Non so a voi, ma a me capita spesso di misurare il mio tempo con la musica.
Ci sono dischi che si legano in maniera potente e indissolubile alle nostre vite tanto da diventare colonna sonora di lunghi periodi delle nostre esistenze.
A me capita maggiormente con i dischi che mi sono stati contemporanei e che ho vissuto sin dalla loro uscita.
Premesso questo, non esito neanche un secondo a dichiarare che “Linea Gotica” è stato l’album folgorante dei miei vent’anni, e che ha mantenuto nel tempo tutta la sua forza dirompente.
È una pietra miliare della musica italiana e ancora oggi tremendamente attuale.
È un disco denso, cupo, teso, estremo, poetico, intimo, disperante e consolatorio al tempo stesso, in cui si susseguono i racconti di sanguinose guerre e di viltà imperdonabili, i riferimenti alla letteratura, alla Resistenza e alle religioni millenarie, e momenti di intima riflessione e raccoglimento.
Di anni dalla sua uscita ne sono passati trenta, e io lo faccio girare spesso, ritrovando in esso non solo il passato, ma anche il presente e visioni che si aprono sul futuro.
La “memoria parla”, più o meno consolante, ed ecco che l’ascolto per me ogni volta è una urgente necessità.
“Linea Gotica” è il secondo dei tre album del Consorzio Suonatori Indipendenti ed è uscito il 18 gennaio 1996 (due anni dopo l’uscita del primo bellissimo album “Ko de Mondo”).
È stato concepito, composto, arrangiato, suonato e registrato nel mese di luglio del 1995 in una grande casa colonica in Val d’Orcia, e poi nel mese di ottobre 1995 allo Studio Emme di Marzio Benelli a Calenzano, Firenze.

La formazione è composta da: Giovanni Lindo Ferretti (testi, canto) Giorgio Canali (chitarra, violino) Francesco Magnelli (magnellophoni, piano), Massimo Zamboni (chitarra), Gianni Maroccolo (basso, chitarra acustica), Ginevra Di Marco (voce, cori). Rispetto al primo disco non sono presenti Alessandro “Gerby” Gerbi e Pino Gulli.
L’album vede la partecipazione di Marco Parente alla batteria in quattro brani[1] e quella di Franco Battiato che canta nella chiusa della bellissima cover di E ti vengo a cercare.
La genesi creativa del disco ha seguito un modo ormai già consolidato del gruppo di lavorare: fuori dagli studi di registrazione, condividendo la quotidianità per più di un mese in un luogo isolato e suggestivo immersi completamente nella musica, creando insieme un’incredibile magia di suoni e parole.
Prima della Val d’Orcia, c’erano già state le meravigliose esperienze di Villa Pirondini a Rio Saliceto per “Etica, Etica, Etnica, Pathos” (l’ultimo album dei CCCP del 1990), e quella del manoir “Le Prajou” nel dipartimento di Finistère, in Bretagna, per il primo album dei CSI “Ko de Mondo” (2004).
Le regole di ingaggio di questa piccola e rara comune erano chiare e condivise: arrivare a lavorare insieme “Senza aver preparato niente, ognuno a suo modo pronto”.[2]
Per “Linea Gotica” Giovanni Lindo Ferretti arrivò con tanti appunti scritti- un sestante per tracciare una rotta – che leggeva prima di iniziare, in silenzio: “(…) Ci sono due testi che aspettano però, in qualsiasi direzione si muova la musica loro sono pronti ad imporsi”[3].
L’assenza di Gerbi e Gulli fece prendere al gruppo la decisione di lavorare senza batteria, utilizzandone una piccola elettronica giusto per dare il tempo a pochi brani, il minimo indispensabile[4]. Ciascuno aveva a disposizione il proprio strumento e una sola traccia audio a disposizione, nessuna pista di sovraincisione[5].
“Linea Gotica è un disco di chitarre elettrificate, anche alle tastiere, al basso, alla voce è prima consigliato poi imposto di adeguarsi. A conti fatti è questo il suono del nostro tempo, per quanto detestabile possa essere questo tempo e questo suono (…)”[6].
