“Body Wisdom”, Saggezza del Corpo; si presenta così, con questo titolo mistico il secondo album in studio dei Cloud Canyons; un titolo che apre molteplici suggestioni e pensieri già prima di iniziare ad ascoltare i brani.
Di quale corpo si parla? Viene naturale chiederselo. Non credo sia solo quello di carne, quello materico che si muove al ritmo della musica. E non è nemmeno soltanto un corpo animico, un elemento più etereo fatto di anima, intelletto e raziocinio: vibrazioni non tangibili, eppure possentemente presenti. Chissà se è qualcosa che nasce dall’incontro di queste due dimensioni, un corpo totale in cui materia e spirito, pur restando categorie distinte, convivono e si influenzano, dando vita a un’entità che vive e vibra. Una saggezza che non appartiene né al corpo né all’anima, ma si trova nel punto in cui le due realtà si incontrano. Forse è proprio in questo spazio di confine tra materia e spirito che i Cloud Canyons sembrano aver trovato l’ispirazione per dare vita a “Body Wisdom”, il loro secondo album in studio.
Per comprendere la complessa geografia sonora di “Body Wisdom”, occorre guardare alla singolare formazione dei Cloud Canyons. Da un lato c’è l’esperienza e la ricerca analogica di Nicola Caleffi, polistrumentista, fondatore e mente storica dei Julie’s Haircut; dall’altro, la forza espressiva e corale di Laura Storchi (anche lei nel nucleo fondatore dei Julie’s Haircut, oggi non più nella band, e con Caleffi tra i fondatori dei Muni nel 2020), Stella Baraldi (Stella, Baffodoro) e Michelle Cristofori (Circe , Micromouse, She’s Gone). Inoltre, dietro la triade femminile c’è una storia più profonda: Baraldi, Cristofori e Storchi arrivano infatti dall’esperienza di Mâtilde, collettivo femminista radicale, un’orchestra di sole donne, e quella radice sociale, politica e comunitaria, quella sorta di sorellanza artistica, continua ad esistere sotto le voci e le parole della musica che fanno insieme oggi con i Cloud Canyons.
Il quartetto emiliano crea così un cortocircuito perfetto: Caleffi disegna le fondamenta sintetiche e i battiti kraut con sintetizzatori analogici e programmazione digitale, mentre Baraldi, Cristofori e Storchi, elevano i brani verso territori mistici grazie ai loro testi e alle loro voci, un uso della voce che diventa vero e proprio strumento d’avanguardia.
Uscito per l’etichetta berlinese Berliner Tonaufnahmen, “Body Wisdom” porta avanti il percorso di sperimentazione sonora avviato con il disco d’esordio “Dreaming of Horses Running in Circles” (2023). Nel nuovo album la materia sonora si fa più ampia, stratificata e sonicamente coinvolgente; i Cloud Canyons hanno costruito fin dalle origini un linguaggio difficile da ricondurre a un’unica matrice.
Un sound esoterico, ipnotico e sperimentale, che sembra quasi riflettere l’origine stessa del nome Cloud Canyons, ispirato alle omonime opere dell’artista filippino David Medalla, pioniere dell’arte cinetica. Si tratta di sculture effimere e in continuo divenire, generate da bolle, acqua e movimento. Come quelle forme che prendono corpo per poi dissolversi e ricomporsi, anche la musica dei Cloud Canyons sembra non voler mai assumere una fisionomia definitiva: si addensa, si espande, cambia consistenza. Non a caso, le strutture sonore di Caleffi funzionano come i tubi di Medalla: generano un flusso continuo, apparentemente stabile, anche quando sembra ripetersi all’infinito. E le voci di Baraldi, Cristofori e Storchi si comportano come la schiuma: emergono, si sovrappongono, si sciolgono l’una nell’altra, danno forma per un istante a qualcosa che subito dopo si disfa.
Nove brani distribuiti su quattro lati di doppio vinile, per settanta minuti complessivi: è così che “Body Wisdom” prende forma fisica, un disco che ci ammalia con ambient, kosmische musik, psichedelia, techno, wave, senza necessariamente stabilire confini netti, un naturale proseguimento di quel cortocircuito tra fondamenta sintetiche e voci mistiche di cui si diceva poco sopra.

