“Famiglia” – Cassio

Cassio, nome d’arte di Simone Brondi, è un cantautore livornese trentenne. Ha iniziato il suo percorso  in due gruppi musicali: prima i Tinkerbell, band punk con cui pubblica un disco per la Redtone Records, e poi la Maison, con cui nel 2014 pubblica “Vaine House” per Trovarobato Records, prodotto da Enrico Gabrielli e Taketo Gohara

Dopo anni oscuri, ritorna con il suo primo album, “19 luglio 1944”, prodotto da Andrea Pachetti, in seguito l’EP “Felice a metà” e più recentemente, il secondo album in studio  “Famiglia”.

Quest’album è difficile da spiegare, ricco di simboli e significati, un po’ di pascoliana memoria, tra famiglia, aura di morte, ossessioni e richiami. Allo stesso tempo, inevitabilmente, presenta qualche richiamo ad Edgar Allan Poe, soprattutto nella rappresentazione visiva della morte e nei toni lugubri.

Sarebbe sbagliato però semplificare tutto il senso di questo lavoro a un’idea viscerale di morte, perché è molto di più.
È il ricordo di una famiglia complessa, di una sensazione di colpevolezza, di essere fatti male a causa delle scelte del proprio percorso di vita, ma anche una nostalgia e un eco lontano a una dimensione puerile, in cui la vita era già difficile ma forse più piena di sole estivo e corse all’aperto.

Tanti simboli collegati a un immaginario che affonda le radici nella tradizione italiana, dai richiami più immediati come i titoli delle canzoni Maradona e Livorno, fino ad altri più sottili ma simulacri di un’Italia che a lungo tempo è rimasta cristallizzata in un immaginario popolare ben preciso.

La domenica, la tavola da pranzo, le tovaglie a fiori (qui tanto odiate), che a livello antropologico possono rappresentare un’Italia – chissà se esiste davvero – a lungo immobile, ma allo stesso tempo evocano l’idea della casa come centro nevralgico.

Un immaginario con radici anche nella precarietà della situazione italiana del dopoguerra, che trova in questi simboli una sorta di stabilità.
Per una persona nata negli anni Novanta, questo può tradursi in un’idea di infanzia perduta, di calma emotiva, con la figura catartica della madre al centro, contrapposta alla precarietà della vita adulta e al dolore che ci porta attraversare questo mondo, tra sensibilità troppo accese e droghe che sembrano non finire mai.

Questo contesto domestico, dunque, è profondamente sfaccettato: se da una parte c’è nostalgia, dall’altra la casa appare quasi infestata dalle consapevolezze dell’età adulta, dalla depressione, dalla bruttezza del tempo che passa e dalla dolorosa consapevolezza che un abbraccio con la propria madre può trasformarsi anche in un incontro tra due scheletri.

Non posso fare a meno che accostare questo immaginario alla famosa frase di Andrea Pazienza: “Ciao mamma, ciao papà, sono tornato per sempre, ho finito di scherzare, di drogarmi, di frequentare brutta gente, sono qui per restare, per mangiare con voi, per chiedervi i soldi del cinema, per essere svegliato ogni mattina, perché voi mi compriate i vestiti che volete, con le camice stirate, le camice! Voglio la mia stanzetta e farmi degli amichetti nuovi e venire al mare con voi, ma solo se son buono! Vi ricordate? Era estate, eravamo in campagna e mi mettevate gli orecchini di ciliegia”.

Questa complessa stratificazione ritrova la sua rappresentazione acustica attraverso melodie complesse, ora cantautoriali (ma non per questo indolcite, al contrario viscerali), ora con suoni sintetici che mi fanno pensare alle sigle degli anime di inizio 2000 o al suono di un gameboy.

“Quando ero piccolo io/giuro non lo sapevo/dormivo vicino alle porte coi teschi/del mio cimitero”, frase tratta da La persona peggiore del mondo, è  forse la più rappresentativa della dissoluzione del mito italiano e delle sue immagini “sacre”.

La tavola è accompagnata dal rifiuto del cibo, l’amore dal disprezzo e dal dolore di un bambino profondamente ferito, che respinge abbracci e dolcezze, forse perché sa che arrivano sempre con un prezzo. La visceralità dell’odio verso se stessi – che mi ricorda molto Bojack Horseman – convive con un’atmosfera di morte, richiamata anche dal cimitero davanti alla casa del cantautore, secondo quella logica di ἔρως καὶ θάνατος (Eros e Thanatos): senza amore c’è solo morte e il freddo silenzio di un inverno che “si porta via tutto”.

La dolcezza musicale di Maradona e la frase “non sono bravo a pallone/com’eri te” ribaltano la narrazione: forse gli errori dei genitori passano in secondo piano, lasciando spazio a un momento di riflessione sui propri, sul dolore che si può aver causato agli altri, tra le visite al Sert e la paura di perdersi.
L’idea di vedere Maradona, essere beati per averlo visto, in tutto questo potrebbe essere il simbolo di chi invece la vita l’ha vissuta con un’apparente semplicità e ha fatto il percorso definito più giusto. Tanto naturale ma sempre scioccante constatare che ci siano persone tanto diverse nella stessa famiglia.

