“Comfort in the Silence” – PINHDAR

Questo disco l’ho ascoltato per la prima volta dal vivo, o forse sarebbe più giusto dire che mi è arrivato addosso, investendomi con un’ipnotica meraviglia, dentro gli spazi della Caserma Archeologica a Sansepolcro (AR), durante l’evento di presentazione organizzato in collaborazione con Effetto K. Un percorso quasi fuori consuetudine rispetto alle normali abitudini d’ascolto: prima l’impatto fisico del live e solo dopo, l’ascolto del disco nel fluire ordinario delle giornate. Forse è stato proprio questo a rendere “Comfort in the Silence” qualcosa di speciale: lo stupore raro di scoprire un album a scatola chiusa. I PINHDAR, Cecilia Miradoli e Max Tarenzi, accompagnati dal vivo da Alessandro Baris alla batteria,hanno trasformato lo spazio in un magico altrove, ipnotico, rarefatto ma sorprendentemente concreto. Un luogo sonoro in cui tutto è musica in una temporanea sottrazione al caos continuo del mondo.

Non è un caso che abbiano scelto di chiamarsi PINHDAR,  facendo derivare il proprio nome da Pindaro, antico poeta greco legato all’idea del viaggio e dell’immaginazione.
La loro musica sembra davvero muoversi come un volo in realtà parallele: impalpabile ma stratificata, evocativa, ipnotica, costantemente in bilico tra consistenza fisica e dissolvenza.
Nato a Milano dall’incontro tra Cecilia Miradoli e Max Tarenzi,  il progetto ha iniziato a prendere forma nel 2019 con un EP omonimo, seguito dal debutto “Parallel” (2021) e dal successivo “A Sparkle on the Dark Water” (2024), lavori che hanno progressivamente definito una matrice sonora personale, lontana dall’operazione nostalgica spesso associata al trip-hop contemporaneo. Invece di limitarsi a recuperare un immaginario anni Novanta bristoliano, i PINHDAR hanno usato quel linguaggio come punto di partenza, contaminandolo con darkwave, post-rock ed elettronica atmosferica.
Un percorso che li ha portati naturalmente verso l’etichetta indipendente britannica Fruits de Mer Records, con cui hanno pubblicato gli ultimi due album, fino ad arrivare a “Comfort in the Silence”, il loro terzo lavoro in studio.

Con “Comfort in the Silence”, i PINHDAR proseguono nella loro peculiare traiettoria scegliendo una forma ancora più compatta e immersiva. Il disco è un flusso sonoro continuo che sembra muoversi tra inquietudine, disillusione e bisogno di sottrarsi al rumore permanente del presente. Il silenzio evocato dal titolo non ha nulla di pacificato o contemplativo: è piuttosto uno spazio sacro di resistenza emotiva, una “soglia interiore” attraverso cui il duo osserva un mondo consumato dalla violenza quotidiana, dall’alienazione e dall’incapacità di comunicare.

Tematiche che permeano l’intero album e che prendono forma nelle atmosfere dilatate, nei riverberi e nello scorrere delle tracce. Non a caso, i PINHDAR descrivono questo silenzio come “una forma minima ma radicale di resistenza”, una tensione costante tra il desiderio di proteggersi dal rumore del presente e quello di restare ancora umani dentro di esso. “Un modo per non replicare la violenza che ci circonda, nel rispetto del pianeta e dei suoi esseri viventi.”

Anche musicalmente il disco rinuncia spesso all’impatto immediato per lavorare sulla profondità e sulle suggestioni dark: le ritmiche trip-hop rallentate, le chitarre liquide, taglienti e spettrali di Max Tarenzi e la voce lunare, avvolgente e intensa di Cecilia Miradoli convivono in un equilibrio costante tra materia e dissolvenza. L’elettronica resta presente ma meno esibita rispetto al passato, assorbita dentro strutture più coese, cinematiche e poetiche; capaci di amplificare il senso di ineluttabile deriva emotiva che permea l’intero album.

Prodotto dagli stessi PINHDAR, “Comfort in the Silence” conserva una forte coerenza identitaria anche nell’apertura ai contributi esterni: il mix di Ian Caple,  già al lavoro con Tricky e  Martina Topley-Bird,  insieme al basso di  Lee Pomeroy degli Archive ampliano il respiro del disco senza snaturarne l’intimità.

Le liriche, interamente scritte da Cecilia Miradoli, si muovono in un territorio intermedio tra narrazione e astrazione. Accanto a momenti più esplicitamente raccontati, emergono spesso immagini frammentate, stati emotivi e scenari interiori dal tono confessionale, riflessivo e profondamente spirituale. Sono poesie del cuore che scavano nelle crepe dell’anima. È una scrittura che si muove tra interiorità e osservazione del reale e che diviene uno spazio espressivo sacro ed eletto, perché parla di vita, di esseri umani, di esseri viventi.

Persino l’artwork contribuisce ad amplificare la dimensione crepuscolare del disco: la copertina riproduce “Palladium”, dipinto del pittore e musicista James Johnston, figura legata ai londinesi Gallon Drunk e collaboratore di Nick Cave e PJ Harvey. Non è la prima volta che i PINHDAR scelgono un suo dipinto per tradurre visivamente il proprio universo sonoro: anche la copertina del precedente “A Sparkle on the Dark Water” era costruita attorno a una sua opera, “Lake House”, quasi a suggerire una continuità estetica tra i due lavori.

E ora immergiamoci nei nove brani che compongono “Comfort in the Silence”.

