Articolo a cura di William Domenico Nespoli
desidèrio (ant. disidèrio e desidèro) s. m. [dal lat. desiderium, der. di desiderare «desiderare»]. – 1.Sentimento intenso che spinge a cercare il possesso, il conseguimento o l’attuazione di quanto possa appagare un proprio bisogno fisico o spirituale
Qualche tempo fa, in quel meraviglioso e ultimo baluardo del pensiero filosofico dell’individuo che sono i commenti a corredo dei video di YouTube, mi capitò di leggere una considerazione particolarmente intrigante, in cui un utente si chiedeva se un musicista si renda effettivamente conto dell’impatto che una sua canzone possa arrivare ad avere nella vita di chi l’ascolterà.
Non sempre, credo, ma non vorrei soffermarmi su questo, non ora, almeno, bensì trarne spunto per una riflessione certamente banale – ma quantomai sentita – che quelle parole mi hanno ispirato: la musica è la più grande occasione che abbiamo per sentirci immensamente vivi, per accorgerci belli dentro e belli fuori, invincibili e inattaccabili; è la nostra piccola bolla di possibile e intima unicità e ci consente di toccare con mano certe corde interiori che neppure sapevamo di avere e neppure lontanamente potevamo immaginare fosse possibile far vibrare.
La musica è l’inchiostro incancellabile che fissa ricordi e sogni su fogli di carta immaginari, tiene abbracciati i dolori grandi e quelli piccoli, è la nostra vittoria su tutto ed è l’unica mano sulla spalla che non ci lascerà mai.

Questo almeno è l’umile pensiero del sottoscritto, ma viene da chiedermi: è ancora così? C’è ancora spazio per la musica nell’esistenza sempre più tormentata dell’uomo moderno? Ad esempio: quella roba che ci si innamora di una canzone e si sente l’esigenza quasi fisica di doverla ascoltare continuamente perché vitale quanto l’aria e che scatena il desiderio di uscire e scrivere sui muri quanto sia meravigliosa e quanto ribalti lo stomaco, quella roba lì, insomma, voi, ce l’avete ancora? Perché quella roba lì veramente aiuta a vivere meglio, io ve lo dico, col cuore in mano.
Vladimir Jankélévitch, filosofo e musicologo tra i più radiosi del secolo scorso, sosteneva che la musica “è l’arte dell’ineffabile”, ovvero che è in grado di prescindere da ogni considerazione razionale, di sfuggire alla ragione e alle parole.
Impossibile non essere d’accordo, ci sono dischi che hanno letteralmente cambiato le vite delle persone, più di tanti libri e più di certi insegnamenti della vita stessa. In ogni disco possiamo trovarci microcosmi di immagini, sogni, incontri, pastelli a colori, sfumature, teatro dell’anima, istantanee sbiadite e la compagnia quasi confortante del silenzio tra una canzone e l’altra, che ci ricorda chi siamo e da dove veniamo.
Alcuni di quei dischi, nei nostri ricordi, hanno la stessa importanza di una persona amata: li abbiamo incontrati, magari per caso, magari guardando un film, o sentendo una voce scappare da una radio, ci sono stati corteggiamenti e seduzioni, ammiccamenti sentimentali e timide gelosie, fino ad arrivare alla sbandata vera e propria, naturale preludio di una meravigliosa storia d’amore, che nella maggior parte dei casi è assolutamente destinata all’infinito.
Quale sia il genere musicale racchiuso in quei dischi, poi, è assolutamente irrilevante, diciamolo chiaramente, l’emozione che può dare una canzone non dovrebbe avere monopòli o preconcetti e non dovrebbe essere preclusa a nessun essere umano. Arriccio sempre un po’ il naso quando una persona viene giudicata, se non addirittura presa in giro, per i propri gusti musicali, la trovo una delle forme più infime di discriminazione.
Parafrasando l’immenso Totò – che nella sua magnifica poesia “‘A livella” sostiene che davanti alla morte tutti siamo uguali e le differenze sociali non sono che un alito di vento – potremmo appunto dire che davanti alla bellezza di una qualsiasi forma d’espressione musicale siamo tutti assolutamente uguali.
Anche la musica, inoltre, come tutte le forme d’arte, stimola il rilascio di dopamina, trovo quindi più che legittimo che ogni cervello possa avere il diritto di scegliere il come e il dove, oltre che il quando. E a proposito di questo, confesso che ci sono volte in cui sento un bisogno quasi fisico di ascoltare soltanto musica che non conosco, di buttarmi a capofitto tra le braccia sconosciute di una canzone che è da qualche parte del mondo ad aspettare solo che io mi accorga di lei.
Mi sta molto a cuore rimarcare, meglio una volta in più che una in meno, che la musica è un rinomato ricovero emotivo – quindi un terapeutico amplificatore di compiacimento – e non a caso è considerata da sempre il linguaggio universale delle emozioni, perché ha un proprio e inconfondibile codice espressivo e una volta spalancata la finestra sul suo alfabeto, ogni singola nota, ogni ritornello, ogni assolo, ogni acuto, possono contribuire al risveglio delle nostre coscienze e ad una più profonda comprensione della nostra stessa esistenza.
Lei non giudica, non dice, non impone. Suggerisce, semmai, lancia sogni, desideri, intuizioni e suggestioni, saremo noi stessi a dover imparare a riconoscere quale delle sue multiforme sarà quella perfetta e più adatta al nostro sentire.
“L’arte non insegna nulla, tranne il senso della vita”, scriveva Henry Miller nel 1941, e sarebbe molto bello se tutti ce lo tatuassimo sul nostro avambraccio preferito.

