“Non stiamo pubblicando un disco. Stiamo aprendo un fronte. Evo barbarico è il nostro modo di vivere la musica come gesto di libertà, come atto di insubordinazione poetica.”
È con queste parole che la formazione capitolina annuncia il suo ritorno.
Dopo “Novecento” (2023) disco d’esordio, Il Ciclo di Bethe si ripresenta sulla scena indipendente italiana, pacificamente armato di resistenza musicale e culturale con un nuovo progetto sui generis e risveglia anime. Il titolo esteso del nuovo lavoro è: “Evo barbarico: memorie, radici e acciaio” e la nota esplicativa recita: “Un progetto in tre atti per una rivoluzione musicale permanente”.
Più che una mera uscita discografica, si tratta di un itinerario articolato in tre capitoli: “Memorie”, “Radici” e “Acciaio”, un viaggio sonoro e concettuale destinato a svilupparsi lungo l’intero anno con tre pubblicazioni separate.
Non è previsto alcun formato fisico, il progetto è reperibile solo in versione digitale su Bandcamp e sugli altri principali servizi di streaming.
Lontano dalle logiche del consumo rapido e dai meccanismi promozionali che scandiscono l’industria musicale, “Evo barbarico” si presenta così come una creatura in continuo divenire; una sorta di laboratorio aperto dove la forma musicale si rinnova costantemente.
È un’opera che si costruisce nel tempo, come un manifesto, un palinsesto mutevole e che rivendica la libertà del processo creativo fondendola con tematiche di ampio spessore.
La veste grafica del nuovo lavoro si presenta con una scena surreale e decadente: in secondo piano c’è un’auto d’epoca bianca (forse una Fiat 600 o un’auto simile come la Zastava) arrugginita e coperta di sabbia, ferma in un ambiente che sembra un cortile o uno spazio chiuso, quasi desertico. Sul cofano dell’auto ci sono dei teli o dei resti di stoffa logora, mentre sul tetto sono poggiate alcune tavole di legno sopra un portapacchi. Davanti all’auto c’è una grande testa di statua che raffigura Lenin con sopra un piccione appollaiato. Sul muro di fondo, a lettere grandi e scure, c’è la scritta “EVO Barbarico”. Un’immagine potente e carica di simboli.
L’auto abbandonata, emblema della modernità e del sano progresso “intellettivo – industriale”, ora arrugginita e sommersa dalla sabbia, rappresenta il declino della civiltà tecnologica votata al miglioramento delle condizioni di tutti.
La sabbia evoca il tempo che seppellisce ogni segno, un deserto che riconquista ciò che l’uomo aveva costruito. La testa della statua rimanda alla caduta dei miti e delle ideologie: il passato è diventato rovina, e su di esso ora si posa solo un piccione, indifferente e immobile.
La scritta “EVO Barbarico” dipinta sul muro sembra quasi un graffito, un messaggio lasciato in un mondo post-apocalittico: un nuovo periodo barbarico, in cui i simboli della modernità, della ragione e delle ideologie sono diventati solo resti da museo nel deserto. Mi sono dilungata così tanto sulla descrizione dell’immagine perché è una premessa all’ascolto e per entrare nello spirito di questo primo capitolo.

Con “Novecento” Il Ciclo di Bethe rifletteva sul secolo appena trascorso, un periodo di grandi trasformazioni e contraddizioni, segnato da progressi e rovine, perdite materiali e interiori. L’album proponeva uno sguardo lucido sul passato, privo di sentimentalismi, con l’intento di risvegliare una rinnovata consapevolezza critica e costruttiva. In questo primo capitolo, “Memorie” , il collettivo continua a scavare nel passato per interrogare e risvegliare il presente.
La formazione, anche se con qualche lieve variazione, è sempre la stessa: Alexandro Sabetti (chitarra e voce), Alessandra ‘Trinity’ Bersiani (voce principale, programming, synth, Valerio Michetti (batteria), Hermes Leonardi (basso e voce) e Gianpaolo Rosato (synth, chitarra “molisana”, lapsteel, sitar).
Sulla scia di “Novecento”, anche questo album vede la partecipazione di numerosi ospiti, a conferma di una militanza artistica condivisa in cui la collaborazione e l’unione dei talenti amplificano la forza espressiva del progetto, generando nuova forza e valore.
Una rivoluzione culturale permanente.
Il mondo sonoro di “Memorie” si inerpica su un crinale che intreccia l’impeto punk con la precisione meccanica dell’elettronica, tra pulsazioni techno e suggestioni kraut, fino a sfiorare le evoluzioni del rock nelle sue contaminazioni noise e stoner.
In questo scenario incandescente trovano anche spazio momenti dalle dense tinte dark e improvvisi guizzi di viaggio etnico. Un paesaggio teso, ipnotico e militante.
A dare corpo a questo territorio musicale ci sono sette brani: cinque inediti e due cover che celebrano le radici culturali e musicali del collettivo.

