A due anni dal debutto, Puah torna con un secondo album che segna un’evoluzione importante del suo percorso musicale. “Sabato, Domenica e una studentessa”, pubblicato il 6 Febbraio 2026 per Audioglobe, è un progetto in cui musica elettronica, atmosfere oniriche e suggestioni cinematografiche si incontrano per raccontare, quasi come una colonna sonora, un fine settimana vissuto da una ragazza inquieta e ribelle.
L’album si distingue per una forte componente strumentale: sintetizzatori analogici, percussioni minimali, campionamenti di suoni quotidiani ed elementi elettronici costruiscono paesaggi sonori che evocano malinconia, evasione e desiderio di libertà.
Alla base del progetto c’è l’idea di lasciare che sia il suono a raccontare, riducendo al minimo le parole e trasformando la musica in una sorta di “film per le orecchie”, in dialogo con la tradizione delle colonne sonore italiane degli anni Sessanta e Settanta.
Tra atmosfere rarefatte e momenti più ritmici, il disco attraversa scenari diversi — dal risveglio alla piscina, dallo shopping alla discoteca — mantenendo come filo conduttore un’estetica “Anti Hi-fi”, volutamente ruvida e imperfetta. Al centro rimane il tema del sogno inteso non come ambizione o successo, ma come rifugio dalla realtà quotidiana e spazio di libertà interiore.

Abbiamo incontrato Puah per parlare della genesi di questo nuovo lavoro, delle sue influenze musicali e cinematografiche e della necessità di raccontare, attraverso il suono, il disagio e il senso di estraneità nei confronti della società contemporanea.
Da dove deriva la scelta di creare un album soprattutto strumentale?
Questa esigenza risponde a una precisa visione artistica ed espressiva, difatti il disco è strutturato come un vero e proprio concept album visivo e sonoro. Ogni traccia racconta un frammento del fine settimana di una ragazza inquieta e ribelle, in fuga dall’alienazione della società contemporanea e dall’uso ossessivo della tecnologia. Anziché affidare il racconto alle parole, la musica assume il ruolo di una colonna sonora evocativa che suggerisce immagini, stati d’animo e atmosfere senza imporli. Essendo anche scrittore, in questo progetto musicale ho preferito separare la narrazione verbale da quella sonora: la parola esplora la storia nei libri, mentre la musica evoca stati d’animo e paesaggi sensoriali. Oltre a ciò, il disco è anche un omaggio alla grande tradizione dei compositori italiani degli anni ’60 e ’70 (come Ennio Morricone, Piero Piccioni, Armando Trovajoli, Berto Pisano). In quel genere musicale, l’orchestrazione e le strutture sonore (qui rilette in chiave elettronica, synth-pop e ambient) guidano l’ascoltatore come un film per le orecchie. I brani del mio disco utilizzano sintetizzatori, percussioni minimali, campionamenti quotidiani (come sbadigli o suoni di tasti telefonici) ed elementi elettronici per tradurre in musica sentimenti di malinconia, evasione e ricerca di libertà. L’eccezione che conferma la regola è la title-track finale (“Sabato, Domenica e una studentessa”), cantata da Martina Ciasullo, che funge da sintesi e chiusura dell’intero viaggio narrativo dell’album.
Quest’aria sognante che pervade i testi in che modo si intreccia con la parte strumentale?
Attraverso una precisa scelta compositiva: lasciare che sia il suono a fare da “colonna sonora” agli stati d’animo, riducendo quasi al minimo il parlato. L’idea del concept album non si sviluppa tramite lunghi testi cantati, ma evocando immagini visive e suggestioni tattili attraverso le poche parole presenti. E’ per questo che nel disco si percepisce una sorta di sinestesia sonoro-visiva: la musica lavora per immagini, proiettando nella mente di chi ascolta i chiaroscuri e l’isolamento del fine settimana della protagonista.

