Ilaria Graziano: lasciarsi attraversare dal vento e dalle emozioni

Dopo anni di attraversamenti artistici, collaborazioni e viaggi sonori, Ilaria Graziano torna con “Rive”, uscito il 10 ottobre 2025 per ad est dell’equatore.
Nonostante una carriera che l’ha portata a collaborare con artisti di primo piano e a prestare la propria voce a progetti diventati punti di riferimento per molti ascoltatori, Ilaria Graziano non aveva ancora pubblicato un album solista.

Cantautrice e musicista nata e cresciuta a Napoli, ha collaborato con numerosi artisti della scena nazionale e internazionale, muovendosi tra popolare, folk, elettronica e sperimentazione. Ha lavorato a Londra con la compositrice giapponese Yoko Kanno per colonne sonore di anime di successo mondiale come Ghost in the Shell e Cowboy Bebop.

Rientrata in Italia, avvia il progetto con Francesco Forni, con cui pubblica tre album tra Italia e Francia, seguiti da attività live e tournée internazionali in Europa e Nord America. Tra le collaborazioni figurano Marianne Faithfull, la partecipazione al tributo ai Pink Floyd The Dark Side of the Moon con Max Gazzè a Pompei e il lavoro con Gnut. Continua inoltre a collaborare con Yoko Kanno, con cui si è esibita anche al Montreux Jazz Festival 2024 a Yokohama.

Realizzato insieme a Simone De Filippis e Claudio Domestico (Gnut), “Rive” è un lavoro che mette al centro il valore dell’ascolto: quello della natura, dei silenzi, delle emozioni e degli incontri che ne hanno accompagnato la nascita.

Le nove canzoni che compongono il disco nascono da un periodo di cambiamento personale e artistico e trovano una forma essenziale, libera da sovrastrutture, in equilibrio tra suoni acustici ed elettronici, lingua italiana e dialetto napoletano.
Brani intimi e luminosi dove Ilaria intreccia natura, lingua e memoria, lasciando che le canzoni si muovano libere.
“Rive” accoglie e accompagna, scorre lento come un fiume e invita ad attraversarlo senza fretta, lasciandosi portare.
È un album libero, che pulsa di vita e amore, che spinge a non fermarsi al visibile ma a guardare oltre, entrando nel mondo delle percezioni. Un invito ad allinearsi con i propri aspetti più sottili, a riconoscerli per vivere in sintonia con i sussurri dell’anima.

In questa intervista Ilaria ci racconta il suo ritorno alla scrittura. Ne è nata una conversazione intensa e luminosa, ricca di spunti, proprio come le rive che danno il titolo a questo splendido album.

Ciao Ilaria, che bello averti qui su The Beat, benvenuta!
“Rive” è il tuo primo disco solista: una riva separa e accoglie, argina e contiene; è una zona d’approdo, in contatto con la riva opposta, ma anche un punto privilegiato d’osservazione. Hai vissuto questo album più come un ritorno, un nuovo inizio o una trasformazione?

Ciao, è un piacere essere qui!
Dunque, per me Rive è la tappa di un viaggio iniziato praticamente da quando sono nata e che ora mi ha portata a navigare un fiume.
Le sue sponde sono il vissuto, i pensieri e le esperienze che hanno dato forma a questo momento della mia vita, al mio corpo, alla mia voce e ad una nuova percezione di ciò che mi circonda.

L’ecopsicologia studia la relazione tra la dimensione interiore dell’essere umano e l’ambiente naturale, partendo dall’idea che la natura abbia un effetto profondo su emozioni e percezione di sé. Il disco è nato tra la Tuscia e una faggeta: quanto ha influito quell’ambiente sulla produzione dell’album?

Ho realizzato solo dopo quanto fosse presente la natura e il suo ritmo nelle mie canzoni, ed è stato quando ho capito che volevo raccontare lo stupore nelle piccole cose che prima inseguivo nelle cose complesse. Quando ho sentito il bisogno di esprimere quelle sensazioni di forza e vulnerabilità che si alternano visibilmente osservando la natura. Nella produzione ho cercato di vivere quell’equilibrio instabile che emerge tra i contrasti.

Questo nuovo lavoro arriva dopo una lunga pausa. Il silenzio che è intercorso, ha avuto un “ruolo attivo” nella scrittura?

Durante la lunga pausa dalla musica in realtà mi sono riavvicinata alla pittura, che mi ha comunque permesso di esprimermi. È stato come continuare a fare musica attraverso un altro linguaggio, quello del colore e delle immagini figurative. Forse non ho mai percepito quella pausa come silenzio vero e proprio. Ad un certo punto ho semplicemente sentito le parole riaffiorare in superficie e così sono tornate anche le canzoni.

Hai condiviso la produzione con Simone De Filippis (che ti accompagna anche live) e Gnut: come si è costruito questo equilibrio creativo?

È avvenuto tutto in maniera organica e libera da schemi. Ci siamo ritrovati con la voglia di esplorare e sperimentare insieme partendo dalle mie canzoni. Con Gnut abbiamo lavorato sui brani affinando alcuni testi, le armonie e le strutture.

Simone ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione e arrangiamento del paesaggio sonoro, curando le tessiture elettroniche e suonando molti degli strumenti del disco. Ad un certo punto i ruoli sono diventati fluidi, uno scambio continuo di idee e sensazioni in totale libertà creativa. È stato un processo bellissimo da vivere insieme a due artisti che stimo enormemente.

Ti ho vista live interpretare i brani del nuovo album, mi è sembrato scorgere dalle tue espressioni quanto fosse “vita” il contenuto dei testi. Cosa cambia quando le condividi con il pubblico?