Nazione è un vero e proprio colpo d’inizio: pulsazioni elettroniche ripetitive si insinuano come sottofondo ipnotico prima di sfociare in un’esplosione punk, punteggiata da incursioni techno. Riccardo Sabetti e Cristiano Santini (che ha curato produzione e synth addizionali) uniscono le loro voci in un grido di rabbia e rivolta che si trasforma in un amaro inno politico. Il testo descrive un mondo mediato dai social e dal consumo, tra “luci intermittenti, App, start-up e filiere controllate”, contrapponendo la superficialità digitale e gli spiriti dormienti della “nazione senza rivoluzione” a un sentimento di appartenenza e resistenza di chi non segue ciecamente la massa: “Noi siamo la nazione, noi siamo la reazione!”.
La traccia imposta subito il tono militante e concettuale dell’album, fondendo energia, critica sociale e sperimentazione sonora.
Il secondo brano è uno dei momenti più soffusi e intimi dell’album, Cronacart avvolge l’ascoltatore in atmosfere dilatate e tinte dark guidate da una viscerale linea di basso e da chitarre distorte, creando una intensa nebbia sonora.
Su questo scenario prende forma la voce profonda e magnetica di Andrea Chimenti che alterna recitazione e canto per riportare alla luce oscuri episodi di cronaca che sembrano non appartenere solo al passato.
A seguire, La NATO con le ore contate innesca un netto cambio di registro: la voce di Massimo Baiocco guida il brano attraversando una rarefazione techno che, nonostante il rigore della macchina elettronica, mantiene un’atmosfera carica e intensa. L’apertura parlata – “Prego, mi mostri i documenti/ Non abbiamo molto tempo” immerge subito l’ascoltatore in una scena cinematica e claustrofobica. Ma non è un film.
Ci troviamo poi al quarto brano del nostro percorso: Mantra – L’imponderabile elemento della pecora. Ipnotico, lisergico, straniante. Ci conduce in Oriente. L’apertura è affidata a quello che sembra essere il suono del sitar, le timbriche orientali si mantengono costanti per tutto il brano intrecciandosi a riverberi elettronici per poi interrompersi bruscamente con il suono di una interferenza.
La frase del mantra che abita la melodia: “Achintya Bheda Abheda Tàttva” è forse metafora della tensione tra individuo e collettivo, tra chi pensa e chi segue.
Un brano che usa la ripetizione come riflessione sull’essere parte di un gregge, ma con una coscienza propria. Chi lo sa come andrà a finire? Del resto, è imponderabile.
La verità chiude il ciclo degli inediti. È il brano più “attuale” in termini cronologici: agghiacciante, reale, potente. Concettualmente qui assistiamo al racconto del criminale filtro bieco dei media nazionali che negano l’evidenza inumana che si consuma a poche ore di volo da noi.
Il tutto scorre scandito dalla voce severa e assertiva di Andrea Ra in dialogo con l’intenso intercalare di ‘Trinity’ con la sua voce corposa ed evocativa. Questo falò delle verità si consuma su beat ossessivi e pulsanti che vibrano con ardore fra elettronica, techno, kraut, che non danno tregua.

In chiusura troviamo due cover omaggio: Die Beine Von Dolores dei Pankow e Xaviera Hollander dei Diaframma. La prima, proposta in versione live, mostra i nostri assumere “un tono più da camera”, come recita la presentazione del brano. Le sonorità abbracciano una calma insolita che si tinge di pathos grazie alla voce di Trinity, capace di disegnare scenari di oscura bellezza.
Un tributo intenso e appassionato. Nella seconda, rilettura affidata alla voce di Riccardo Sabetti, si respira l’amore e la gratitudine verso una formazione considerata tra i pionieri della new wave e del post-punk italiani. In entrambi i casi è impossibile dimenticare le proprie radici: essere consapevoli da dove si viene per avere ben chiaro, nella testa e nel cuore, dove si sta andando.
Si conclude così il primo capitolo della trilogia di “Evo barbarico”. I crismi del collettivo sono saldamente gli stessi: coraggio, audacia e arte come resistenza.
Il Ciclo di Bethe affida il suo grido alla musica che può attraversare spazio e tempo e sfondare pacificamente qualsiasi frontiera.
Tracklist:
- Nazione (feat. Cristiano Santini & Riccardo Sabetti)
- Cronacart (feat. Andrea Chimenti)
- LaNATO con le ore contate (feat. Massimo Baiocco)
- Mantra [L’imponderabile elemento della pecora] (feat. Riccardo Sabetti)
- La verità (feat. Andrea Ra)
- Die Beine Von Dolores (live @ Circolo ARCI Ribalta, Vignola (MO), 02/03/2024) [bonus track]
- Xaviera Hollander [bonus track] (feat. Riccardo Sabetti)