Il tempo “detestabile” a cui si fa riferimento nei testi contenuti nel booklet è quello della metà degli anni ’90, segnato profondamente da una guerra feroce e abominevole già in atto da qualche anno in Jugoslavia – sull’altra sponda del Mar Adriatico, a poche miglia da qui – che stava diventando in quegli anni sempre più cruenta sotto il silenzio dell’Europa (“Luogo da cui non giunge suono/Luogo perduto ormai”)[7].
Nella notte del 25 e 26 agosto del 1992 la Vijećnica, la storica Biblioteca Nazionale di Bosnia ed Erzegovina di Sarajevo, fu distrutta dalle bombe incendiarie dell’esercito serbo. Oltre due milioni di libri, periodici e manoscritti antichissimi furono divorati dalle fiamme e, con essi, la storia e l’identità multiculturale di un popolo.
“Linea Gotica” parte proprio da qui: dalla Jugoslavia.
Cupe Vampe, la traccia di apertura del disco, ci porta dritti e senza sconti dentro la barbarie della guerra e di quella lunga, terribile notte di Sarajevo. Inizia con un giro di chitarra acustica incalzante che sembrerà poi quasi marziale; in questo giro si inserisce il canto solenne e drammatico di Ferretti “Di colpo si fa notte/s’incunea crudo il freddo/ la città trema/livida trema” qui entra il violino di Canali a evocare la forza distruttiva del fuoco e il volo di fragili pagine incenerite, inseguendo con un drammatico controcanto le parole: “brucia la biblioteca degli Slavi del sud, europei dei Balcani/bruciano i libri/possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri”. Il finale del brano è un crescendo sempre più teso e corale di “chitarre elettrificate”, e il canto, dopo un momento che sembra essere di raccoglimento, si erge con parole di condanna contro l’indifferenza generale “bella la vita dentro un catino bersaglio mobile d’ogni cecchino/bella la vita a Sarajevo città/questa è la favola della viltà”.
Dopo tanti ascolti ho ancora i brividi come scariche elettriche e la visione di un inferno di fiamme, di morte e di distruzione. In quegli anni abbiamo vissuto dolorosamente quella atroce guerra e il lungo assedio; chi è della mia generazione avrà ancora vivo il terribile ricordo. È il brano più drammatico e doloroso dell’intera discografia dei CSI insieme a Memorie di una testa tagliata (“Ko de Mondo”, 2004).

Anche la copertina del disco, realizzata da Diego Cuoghi, si collega a questo brano.
Al centro c’è l’elaborazione grafica della foto della biblioteca di Sarajevo in fiamme dopo i bombardamenti; è incorniciata dalla vetrata semicircolare della Cattedrale gotica di Saint Denis con la scena della Presentazione di Gesù al Tempio.
Cuoghi ci ha disegnato uno squarcio, come se fosse stata colpita anch’essa da un bombardamento. L’immagine del rogo sborda e continua anche nel retro del CD terminando sull’immagine di un labirinto di pietra[8].
Il secondo brano Sogni e Sintomi è ipnotico e minimale, caratterizzato dal suono del basso che ripete un unico accordo pulsante e potente, e dall’espressività della voce di Ferretti che sussurra, recita e declama, passando da un registro baritonale e profondo a toni più alti, seguendo il testo in un saliscendi emotivo.
In tempo di guerra non c’è tempo per le “eccessive complessità”[9], occorre eliminare ogni sovrastruttura ed arrivare all’ essenziale, al “bisogno d’essere scaldato/d’essere nutrito/ al bisogno nostro di essere consolati”, a non guardare indietro con nostalgia “nessuno può permettersi rimpianti mai” e a liberare le parole non necessarie “parole sussurrate che stanno appiccicate in gola/e possono strozzare meglio soffiarle” . Il piano stempera la linea del basso prima dell’ingresso delle chitarre sferzanti e delle tastiere che accompagnano l’uomo animale verso la ricerca di sé attraverso visioni oniriche “che i sogni siano sintomi che i sogni siano segni/sanno i sogni…”.