Tra una canzone e l’altra c’è una varietà sia nei titoli che nelle atmosfere, alcune più sognanti altre più ballabili: qual è il fil rouge che lega queste differenze?
I brani più sognanti e rarefatti danno voce al disincanto, alla malinconia, alla riflessione solitaria e al desiderio di immaginare un futuro diverso. I brani più ritmici e ballabili rappresentano il movimento, la catarsi del corpo, il rilascio delle tensioni accumulate e la voglia di evasione tipica dei giorni festivi. Inoltre, sul piano sonoro e produttivo, l’intero disco è tenuto insieme dall’estetica “Anti Hi-fi”: un pop elettronico minimale, ruvido e volutamente imperfetto che rifiuta le leziosità patinate per privilegiare l’autenticità e l’urgenza espressiva.
Le canzoni hanno un’atmosfera molto cinematografica, ci sono delle immagini di partenza che hanno ispirato l’album?
Sì, l’atmosfera cinematografica dell’album nasce proprio da una precisa intelaiatura visiva e da un forte omaggio alla tradizione delle colonne sonore. Scenari pseudo urbani come il risveglio (Aurora), la sessione in piscina (Pool Over), lo shopping, il momento di noia (Taedium), uno spuntino giapponese (Imperial Sushi), la serata in discoteca (Nel Club) e la festa di compleanno (24), fluttuano tra la frenesia della routine e la pausa di riappropriazione di sé che solo il sabato e la domenica concedono alla protagonista del disco, in un clima sospeso e vagamente onirico.
I sogni sono il concetto principale dell’album? Da una prospettiva più onirica o di inseguire i propri obiettivi?
Il concetto del sogno gioca un ruolo fondamentale, ma non nel senso classico dell’ambizione o dell’inseguire un obiettivo lavorativo/personale (carriera, successo o traguardi convenzionali), dato che il disco è fortemente critico verso quel tipo di società. L’album affronta il tema del sogno principalmente da una prospettiva onirica, rifugio interiore e spazio di evasione, un luogo in cui mettere in pausa il rumore della realtà quotidiana per ritrovare sé stessi.
Quali sono gli artisti da cui hai tratto maggiore ispirazione per la costruzione di queste nuove sonorità?
Nel mio caleidoscopio personale i riferimenti musicali uniscono synth-pop, post-punk, musica da sonorizzazione e sperimentazione retro-futurista. Difficile fare nomi, ma se dovessi direi Kraftwerk e Can (per le radici krautrock ed elettroniche), Joy Division, Devo e Velvet Underground / Lou Reed (per le sonorità post-punk e new wave), Franco Battiato (per la contaminazione tra pop, ironia, colta sperimentazione e synth), Stereolab, Broadcast e The High Llamas (per il gusto retro-pop, neo-barocco e lo-fi), LCD Soundsystem, PSB, Goldfrapp, Ariel Pink , Mazzy Star, MGMT, Interpol, Arcade Fire e The Temper Trap, senza mai dimenticare i grandi maestri della colonna sonora italiana cià citati quali Ennio Morricone, Piero Umiliani, Piero Piccioni, Armando Trovajoli, Riz Ortolani, Berto Pisano e Stelvio Cipriani. Infine una menzione anche ai grandi compositori visionari, agli sperimentatori della musica d’avanguardia e della sonorizzazione d’epoca come Lesiman, Rapicavoli, Franca Sacchi, Daniela Casa, Gianfranco Plenizio, Egisto Macchi, Alessandroni e Usuelli.

Da che esigenza comunicativa nasce questo album?
Il disco nasce dalla volontà di dare voce al disagio di chi osserva la società contemporanea e vi vede un’umanità intorpidita. La protagonista assiste a una realtà popolata da individui tecnologicamente dipendenti, egoisti e ipocriti, che esercitano piccoli e grandi poteri personali a danno altrui. L’album fotografa questa repulsione verso il grigiore della routine e l’assenza di valori genuini. Più che un proclama politico, il disco esprime una sommessa dichiarazione di diserzione: il rifiuto di lasciarsi andare all’apatia generale attraverso il rifugio nella musica, nell’osservazione e nel dubbio.
Quali sono le fonti di ispirazione da cui attingi nella creazione delle tue melodie?
Le linee melodiche e il pensiero sonoro dell’album si rifanno alla tradizione compositiva italiana degli anni ’60 e ’70, le influenze classiche/barocche e della library music italiana vengono qui rielaborate attraverso un filtro elettronico minimale con pennellate synth-pop vagamente new wave. In breve attitudini lo fi che incontrano sonorità analogiche e ritmi sperimentali.