L’immagine dell’artwork sembra connettersi al titolo dell’album, ed è firmata dalla fotografa francese Béa Henri. Il progetto grafico è invece curato da Nicola Caleffi e Gerrit Prager. Nella fotografia appare un corpo di spalle, il volto nascosto dai capelli, la pelle dorata e calda contro uno sfondo acquatico e freddo: dall’alto scende una pioggia di fili bianco-argentei che avvolge la testa e si scioglie lungo la schiena, come energia pura che entra nella carne. È esattamente la dualità di cui parlavamo a proposito del titolo; il corpo materico, fisico, e qualcosa di più sottile e spirituale che lo percorre, condensata in un’unica immagine.
I testi di Body Wisdom raccontano un universo totale: aleggiano echi del mondo naturale, del cosmo, del mondo animale e della dimensione interiore dell’essere umano, in cui pullulano desideri, paure, sogni e speranze. C’è l’esistenza piena, la vita in ogni sua sfumatura e ampiezza. La realtà si mescola a tratti con un universo surreale, a un passo dal mondo onirico e dall’immaginario fiabesco, dando vita a una sorta di panteismo magico. Emergono alcune immagini molto potenti: l’acqua come elemento primario, oceani, maree, profondità marine in cui il corpo stesso si scioglie (“my body is my ocean”), e un bestiario simbolico fatto di pesci dagli occhi d’oro, serpenti che si muovono liberi, balene dorate, uccelli e angeli, che abitano il confine tra mondo fisico e mondo invisibile. Ricorrono risvegli di coscienza (“all my senses are awake now”), segreti sepolti e desideri inespressi, in testi che oscillano continuamente tra invocazione rituale e confessione intima.

Che il viaggio sonoro nei settanta minuti abbia inizio…
L’incipit è affidato a Double Vision, che sorge come un’alba sonora, leggera ed eterea. Un risveglio in cui la voce, a tratti calda e a tratti acuta, oscilla tra variazioni e picchi d’intensità, snodandosi in primo piano sulle pulsazioni sintetiche e inondando tutto di luce. Sembra un rituale d’iniziazione che custodisce una doppia visione: “I can see on the other side/ or am I the one on the other side?”. Il brano si chiude con una formula apparentemente enigmatica, ripetuta in un loop di echi: “Ak, Ba, Ka, Seut, Ib, Ekahu, Sekhem, Sekhu, Ren”. Si tratta delle nove componenti spirituali e fisiche dell’essere umano secondo l’antica concezione egizia, un riferimento che trasforma il finale in una sorta di invocazione rituale e che, non a caso, ricompone in un’unica sequenza spirito, anima, energia vitale, ombra, coscienza, magia, potenza, corpo e identità.
Come se si fosse aperta una porta segreta, Spirit Invocation ci fa entrare nel magma del suono, direttamente in media res. Le pulsazioni digitali e le ritmiche ipnotiche sembrano richiamare suoni tribali del futuro. Un lento crescendo sonoro, che si arricchisce progressivamente di nuovi suoni, incornicia la voce dilatando gli spazi. Anche il testo sembra muoversi in questa dimensione magica e rituale, popolata da un serpente, dal custode di un faro, da un marinaio, un pesce dagli occhi d’oro, un angelo, una montagna, e piume, mentre l’io narrante finisce per identificarsi con le stesse figure che evoca: “I’m the snake that’s roaming free”, “I’m a mountain”, “I’m the feather”. Una progressiva dissoluzione dell’identità, come se l’invocazione del titolo fosse anche un invito a diventare altro. L’io si dissolve in una sequenza di identità umane, animali e naturali, fino a farsi tutt’uno con esse.
A seguire, Resonance Drift ci accoglie in una nebbia sonora fatta di sole voci, un canto armonico di delicata bellezza che trasporta lontano e ipnotizza. Morbido e persistente, sfiora i sensi come un vento sottile, lasciando emergere una dimensione rarefatta e mistica.