E ti vengo a cercare è una bellissima cover[10] e un omaggio a Franco Battiato. È una canzone che ci allontana dal brutale racconto della guerra e dalle brutture del mondo e ci porta in una dimensione più spirituale, amorosa e intima.
L’idea di proporre una versione à la CSI del brano venne a Gianni Maroccolo[11] e inizialmente non suscitò molto entusiasmo, poiché Ferretti riteneva il brano troppo complesso per la sua vocalità e considerava il brano originale intoccabile[12]. Il modo in cui gli altri l’avevano rielaborata lo convinse a tal punto da decidere di interpretarla. Il pezzo è in 4/4, più rallentato dell’originale che è in 6/8, cacofonico e sacro al tempo stesso, con la voce di Ginevra Di Marco che si unisce alla perfezione con quella di Ferretti che canta un’ottava sotto e doppia sul registro medio. L’effetto è magnetico e solenne.
Il brano piacque molto a Franco Battiato che accolse con entusiasmo la proposta di cantare la frase finale del testo “E ti vengo a cercare perché sto bene con te”[13] donando all’esecuzione un finale lieve e luminoso.

Protagoniste del brano successivo Esco sono le chitarre. Tra gli arpeggi di Massimo Zamboni e le staffilate di chitarra di Giorgio Canali emerge il canto di Ferretti, un recitato modulato in pieno stile CSI su cui si inserisce la voce sussurrata di Ginevra Di Marco.
È un brano che ho sempre amato moltissimo, è doloroso e poetico “qui la luce si ritrae e l’aria è satura dall’eco di lamenti” intimo e visivo “scorteccio le parole/aride schegge secche adatte al fuoco” meditativo e evocativo “è l’instabilità che ci fa saldi ormai/negli sregolamenti quotidiani”.
Blu è una bellissima ballata in cui si intrecciano come in un flusso di coscienza il dolore, la rabbia e una promessa “ho dato al mio dolore la forma di parole abusate/che mi prometto di non pronunciare mai più”. L’alba blu che si svela nel testo finale è il nuovo inizio per chi sa osservare la realtà e aprire “gli occhi dall’orlo increspato”, una visione che sembra essere una speranza di un nuovo inizio.
“Linea Gotica” è il titolo che i CSI avevano già in mente mentre avevano cominciato a pensare al disco e all’idea di assumere come figure di riferimento Beppe Fenoglio, Giuseppe Dossetti e Germano Nicolini.
Giovanni Lindo Ferretti aveva scritto il bellissimo testo della canzone Linea Gotica la notte del 25 aprile del 1995, dopo il concerto di Materiale Resistente di Correggio, per fissare le emozioni che aveva provato in quei giorni in cui i CSI avevano ricordato, insieme ad altri gruppi della scena indipendente, i cinquant’anni della Resistenza[14].
Dopo Cupe vampe e il racconto dell’assedio di Sarajevo, i CSI ritornano qui, al centro del disco, narrando gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e ricordando la Resistenza. Lo fanno aprendo il brano con le parole di Beppe Fenoglio ne I ventitre giorni della città di Alba: “Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944”.

Va ricordato qui che i CSI, qualche tempo dopo l’uscita del disco, organizzarono un concerto proprio alla chiesa di San Domenico ad Alba, dedicato ai partigiani e a Fenoglio, che ancora oggi resta indimenticato per la sua intensità.
Il brano è dedicato ai protagonisti della Resistenza piemontese “geniali dilettanti in selvaggia parata/ragioni personali una questione privata” e ai partigiani e ai giovani che, richiamati alle armi, decisero di aderire alla lotta partigiana “anche la disperazione impone dei doveri/e l’infelicità può essere preziosa/non si teme il proprio tempo è un problema di spazio” lungo la parte nord della Linea gotica che correva al confine fra l’Emilia Romagna “la mia piccola patria dietro la Linea gotica/sa scegliersi la parte” e la Toscana. Il Comandante Diavolo e il Monaco Obbediente sono rispettivamente il partigiano Germano Nicolini, eroe della Resistenza scomparso nel 2020, e il presbitero Giuseppe Dossetti che si unì all’azione partigiana. L’intero disco è dedicato a loro.
