Mondaze. Le onde malinconiche di un piacevole stordimento

Mondaze Linger

I Mondaze sono una giovane e interessante realtà nostrana. Si tratta di un quartetto che si muove in ambito shoegaze ed esordisce con un demo nel 2018.
Di strada ne hanno fatta, anche BBC radio si è accorta di loro e li ha passata nella sua programmazione.
Da poco è uscito il secondo disco, “Linger”, e per questo abbiamo voluto incontrare la band faentina per porre qualche domanda sulla loro proposta. Queste sono le risposte

Mi potete raccontare qualcosa di voi? Come nasce la band?
(Margherita) Fondamentalmente tutto è iniziato nel 2014, quando abbiamo visto i Nothing per la prima volta durante il loro tour per “Guilty of Everything”.
Quella data è stata una vera e propria rivelazione. Siamo andati al concerto senza conoscerli troppo, ma avevamo il presentimento che potessero piacerci. E infatti. Dal giorno dopo siamo partiti alla ricerca di qualcosa di simile e così abbiamo scoperto il mondo del nu gaze.
Nei mesi successive, poi, ho iniziato a sentire proprio il bisogno di fare qualcosa di simile, così ho cominciato a buttare giù le prime idee, giocando con un sacco di fuzz e riverbero.
Penso che Words Undone sia stata la prima traccia ad uscire da quel caos, e alla fine è pure finita nel nostro primo album. A quel punto, però, avevo bisogno di una band per dare vita a questo progetto; la prima persona che ho coinvolto è stato Matteo alla chitarra, che ha aiutato a sviluppare meglio le idee; poi è arrivato Michele alla batteria e infine Red al basso.
Ognuno di noi ha portato qualcosa di diverso, con le proprie influenze e il proprio background, e credo si senta davvero in tutte le cose che abbiamo fatto finora.

Le vostre canzoni hanno sicuramente dei marcati tratti shoegaze e rimandano col pensiero ai fasti del genere e a band quali My Bloody Valentine e Slowdive.
Come nasce la vostra passione per questo genere?

(Margherita) L’interesse per questo genere è nato, come dicevo prima, ascoltando la nuova ondata di shoegaze (Ringo Deathstarr, Nothing, Whirr…). Partendo da loro è iniziata una sorta di viaggio a ritroso nel tempo per scoprire i pionieri del genere.
Ho cominciato ad approfondire i lavori di band come My Bloody Valentine, Slowdive, Ride, Swervedriver e Duster e mi ha colpito come questi gruppi abbiano – ognuno con le proprie differenze- creato qualcosa di unico, un’ idea di suono che riesce a mescolare distorsioni immense con melodie sognanti e una forte densità emotiva, capace di avvolgerti completamente.

Credo che la vostra musica aggiorni quelle idee sviluppatesi negli anni ’90 del secolo scorso attraverso l’aggiunta di una componente cinematografica. Siete d’accordo con questa mia affermazione e se sì, che tipo di film potrebbe sostenere una vostra colonna sonora?
(Margherita) Ci fa molto piacere che tu abbia avuto questa impressione ascoltando la nostra musica. È proprio quello che cerchiamo di fare: creare paesaggi sonori in cui l’ascoltatore possa immergersi completamente e lasciarsi andare, per vivere quasi più un’esperienza che un semplice ascolto.
Ci piace l’idea di trasmettere sensazioni e atmosfere che possano evocare immagini e racconti. Dovendo immaginarmi il tipo di film a cui accostare la nostra musica, mi verrebbe da pensare a pellicole che giocano molto con l’atmosfera, l’introspezione e una certa bellezza malinconica.
Magari un film drammatico o un thriller psichedelico, un film che gioca con il confine tra realtà e sogno, come Lost in Translation di Sofia Coppola o Enter the Void di Gaspar Noé.
Scrivere musica per un film, ad ogni modo, sarebbe un sogno.

Come nasce un pezzo dei Mondaze? Partite da una melodia acustica e la riempite di effettistica, o al contrario preferite un lavoro d’insieme in sala prove?
– (Margherita) Il processo di solito parte da me, portando un’idea: a volte è solo un ritornello, altre volte è già una canzone più strutturata, ma sempre nelle sue fasi iniziali.
Da quel punto in poi, ci ritroviamo tutti in sala prove per lavorarci insieme, darle forma, affinarla e scoprire come farla diventare qualcosa di nostro. Alla fine, si tratta di darle un significato che ci appartenga davvero.

Quali sono le differenze sostanziali tra “Late Bloom”, il vostro esordio sulla lunga distanza del 2021 e il recente “Linger”?
– (Margherita) Penso che questo secondo album sia, in fondo, l’evoluzione naturale del primo. Il processo è stato abbastanza fluido, come se stessimo semplicemente proseguendo su quello che avevamo già costruito con “Late Bloom”.
La vera differenza, però, è che stavolta ci è voluto molto meno tempo per scrivere e registrare l’intero album (letteralmente la metà rispetto al precedente), ma questo è stato possibile grazie al supporto di Chris di Bronson Recordings, che ci ha dato un’opportunità che non potevamo davvero rifiutare. Nonostante ciò, possiamo dire che il nostro modo di lavorare è ancora piuttosto lento, ma è anche questo che ci permette di mantenere tutto autentico.
Non siamo sicuramente i più veloci, ma ci piace pensare che ogni passo che facciamo abbia una sua ragione.

A proposito di “componente cinematografica”, ho davvero apprezzato il video di Lines Of You, traccia di apertura di “Linger”. Credo che il video si sposi perfettamente con le immagini e che renda bene l’idea di quella che è una paura primeva e cioè lasciar andare il passato per non sentirsi soli.
Il protagonista del video ha provato a fare a meno dei ricordi ma alla fine li ha simbolicamente tirati fuori dalla terra per riportarli alla luce. Ci potete raccontare qualcosa sul video e sulla scelta della storia? Si tratta di una vostra idea?

– (Margherita) Per il video ci siamo voluti affidare completamente al regista, Clement Pelo. Tra l’altro lui è anche il chitarrista dei Cosmopaark, una band fortissima con cui abbiamo suonato qualche anno fa durante un tour in Francia. Abbiamo visto alcuni dei suoi lavori per altre band e subito ci è sembrato che avesse uno stile e un approccio in sintonia con la nostra musica.
Non avevamo idee molto precise, quindi gli abbiamo dato giusto qualche spunto e riferimento, ma già dalle prime bozze che ci ha mostrato ci siamo resi conto che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. È stato davvero facile lavorare con lui, perché è riuscito a capire perfettamente dove volevamo andare e come tradurre in immagini le sensazioni che volevamo esprimere.

Foto Andrea Fiumana