Miglio è il nome d’arte di Alessia Zappamiglio, cantautrice e produttrice bresciana ma bolognese di adozione. Alla fine del 2025, dopo due anni di scrittura e produzione, ha pubblicato per Peroni Dischi/Hom il suo ultimo lavoro: “Traumfabrik Again”.
Il disco – il cui titolo rimanda la memoria a un luogo storico della Bologna degli anni ’70 e ’80 – contiene dieci tracce in cui la scrittura cantautorale si intreccia a dense sonorità elettroniche e vede la partecipazione di artiste e artisti di rilievo della scena contemporanea.
L’ascolto ci ha fatto immergere in atmosfere post-industriali e new wave a noi care e ci ha spinti a raggiungerla – in questi giorni in cui è impegnata nel tour promozionale del disco – per approfondire alcuni aspetti della sua produzione e del suo percorso artistico.
Ciao Alessia e benvenuta su The Beat!
Vorrei partire subito dai tuoi esordi: quando è nata la tua passione per la musica e quali sono stati i tuoi primi studi e riferimenti musicali?
Sono cresciuta in mezzo alla musica, mio padre era un musicista e fin da subito mi sono sentita attratta da questa forma d’arte.
Mio padre mi ha insegnato le prime cose con la chitarra, avevo 11 anni, dopodiché ho proseguito da autodidatta fino ad arrivare ad oggi dove bene o male suono un po’ di strumenti. Ho iniziato ascoltando molto cantautorato, sicuramente questa è stata la mia prima formazione, dopodiché ho scoperto tutto il resto.

A un certo punto della tua vita hai lasciato Brescia e hai scelto di trasferirti a Bologna, dove tutt’ora vivi. Questo cambiamento di luogo ha influito sulla tua musica? E se sì in che modo?
Sì, molto. Brescia resta il luogo da cui provengo e credo che una certa durezza industriale e periferica me la porterò sempre dentro. Però Bologna mi ha permesso di entrare in contatto con una scena viva, fatta di confronto continuo, concerti, spazi condivisi. Mi ha dato la possibilità di capire che la musica poteva diventare qualcosa di più concreto e quotidiano.
Nelle tue canzoni c’è una grande attenzione alla parola. Puoi raccontarci qualcosa in merito al processo creativo e alla genesi compositiva dei tuoi brani?
Per me la parola è centrale. Anche quando lavoro molto sul suono e sulle stratificazioni elettroniche, parto quasi sempre da un’immagine, da una frase o da un testo scritto di getto. La scrittura nasce spesso in modo molto istintivo, quasi diaristico, poi arriva una fase successiva in cui provo a togliere, asciugare, lasciare solo ciò che è davvero necessario.
Un paio di anni fa Marco De Vincenzo, direttore creativo di Etro, ti ha chiesto di comporre la colonna sonora per la sfilata Autunno/Inverno. Com’è nato questo connubio e come hai affrontato il lavoro pensando a un dialogo tra musica e moda?
L’incontro con Marco De Vincenzo ed Etro è nato in modo abbastanza naturale. Marco conosceva il progetto e mi ha contattata chiedendomi di lavorare alla colonna sonora della sfilata. È stata un’esperienza molto intensa perché mi ha costretta a ragionare sulla musica in funzione del movimento, dello spazio e delle immagini. Non doveva essere solo un brano da ascoltare, ma qualcosa capace di accompagnare una narrazione visiva.
“Traumfabrick Again” è il tuo secondo disco in studio, uscito a ottobre scorso.
Nel titolo c’è il riferimento culturale a un luogo storico della Bologna di fine anni ’70 e primi ’80. Cosa rappresenta per te quella “fabbrica dei sogni” di allora e qual è la “fabbrica dei sogni” del tuo presente?
La Traumfabrik era un luogo simbolico della Bologna tra fine anni ’70 e anni ’80, uno spazio legato alla controcultura, alla musica, alla possibilità di creare linguaggi alternativi. Mi interessava l’idea di “fabbrica dei sogni” come luogo collettivo, non individuale.
Oggi credo che la nostra Traumfabrik sia molto più fragile: esiste ancora il bisogno di creare comunità e immaginari condivisi, ma viviamo in un tempo molto più frammentato e precario. Il disco prova a stare dentro questa contraddizione.
Nel disco hai scelto di collaborare con altre artiste e artisti della scena contemporanea. Potresti raccontarci qualcosa in merito a tutti loro e ai loro interventi nei tuoi brani?
Plastica e Whitemary hanno portato due riletture molto diverse del mio mondo nei remix, spingendolo verso territori più club e ritmici.
Rodrigo D’Erasmo ha aggiunto una componente emotiva fortissima con gli archi, dando respiro cinematografico ad alcuni passaggi.
Max Collini, invece, rappresentava quasi una presenza inevitabile per l’immaginario del disco: gli Offlaga Disco Pax sono stati importanti nel mio percorso e lavorare con lui è stato molto naturale.
L’amore ci farà a pezzi è la traccia che apre il disco ed è una delle canzoni più intense. Il titolo è la traduzione di Love will tear us apart dei Joy Division. Il brano arriva subito come un racconto molto intimo, crudo e personale. Nasce come un tributo o rappresenta il tuo vissuto?
Il riferimento ai Joy Division è esplicito, ma non nasce come tributo nostalgico. Piuttosto, quel titolo era un modo per dialogare con un immaginario che mi accompagna da anni e portarlo dentro qualcosa di molto mio, legato alle relazioni, alla fragilità, alla difficoltà di restare interi. È una canzone che parla di crepe emotive ma anche di resistenza.
A fine aprile è uscita una doppia versione di questo stesso brano con due importanti contributi: quello di Max Collini e quello di Sara Berts. Puoi raccontarci più nel dettaglio le particolarità di queste due collaborazioni e le motivazioni che ti hanno portata ad affidare ad altri questa tua canzone?
Le due versioni sono nate dal desiderio di lasciare entrare altri sguardi dentro una canzone molto intima. Max ha portato una dimensione più narrativa immergendo il brano nel suo modo di dire determinate cose.
Sara Berts ha lavorato in modo più sospeso, spostando il brano verso una vulnerabilità diversa, decostruendolo. Mi interessava vedere come una stessa canzone potesse cambiare attraversando sensibilità differenti.

In questo periodo sei impegnata nel tour promozionale del disco che andrà avanti fino all’autunno. Come sta andando e quali sono i luoghi della musica che senti più congeniali all’ascolto della tua musica?
Il tour sta andando molto bene, soprattutto perché sto percependo un ascolto molto attento. È una cosa che per me conta parecchio. Mi sento più a casa nei luoghi raccolti, negli spazi in cui si crea una vicinanza reale tra chi suona e chi ascolta. Anche quando il live ha momenti più elettronici e fisici, per me resta importante mantenere una dimensione intima e diretta.
Grazie per il tuo tempo e per la tua disponibilità, a presto.