Con la cadenza ritmata e ripetuta di batteria, giri potenti di basso e chitarre distorte inizia Millenni, una accesa condanna nei confronti dell’operato della Chiesa nella storia “millenni di sangue versato a concime/millenni di imperi e regimi, millenni di regni di dio” e ancora “troppi tiranni in terra, in cielo”. In chiusura Ferretti precisa il suo pensiero “non sono scrupoloso a riguardo di dio/è a nostra immagine e somiglianza”.
Ed è proprio la sua visione personale a portarci al brano successivo L’ora delle tentazioni.
Il canto solenne è accompagnato dal pianoforte, dalla chitarra e dal violino. L’atmosfera è di raccoglimento e il brano sembra un’orazione “rosa è una rosa una rosa è una rosa/mistica rosa rosa carnosa/sfiorisci bel fiore”.
La voce di Ginevra di Marco con i suoi vocalizzi e contrappunti interviene a dare luce al canto profondo e modulato di Ferretti. È un viaggio d’anima in cui l’educazione religiosa e il perbenismo “la casa, la chiesa, a modo e perbene, campana che suona/la notte che viene cattolico decoro/cattolico decoro” si scontrano con la sensualità e l’amore carnale “scaldano le braccia del peccato, scaldano il freddo/del firmamento che è fredda la notte”.

La traccia successiva, Io e Tancredi, è dedicata al giovane amatissimo cavallo allevato semibrado da Giovanni Lindo Ferretti sulle montagne dell’Appennino emiliano, a Cerreto Alpi. Inizia con una dichiarazione di somiglianza tra l’uomo e l’animale “somiglia il mio vedere all’occhio dei cavalli/cieco da distorsione nell’immediato fronte”.
Nella prima parte basso e batteria sembrano descrivere il passo e il respiro del cavallo anticipando in maniera suggestiva ancor prima del canto la sua presenza “ricorda questo incedere il passo dei cavalli/pesante e travolgente leggero e titubante”. L’atmosfera è anche in questo brano cupa e scura.
La chiusura del disco è affidata a Irata, brano in cui torna il riferimento letterario al Novecento e più in particolare a Pier Paolo Pasolini e alla sua raccolta di poesie in friulano “Poesie a Casarsa” (1942) da cui i CSI riprendono rielaborandoli i versi “oggi è domenica, domani si muore/oggi mi vesto di seta e candore/ oggi è domenica domani si muore/oggi mi vesto di rosso e d’amore”.
È una canzone in cui sembra tornare un po’ di luce, con i “magnellophoni” di Francesco Magnelli, la chitarra e i vocalizzi che sorreggono il canto sempre solenne di Ferretti.
Ci sono però una promessa per il futuro “non tornerò mai dov’ero già/non tornerò mai a prima mai” e l’ultimo rimando a Fenoglio nell’amara dichiarazione finale che chiude il disco “…ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario mi trovo imbarazzato sorpreso/ ferito per una irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare né so fare /domande…”.
“Linea Gotica” è un disco necessario, un autentico capolavoro (così come il disco precedente “Ko de Mondo”– 1994 e il successivo “Tabula Rasa Elettrificata” -1997) e i CSI sono stati un gruppo unico e irripetibile che ha segnato come uno spartiacque la storia della musica italiana.
A loro va la mia gratitudine.
Tracklist:
01. Cupe Vampe
02. Sogni e sintomi
03. E ti vengo a cercare
04. Esco
05. Blu
06. Linea Gotica
07. Millenni
08. L’ora delle tentazioni
09. Io e Tancredi
10. Irata