L’atmosfera sognante e angelica di Livorno ci lascia di spiazzo con un’aura di sogno che però diventa un incubo con la frase “ho sognato di ucciderti/ come tu hai ucciso me”, segno che una rappresentazione delicata e poetica non deve nascondere sotto il tappeto le emozioni più viscerali, ma che anche quelle diventano parte imprescindibile del percorso, una presenza catartica, come un martire che raggiunge l’estasi dopo il dolore.
Delicatezza e poesia si esprimono pienamente nel video musicale, con Greta Love come protagonista, in cui i colori da vecchia videocassetta e la semplicità domestica e vitale della protagonista diventano la rappresentazione di ciò a cui molti di noi possono solo aspirare.

In Cadavere ci sembra di vivere quasi un’ascesi verso il cielo, che con la frase “Scappa da qui/lontano lontano da qui” trova forse una conferma di questo pensiero.

Che sia la crisi che colpisce un po’ a tuttə vivendo in una realtà stretta, o un semplice stato di insoddisfazione in cui non vogliamo vedere chi amiamo, la realtà in questi versi riceve la sua consacrazione e viene rappresentata con la lente quasi filmica: un’esperienza che acquista il suo significato solo attraverso la resa in arte.
Un video per la canzone in cui le maschere e i vestiti fanno pensare a un “Texas Chainsaw Massacre” urbano, in cui la vergogna di mostrarsi è anche contrapposta a una gialla e luccicante forza vitale.

La canzone Mamma è accompagnata da una melodia quasi da videogioco, dolce e nostalgica. Vi si ritrova un richiamo alla neve e all’inverno, alla difficoltà di abbracciarsi, con una contrapposizione tra la dolcezza dei suoni e la freddezza derivante dalle troppe delusioni. Mai totale, però: come ogni legame importante, il sentimento resta mai definitivo, sempre accompagnato da un fondo di dolore e speranza, come nel verso “Mi avrà rovinato l’asilo, le suore, la droga/e mi chiedo se mi vuoi ancora bene”.

Eterno girotondo rappresentato nel video ufficiale da ricordi in stile primissime VHS, con situazioni quotidiane, feste e divertimento familiare come cornice. Eterna nostalgia ed eterno ritorno.

In Pijama”, invece, “faccio finta che mi importa/dell’arcobaleno” sembra riassumere la condizione di anestetizzazione nei confronti dell’amore, dovuta sia ai traumi sia all’astinenza: “Non me ne frega un cazzo/dei tuoi ex del cazzo/a me manca mia madre/mi manca la droga”.

Questa idea di non sentirsi compresi dalla persona amata, quasi come se non si comprendesse che le nostre condizioni negative non sono scelte né desideri, viene ripresa pienamente nella canzone Marta, in cui il passaggio “io non so affrontare il mio futuro senza droga/io non ti merito/ragazza della luna” esplicita la distanza tra i momenti della vita vissuti da queste due persone innamorate. L’immediata connessione tra due spiriti legati dagli stessi traumi non è necessariamente funzionale, ma, rispetto ai rapporti che possono funzionare indipendentemente da ciò, crea un’adrenalina e delle sensazioni difficili da spiegare, comprensibili solo a chi cerca di ritrovare il proprio sentire per uscire dall’apatia.

Con “Non ballerò mai più/non ballerò mai più con te” in Je ne sais pas viene espressa attraverso una musicalità contrastata, con richiami iniziali folkloristici e lenti, spazzati via da una forza dirompente nel ritornello.

“La morte camminava sopra i tacchi/questo non è il mondo mio/questo è il mondo degli altri”: la forza di questa bonus track, Ragno, con una melodia che pian piano, da calma, diventa cadenzata — quasi un girotondo circense con richiami alle sigle anime per ragazzi — risiede proprio in questa complessità: la contrapposizione tra la consapevolezza di non riuscire ad adattarsi al mondo e la forza del desiderio vitale.

In Domenica, invece, “I sogni sono per i bambini” sembra più un’espressione dolorosa di una spirale depressiva, con la conseguente impossibilità di immaginare un futuro.
Ma il dolore non è mai immobile: non è colpa di nessuno se si attraversa il male, né se gli altri non sanno come comportarsi con noi. La domenica diventa così un’espiazione dei propri peccati, un “pregare un Dio/se ne esistesse uno”.

L’album si conclude con Ekk, una traccia quasi extraterrestre, come se il viaggio fosse finito e ci fossimo finalmente liberati, pronti con i nostri corpi di dolore a librarci in alto contro il peso della vita.
“Briciole di me/briciole di te”, forse non rimane nemmeno questo di noi, ma chissà che queste briciole non siano particelle energetiche che vagheranno per chissà quanto nello spazio dopo che ce ne saremo andati.

Credo sia riduttivo esprimere con un commento la meraviglia di questo album, è come se ascoltarlo fosse l’equivalente acustico di scoprire e vedere per la prima volta la fotografia “Azione” sentimentale” di Gina Pane, dove il dolore acquista senso solo se visivamente squarcia la carne..

Tracklist:

01. La persona peggiore del mondo
02. Maradona
03. Livorno
04. Cadavere
05. Mamma
06. Pijama
07. Marta
08. Je ne sais pas
09. Ragno (Home Studio) – Bonus Track
10. Domenica
11. Ekk