenza di Marti non è solo vocale: ha impresso alla band una nuova anima, trasformando il progetto in una vera e propria fucina di talento e matura creatività.
Marti è la figura guida e il volto in copertina che, pur lasciando Flavio Ferri (chitarra e synth) e Carlo Bertotti (synth e basso) alla regia creativa, ha saputo dare un corpo visivo al loro tema.
A suggellare questa maturità, l’album si avvale di un cast di musicisti di altissimo livello.
Vi partecipano Nicola Manzan (chitarra e violino – già con Bologna Violenta, Baustelle, Teatro degli Orrori) e Simone Filippi (batteria – già con Üstmamò , CCCP, Gianni Maroccolo), figure che con la loro esperienza arricchiscono l’impalcatura sonora del disco.

Ferri e Bertotti, geni creativi la cui influenza è indiscutibile (con Flavio Ferri attivo anche nel collettivo SBAM, fucina di musicisti temerari come S.C.I.O, Nicola Lotto e altri nomi interessanti), restano saldi al timone, ma si fanno volutamente in disparte, cedendo la scena a una parte femminile che è una boccata d’aria fresca, una nuova linfa vitale non solo per la band, ma anche per il suo pubblico storico.
Questo rinascimento artistico non è circoscritto ai soli fan storici, ma mira decisamente a un pubblico nuovo, grazie a un impatto che appare più incisivo e, soprattutto, più necessario oggi che in passato.
Del resto, la maturità artistica raggiunta da Ferri e Bertotti è un caso raro nel panorama italiano, testimoniando una padronanza compositiva di respiro internazionale.
Tale impeccabile risultato sonoro è stato cesellato in studio da due giganti della produzione come Paolo Gozzetti (già con Patty Pravo, Elisa, Pacifico) e Roberto Vernetti, storico produttore della band, il cui ritorno chiude un cerchio di perfezionismo tecnico.
Un perfezionismo, tuttavia, ottenuto con un approccio volutamente meno digitale.
Come specificato dalla nota stampa, la band ha scelto di lavorare in modo più analogico, svincolato dalle griglie di software, preferendo suonare live e registrare strumenti e voci nelle proprie case, trasformate per l’occasione nei “migliori studi di registrazione per questo album”, mantenendo così sporcature e preziose imprecisioni.

Un tale prestigio è confermato dalla partecipazione di una leggenda vivente come Steve Hackett, il cui contributo in questo disco testimonia non solo il suo talento musicale straordinario, ma anche una sensibilità e generosità umane rare.
“È doveroso, infine, riconoscere che questa collaborazione non sarebbe stata possibile senza l’assist preziosissimo e determinante di Armando Gallo”. Questa nota di ringraziamento, emersa dalla pagina di Marco Olivotto – amico fidato della band -conferma il ruolo discreto ma importante di figure come Gallo e lo stesso Olivotto.
In fatti ostili si configura così come il disco della musica necessaria, con un sound che risponde alle reali esigenze emotive degli esseri umani del 2025: che si tratti dei giovani o di chi li ricorda sulla limousine nei fasti patinati di MTV nei primi Duemila. È la colonna sonora perfetta per riconoscersi in un’epoca di frammentazione e, soprattutto, per ritrovare quella “casa dell’anima”—quell’Heimat—che ci rassicura che, anche nell’assenza di un senso di appartenenza, nulla è andato perduto.

Dopo l’acclamatissimo singolo estivo I nazisti dell’Illinois, i Delta V tornano con il nuovo singolo Regole a Milano e, di fatto, ne dettano le regole del gioco.
Il contrasto è il loro vero manifesto: una raffinata architettura di musica elettronica, che si potrebbe ballare, viene bilanciata da testi evocativi che costringono a una riflessione profonda e a una necessaria opera di immaginazione.
In questa architettura, l’impulso a muoversi del corpo è solo la prima soglia di accesso: il vero motore è una pulsazione complice che invita l’ascoltatore a fare una scelta: seguire attentamente il filo narrativo del testo o, viceversa, lasciarsi andare e deviare in direzioni emotive più intime.
Questa complice pulsazione ritmica si manifesta fin dall’apertura dell’album, Essere migliori, per poi scivolare con coerenza nello stesso singolo Regole a Milano e culminare nella morbida e visionaria atmosfera di Disciplina del nulla.
Ed è proprio la traccia Regole a Milano a guadagnare un corpo visivo forte: il bellissimo video, girato in città, è un ripercorrere necessario e consapevole dei luoghi fondamentali della musica milanese degli anni Novanta: dall’ex C.S. Leoncavallo all’ex Rolling Stone, dal leggendario studio di registrazione Jungle Sound e molti altri luoghi-simbolo del cuore pulsante della musica cittadina, che, purtroppo, oggi non esistono più.
Tuttavia, l’operazione è priva di nostalgia: è una lucida presa di coscienza dei cambiamenti e del senso di inadeguatezza generato da questa profonda diversità.
Il viaggio sonoro prosegue con Wendy, un brano in cui l’apertura fragorosa dei synth spalanca le porte a moderne danze tribali.
Storti e Panico offrono i momenti più introspettivi ed emotivamente intensi dell’album, preparando il terreno per l’esplosione liberatoria di I nazisti dell’Illinois. Il brano unisce una musica irresistibilmente coinvolgente a un testo graffiante che, in un momento di frustrazione catartica, arriva a citare: “lo so che non è permesso ma spara a quel DJ”.
Provincia meccanica è un brano che ci invita volutamente a smarrirci in una ritmica avvolgente. Qui è un piacere lasciarsi guidare dalla voce ipnotica di Marti.
Il viaggio nella Milano odierna prosegue poi con San Babila a ore 20(25), omaggio al film di Carlo Lizzani del 1976. Un brano che ripropone l’affresco dell’iconica piazza, idealmente spaccata, sotto la luce del presente.
Si procede con la ballata malinconica di Laika e L’America, dove la melodia funge da fragile traccia per rintracciare il senso di ciò che sfugge, svanisce, sbiadisce, come la promessa, ormai lontana, del sogno americano.

Infine, la chiusura è affidata a I raggi B, dove una chitarra elettrica — la mano di Steve Hackett — danza su uno sfondo di tastiere ipnotiche, accompagnando l’ascoltatore a un congedo quasi siderale.
Il brano, come spiegato dalla nota stampa, è il punto di incontro tra le due grandi passioni della band: «Da sempre appassionati di fantascienza, da sempre affascinati dal primo Blade Runner e dall’inarrivabile monologo finale di Roy Batty, abbiamo unito questa attrazione ad un altro grande amore della nostra adolescenza: i Genesis del periodo gabriellano.
Queste undici tracce non sono semplici brani, ma un assalto di 11 colpi che non lasciano scampo.
In fatti ostili sancisce così il ritorno di chi non se n’è mai andato, ma ha saputo trasformare l’invisibilità e la profondità del loro sguardo in risorsa. Il risultato è la definitiva dimostrazione della loro grandezza e, soprattutto, della necessità della loro musica oggi.
Tracklist:
01. Essere migliori
02. Regole a Milano
03. La disciplina del nulla
04. Nazisti dell’Illinois
05. Provincia meccanica
06. Storti
07. Wendy
08. Panico
09. San Babila ore 20(25)
10. Laika e l’America
11. I raggi B (feat. Steve Hackett)
Foto Marco Olivotto