Ora, dopo una piccola pausa caffè – del resto sto scrivendo, ma è come se fossimo in un bar a fare due chiacchiere, proprio davanti ad una tazza di buon caffè – vorrei tornare a quanto scritto sopra e ribadire con convinzione: è ancora così?
Ad esempio, trovo che si dia sempre troppa poca importanza alla piega che la giornata può prendere in base alla prima canzone del giorno ascoltata. Voi ci pensate mai? Il sottoscritto, quasi ogni giorno, spende diversi minuti per la scelta della prima canzone, è un lavoro duro, lo so, ma qualcuno deve pur farlo. Provateci, è una sfida, ma posso assicurare i risultati sono spesso al di sopra di ogni più rosea aspettativa. Anche affidarsi al random, talvolta, può essere contemplato, ma con parsimonia, mi raccomando.
E come dimenticare il sacro rito del primo ascolto di un album tanto atteso e finalmente uscito? Da solo, non saprei dire quante volte l’ho praticato, ma ho particolarmente a cuore quella volta che io e tre amici ci chiudemmo in una stanza, rigorosamente al buio e rigorosamente in silenzio, ad ascoltare per la prima volta In rainbows dei Radiohead, uscito da pochissimi giorni. Fu un’esperienza memorabile e coinvolgente, sia per l’oggettiva bellezza del disco, sia per quel senso di aggregazione e complicità che solo la musica riesce a regalare.
E ancora: avete mai osservato i movimenti delle persone mentre voi, estraniandovi, ascoltate qualcosa in cuffia? È meraviglia pura, una danza improvvisa(ta) in cui gli inconsapevoli ballerini riescono a trasformare i loro piccoli gesti quotidiani in performance artistiche che meriterebbero ben altri palcoscenici. Se la vita di tutti i giorni potesse avere un’unica colonna sonora per tutti, certamente la vita stessa sarebbe più semplice e tutto diventerebbe più facile e più armonioso.
Ovviamente si può dire la stessa cosa anche per il punto di vista antitetico, ovvero osservare ad esempio una persona con le cuffie – magari sui mezzi pubblici, magari mentre è assorta, rapita dalle sue note private – e giocare a fantasticare sul mondo che si sta creando e rendersi conto dell’incanto che sta vivendo. Anche questi sono piccoli esercizi che aiutano a vivere meglio e consolidano il legame affettivo con la musica.
Con un po’ di pratica, si può anche provare ad indovinare cosa questa persona stia ascoltando, ma questa è un’arte che richiede appunto esercizio continuo, costanza e dedizione stacanovista.
Poi, a volte, basta una mano che accarezzi i capelli, o un movimento delle labbra fatto in un certo modo, per capire se si stia regalando piacere con Frank Sinatra o Patti Smith.

Bene, ora che su queste mie considerazioni sparse sta per calare il sipario, sostanzialmente, con queste poche righe, seriose ma non troppo, pop quanto basta, dove si è voluto andare a parare? Da nessuna parte, ovviamente, lungi da me ergermi a guru di qualcosa che appartiene a chiunque e più di ogni altra cosa è sinonimo di indipendenza, vita e libertà.
La mia unica premura, semmai, soprattutto in un periodo storico come quello che stiamo vivendo, pregno di incertezze e nuvole nere nel cielo celeste del futuro, potrebbe essere quella di raccomandare di provare a riportare la musica al centro di tutto; di renderla viva, di respirarla il più possibile, di indossarla, di invitarla a pranzo o a cena, di regalarla, anche. Anzi, soprattutto regalarla, non necessariamente fisicamente, sia chiaro, ma condividere il più possibile con altri la gioia di nuove scoperte del cuore.
Non è forse bellissimo quando facciamo ascoltare una canzone a qualcuno per la prima volta e quel qualcuno ci ringrazia come se gli avessimo salvato la vita? (e in un certo senso lo abbiamo fatto, diciamoci la verità). Le nuove geografie sonore che lentamente si rivelano e i territori inesplorati di certe melodie che da un minuto all’altro diventano familiari e ci portano per qualche istante sulla luna e raccontano persino cose nuove di noi, confezionano emozioni che infiocchettano con nastro colorato la consapevolezza che nulla al mondo può essere anche solo lontanamente paragonabile.
Una nuova canzone è per sempre, volendo semi citare uno dei claim pubblicitari più famosi di sempre, e se anche fosse che le canzoni vanno e vengono, è sicuramente ancora più vero che la traccia che lasciano sulla nostra pelle, nel nostro respiro, nel nostro vivere di tutti i giorni, è di quelle indelebili. Teniamolo presente. Ora e sempre.
(da qualche parte qui sotto dovrebbe esserci il link ad una playlist creata per l’occasione: buone (eventuali) nuove canzoni a tutti).
Ascolta la playlist qui
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