Entriamo poi nel vortice circolare di Dream Hunter, costruito su pattern reiterati, guizzi elettronici e la voce narrante che cede ampio spazio alle polifonie vocali. Il testo si muove nello stesso territorio onirico, popolato da immagini enigmatiche e simboliche: un rubino, un pesce prezioso, uno scorpione e un pavone dorato. Ma la vera caccia è doppia: il Dream Hunter dà la caccia ai sogni, mentre qualcun altro insegue proprio lui, il cacciatore di sogni. Entrambi sembrano sfuggire continuamente alla presa. Il ritornello è sia invocazione che supplica: “Come home/ Dream hunter/ Choose me/ White lie”. Una supplica che si fa sempre più corposa e una “bugia bianca” che chiude il brano: quella caccia si rivela infine desiderio di essere scelti e riconosciuti.
Repentino cambio di scenario con Mantle Of Light, singolo che ha anticipato l’album. Il corpo e tutti i sensi si destano e iniziano a danzare sotto i battiti sintetici pulsanti e le fluide sonorità cosmiche. Le voci, sollecitate dall’urgenza e dalla coralità, si incontrano in un ritmo vorticoso e martellante. Nel testo ritorna l’idea di sorellanza: “We are the angels of light / Daughters of fire / In the waters of life”. Una dimensione che trova un suggestivo corrispettivo anche nel videoclip in bianco e nero, dove figure femminili, come riflesse in uno specchio magico, si sdoppiano e mutano forma, generando altre figure femminili. Con Blank Desire restiamo nello stesso clima sonoro di Mantle of Light. Un attacco di fuoco apre il brano, tra pulsazioni incalzanti e un ritmo in continua accelerazione, fino ai toni d’allerta della voce narrante, sostenuta dalla coralità delle altre voci. Il testo procede per contrasti, dalle immagini poetiche di “silver rays” e “holy sea” a un crescendo inquieto di segreti, bugie e disordine civile. Chiude la triade ad alta tensione emotiva Chrome Sunset, tra spazi aperti, un ritmo suadente che scorre veloce nel sangue e aperture cosmiche a elevata intensità. La voce e le alchimie polifoniche, elementi ricorrenti dell’album, avvolgono e seducono, mentre il testo si fa nenia trascinante e ipnotica: “my body is my ocean”, “my spirit is my golden whale”, fino alla danza finale che annuncia “a new birth” e “a new love”.

L’esplorazione prosegue con la title track, un viaggio strumentale di sei minuti. Se all’inizio del percorso avevamo incontrato Resonance Drift, avvolta nel canto armonico puro, qui troviamo la nuda elettronica, tra digitale e analogico, in un’ampiezza spaziale che dilata l’ascolto.
In chiusura, Come Unto These Yellow Sands ci porta ancora più lontano con una pacata psichedelia corale e fiabesca; voci come miraggi in un deserto, un deserto di sabbie gialle.
“Body Wisdom” è un secondo atto sonoro audace, prima di tutto nella sua stessa concezione: settanta minuti che rifiutano ogni logica di sintesi, in cui i Cloud Canyons trovano un linguaggio proprio, sui generis, capace di definirli e di tenere insieme rigore compositivo e sperimentazione, melodia e distorsioni, vocalità anticonvenzionale e polifonia. C’è una costellazione ipnotica di simboli, la libertà di osare senza veli, di spingersi oltre i confini della “misura”, della dilatazione e della ciclicità.
Alla fine di questo viaggio restano sensazioni di scoperta e sorpresa. I Cloud Canyons, con “Body Wisdom”, guardano avanti… chissà se verso il futuro o dentro le loro sfere magiche.
Tracklist:
01. Double Vision (10:19)
02. Spirit Invocation (10:16)
03. Resonance Drift (08:20)
04. Dream Hunter (08:03)
05. Mantle Of Light (07:24)
06. Blank Desire (09:30)
07. Chrome Sunset (08:45)
08. Body Wisdom (06:20)
09. Come Unto These Yellow Sands (04:08)
Foto Cristina Manfredini