After the Fall apre il disco con una chitarra ipnotica e la voce lirica di Cecilia Miradoli, vestita di un’intensa chiarezza espressiva, quasi una sorella vibrazionale di Beth Gibbons. Un ingresso lento e magnetico che accompagna immediatamente dentro il cuore emotivo dell’album, in un crescendo di sentire infranto.

Il brano affronta il peso della violenza psicologica e del rifiuto, interrogandosi su ciò che resta di una persona dopo la caduta: “Can I still be a woman? Can I still be a mother? Can I still give and receive my feelings?”. Domande che esprimono la fragilità di chi prova ancora a restare umano nonostante il vuoto lasciato dall’abbandono. In After the Fall il fallimento non coincide con l’errore, ma con la solitudine che segue il crollo. E proprio per questo, il brano trova la propria forza più intensa nell’idea della cura reciproca, nella necessità di continuare a restare accanto a chi rischia di sprofondare nel buio.

Il viaggio prosegue con Neon Light, intima e silenziosamente dolorosa. Le sonorità si fanno ancora più rarefatte, circolari e liquide mentre il brano racconta quella lenta forma di annullamento emotivo che può consumarsi dentro gli spazi domestici.
L’immagine della “cold neon light” sostituisce progressivamente ogni possibilità di calore umano: resta soltanto una luce artificiale, fredda, distante, che vive di smarrimento identitario e svuotamento interiore. È lì che si consuma l’isolamento.

Segue Mute, secondo singolo estratto dall’album, accompagnato da un videoclip minimale e a tratti claustrofobico. Le sonorità si muovono tra nebbie dal sapore cureiano e derive chitarristiche che sembrano richiamare certe tensioni alla Robert Smith.
Qui il silenzio evocato dal titolo dell’album prende forma in maniera esplicita: “We’vefound comfort in the silence,/but we no longer know how to speak, mute”. L’incapacità di comunicare, la passività emotiva e l’inerzia diventano il punto focale del brano che ci presenta con lucidità una società sempre più assuefatta alla disconnessione e alla difficoltà di reagire.

Su queste coordinate sonore si inserisce Fade, un lento procedere: timbriche austere danno vita a una ballata soffusa e rarefatta che alterna parti cantate e parlate.
Le ritmiche scorrono come un battito inesorabile, immerso in una nebbia sonora.
Un brano che riflette sull’inutilità della guerra e che, per il suo incedere pulsante e atmosferico, non avrebbe sfigurato nella tracklist di “Mezzanine”.

A questo punto del disco, Neiko si apre come se fosse una pioggia battente, in cui la voce di Cecilia Miradoli si fa più mobile e tagliente, mutando nelle sue altezze e seguendo la fluidità delle filigrane sonore che si incrociano. Su questo scenario sonoro il brano diventa una denuncia lucida della violenza esercitata sul diverso e sull’incompreso: la figura di Neiko, donna realmente vissuta nel III secolo a.C., si trasforma in archetipo di una cancellazione che non riguarda ciò che si è stati, ma ciò che si è erroneamente rappresentato per gli altri.

La tensione emotiva si sposta verso We Float, riflessione sonora sommessa, straniante ed evocativa, come se provenisse da un’altra dimensione: quella in cui due persone che un tempo erano unite si scoprono improvvisamente estranee.

Si arriva poi a Old Kind, sussurrata e corale, che si espande su ciclicità ipnotiche attraversate dalla nostalgia e dal desiderio di ritrovare i valori essenziali e autentici, quelli che ci rendono umani.

In questa visione così profondamente animistica non poteva mancare uno sguardo rivolto alla natura, e Into the Mirror ci parla proprio di questo. Il brano scorre su vibrazioni ammalianti ed evolve fra riverberi, dilatazioni ed echi, trasformandosi in una riflessione sulla frattura sempre più profonda tra essere umano e mondo naturale.
Guardarsi allo specchio, qui, significa riconoscere anche la propria responsabilità dentro un processo di consumo e distruzione che rischia di renderci incapaci di percepire la bellezza stessa di ciò che ci circonda.

Come ultima detonazione emotiva troviamo RED, primo singolo e bonus track del formato fisico, unico brano mixato da Bruno Ellingham. Si snoda su tensioni sonore oscure e apocalittiche, ritmiche martellanti e quasi ossessive che trasformano il brano in una spirale di rabbia e disillusione. Il videoclip diretto da Matteo Maggi, ambientato nel deserto, mette in scena una lotta per il “potere” rappresentato da una pozza d’acqua.
I due antagonisti si contendono la fonte del loro desiderio fino alla morte. Uno scontro inutile che porta solo distruzione.
Se i brani precedenti di “Comfort in the Silence” cercavano il silenzio, “una possibile forma di resistenza interiore”, RED rappresenta il collasso emotivo: il momento in cui rabbia, stanchezza e perdita di fiducia esplodono senza più alcun filtro.

In una realtà sempre più dominata dalla violenza, dal caos e dall’incomunicabilità, la musica continua a rappresentare un rifugio, un gesto rivoluzionario e creativo capace di riconnettere l’essere umano con sé stesso e con il mondo.
I PINHDAR ci accompagnano dentro le loro visioni e le loro sonorità, consegnandoci un album spirituale, profondamente ispirato, onirico e insieme estremamente attuale.
Un disco che invita a compiere autentici “voli pindarici”, senza però smarrire il contatto con il presente, generando al tempo stesso straniamento, distacco pacifico dalla realtà e nuova consapevolezza.

È un meraviglioso viaggio siderale, ipnotico e confortante: una lettera d’amore all’essere umano e alla vita.

Tracklist:

01. After the Fall
02. Neon Light
03. Mute
04. Fade
05. Neiko
06. We Float
07. Old Kind
08. Into the Mirror
09. RED (CD e vinile bonus track)