Si attiva una sorta di processo alchemico. Quello che hai messo nelle canzoni si amplifica, le persone che hai davanti diventano una cassa di risonanza delle emozioni che hai depositato nella scrittura.
Il pubblico per me è l’orchestra silenziosa senza la quale la musica non potrebbe davvero vibrare, e che spesso ti rivela i lati più nascosti delle tue stesse canzoni. Mi viene in mente quello che diceva Cocteau, che il pubblico non ascolta uno spettacolo ma lo completa.

Durante il live hai accennato a una riflessione che mi ha colpito molto: l’idea dell’aldilà come un luogo in cui i desideri si avverano. In un tempo in cui ciascuno costruisce il proprio modo di credere — tra fede, immaginazione e bisogno di conforto — che significato ha per te questa immagine?

Per me rappresenta proprio il distacco dalla ricerca di una risposta definitiva. Prendere atto di quanto le nostre credenze siano condizionate da fattori culturali, emotivi, storici è già di per sé la prova di quanto sia impossibile arrivare a una verità assoluta.
Eppure, abbiamo un bisogno profondo di credere in qualcosa, ed è per questo che ognuno di noi si aggrappa a una propria narrazione del reale. Credere di sapere ci dà stabilità, ci dà un terreno sotto i piedi.
Ma accettare che la nostra conoscenza sia limitata, parziale e sempre in divenire significa scegliere di restare nell’incertezza. Ed è proprio in quell’incertezza che io trovo una grande forma di libertà, dove smetti di volere incarnare una verità e cominci ad essere, semplicemente.

Paradiso apre il disco, la fragilità non appare mai come debolezza, ma come uno spazio poetico e umano con cui rimanere in contatto. I versi hanno qualcosa di estremamente visivo e tattile, quasi infantile nel senso più puro del termine. Quanto conta per te conservare uno sguardo immaginativo sulle emozioni?

La musica per me è anche un modo per dare forma a qualcosa che altrimenti rimarrebbe caotico e inafferrabile. Conservare quello sguardo immaginativo significa per me non cercare di spiegare le emozioni ma lasciare che diventino immagini, colori, suoni. Si, proprio come fanno i bambini, che non analizzano ciò che sentono ma lo disegnano, lo cantano, lo vivono.

Domani, brano splendido inserito a metà del disco, è l’unico brano che canti con testo di Gnut. Cosa accade alla tua interpretazione quando le parole non nascono dalla tua scrittura?

Inserire questo brano nel disco mi ha dato la possibilità di esprimere il mio lato da interprete, che è qualcosa di profondamente diverso dall’essere autrice. Anche la melodia è di Gnut e quando le parole e la melodia non nascono da te devi trovare un altro tipo di verità per poter esplorare un territorio che non hai costruito tu, ma che puoi fare tuo attraverso l’interpretazione. È un esercizio bellissimo perché ti costringe ad uscire dai tuoi schemi espressivi e ad attraversare nuove sonorità e sfumature.

Nell’album sono presenti due brani molto intensi in dialetto napoletano, Fuje e Spirito do viento. Mi ha colpito la presentazione che hai fatto su questa canzone, l’invito all’ascolto del vento come una voce che attraversa le cose.
Ascoltandola, ho avuto la sensazione che il vento diventasse quasi una presenza spirituale, invisibile ma concreta. Che significato ha per te questa immagine dentro il brano?

In questo brano racconto un’esperienza vissuta.
Stavo camminando nel bosco ed ero in uno di quei momenti in cui la mente non riesce a trovare quiete. A un certo punto ho sentito il vento attraversarmi, e in quell’istante si è creato qualcosa che assomigliava a un dialogo. Come se quella presenza fosse in grado di ascoltare, di raccogliere il tormento che portavo con me. Le ho chiesto di portarselo via. E così è stato. Il dialetto napoletano in questo senso non è una scelta estetica ma una necessità espressiva, è la lingua che meglio di ogni altra riusciva a contenere quella dimensione arcaica e viscerale che avevo appena sperimentato.

In Cuore, apri con un canto armonico che mi ha portato subito a pensare a Sainko. Le tecniche vocali tuvaniche fanno parte da tempo delle tue esplorazioni e ricerche vocali?

Sì, c’è stato un periodo della mia vita, ancor prima che iniziassi a scrivere canzoni, in cui ero completamente immersa nell’esplorazione e nella ricerca del suono attraverso la voce come materia prima. Mi affascinava tutto ciò che usciva dai canoni della vocalità occidentale, mi avvicinavo alle tradizioni popolari e folkloristiche più lontane, dalle polifonie bulgare al canto di gola tuvanico, fino alle sperimentazioni più radicali di Demetrio Stratos.

Quel periodo di esplorazione è rimasto dentro di me anche quando la scrittura è diventata il centro del mio lavoro. Riemerge in modo naturale, come all’inizio di Cuore, dove il canto non è un elemento decorativo ma una porta di accesso a qualcosa di primordiale, una dimensione sonora che precede le parole.

Hai un timbro, un colore che accompagna e incanta. Ti ricordi la prima volta in cui hai percepito la forza comunicativa della tua voce?

Onestamente non è una cosa a cui penso molto. Credo che quando sei dentro un atto creativo smetti di osservarti o di misurarti, la distanza tra te e quello che stai facendo si azzera. Quello che resta però è una forma di gratitudine molto grande verso chi sceglie di essere lì con me.

Grazie per questo viaggio delicato e potente, è un disco capace di aprire varchi, di rallentare lo sguardo e di ricordarci la parte più silenziosa e intuitiva di noi.
Grazie di cuore per la disponibilità ed il tuo tempo

Grazie di cuore a te!