“Una musica può fare…” cantava Max Gazzè. Oggi potremmo aggiungere una strofa a quella canzone grazie all’ensemble musicale “Popolo delle Meraviglie”.
I partecipanti per una settimana si sono incontrati al Teatro Marchionneschi di Guardistallo (PI) per realizzare due brani.
In questa residenza musicale raccontata nel video “Popolo delle Meraviglie”, persone “non comuni” si sono incontrate, si sono ascoltate e, soprattutto, hanno fatto musica insieme.
In un clima libero, accogliente e creativo, sono nati due brani – uno originale e una cover rivisitata – ma soprattutto si è creato qualcosa di più profondo: uno spazio dove ognuno ha potuto esprimersi, sperimentare, scoprire parti di sé e degli altri.
Durante la residenza, è emerso cosa succede quando si fa musica senza pregiudizi, senza schemi rigidi, e si lascia spazio all’imprevisto, alla relazione e all’umanità.

Interiorama è progetto nato nel 2012 in Costa Rica grazie a Gianluca De Vito Franceschi. Il gruppo, oltre a Gianluca, è composto da Michele Pineschi e Gabriele “Rata” Biondi, (Casino Royale, The Bluebeaters e Ratlock). Il loro primo album omonimo, del 2023, ha riscosso il plauso della critica e le collaborazioni estive con artisti come Antonio Aiazzi, Gianni Maroccolo, Dj Pandaj, Francisca, Flavio Ferri.
“ Cumbia de Guardistallo ” è uno due due brani registrato con il Popolo delle Meraviglie che vede alla fisarmonica Antonio Aiazzi (Litfiba), alla voce Francisca (Mama Marjas) e alla produzione Flavio Ferri (Delta V). L’altro brano è “Disoccupato Rap” diversamente cover dei Truzzi Broders.
Interiorama fa parte delle compilation dell’Istituto Italiano di Cumbia guidato da Davide Toffolo (Tre Allegri Ragazzi Morti) .
Il video è nato grazie all’idea di Matteo “Flipper ” Marchetti e agli Interiorama; produzione artistica e registrazione Flavio Ferri, regia e montaggio Sabrina Basilico, riprese Sabrina Basilico e Daniele Cama. Produzione Haccade! APS ed in in collaborazione con Arte Residente srl – soc. Beneficio
Ho scambiato quattro chiacchere con Gianluca per conoscere meglio questo viaggio condiviso tra persone, anime e suoni.
Durante la residenza avete lavorato con persone con esperienze e competenze musicali molto diverse. Cos’hai imparato tu, cosa ti sei portato a casa, umanamente e musicalmente?
Quello che mi porto a casa è un’esperienza emotiva fortissima. Lavorare con persone così diverse, con storie e sensibilità uniche, mi ha fatto riscoprire la forza originaria della musica: quella di creare connessione, prima ancora che “opera”.
Umanamente è stato un esercizio d’ascolto, di sospensione del giudizio e di fiducia. Musicalmente, invece, ho riscoperto il piacere dell’essenzialità, dell’errore che diventa spunto creativo, del tempo condiviso come generatore di ritmo e armonia.
Il progetto racconta di come la musica sia diventata un linguaggio condiviso, anche per chi non conosceva tecnicamente gli strumenti. C’è stato un momento in cui hai sentito che tutti “parlavate la stessa lingua”?
Sì, più di uno. Ma c’è stato un pomeriggio in particolare, durante una jam spontanea con pochi accordi suonati al piano, qualche percussione, il theremin improvvisato, in cui ho sentito quel momento magico in cui tutto si allinea: occhi che si incrociano, risate, mani che seguono lo stesso battito senza dirlo.
Nessuno parlava “musichese” tecnico, ma tutti ci stavamo capendo perfettamente. Era come se avessimo trovato un dialetto nostro, istintivo e vivo.
Qualcuno ha raccontato di essersi sentito libero di esprimersi, di essere “accettato per quello che sono”. Il clima che si è creato sembra aver permesso a tutti di sentirsi liberi, accolti, ascoltati. Come si costruisce, questa fiducia, cosa serve perché davvero la musica sia di tutti?
Per costruire quella fiducia serve togliere la paura del giudizio, e questo lo si fa con l’esempio: mettendosi a nudo per primi, anche come musicisti professionisti.
Servono spazi dove l’errore non è punito, ma accolto come parte del processo. Dove lo sguardo è curioso, non performativo. E serve tempo, soprattutto. Tempo per sbagliare, provare, respirare insieme.
La musica può essere di tutti solo quando chi “sa fare musica” smette di difendere il proprio sapere come un recinto, e lo offre invece come un ponte.
Gabriele e Flavio in questo sono stati unici e preziosi e i ragazzi hanno colto istantaneamente l’apertura che avevamo nell’improvvisare qualsiasi cosa.
C’è un momento, una frase, un gesto, una scoperta musicale fatta da qualcuno dei ragazzi, che ti è rimasta particolarmente impressa?
La verità è che ce ne sono stati a bizzeffe di momenti di scoperta. Facendo esercizio di scelta, sì c’è un momento che ricordo con piacere.
Una ragazza, durante i primi giorni, sembrava restare ai margini: non si avvicinava né agli strumenti né agli esercizi vocali, osservava ma con una certa distanza, come se non riuscisse a trovare un posto nel flusso creativo del gruppo. Poi un pomeriggio, quasi per gioco, ha iniziato a suonare qualche nota sul glockenspiel.
È stato un attimo di apertura, come se quel suono le avesse parlato in una lingua sua, accessibile e sincera.
Da lì, poco a poco, ha costruito una piccola melodia che ci ha subito colpiti per la sua delicatezza. L’abbiamo registrata e, senza nemmeno forzarla troppo, è diventata uno dei temi centrali de “La Cumbia de Guardistallo”.
Vedere il suo volto nel momento in cui ha capito che stava contribuendo davvero, in modo significativo, alla nascita di un brano è stato uno di quegli istanti che danno senso a tutto il lavoro fatto.
Spesso si pensa che per fare musica insieme servano regole, spartiti, tempi precisi. Qui, invece, sembra che il “caos” iniziale sia stato un punto di forza. In musica spesso si cercano armonia, ordine, precisione. Com’è stato lavorare partendo dall’improvvisazione, nel “non sapere cosa succederà”?
È stato liberatorio. Certo, all’inizio può spaventare: il caos non si lascia controllare facilmente. Ma dentro a quel disordine si nascondono cose preziose che con la sola razionalità non si trovano. Improvvisare vuol dire accettare il presente, rispondere a ciò che accade, senza forzarlo.
Abbiamo lasciato che i suoni si cercassero tra loro, che le persone trovassero il proprio spazio, e piano piano una forma è emersa.
Forse non era “perfetta” nel senso accademico, ma era vera. E questo, per me, vale molto di più.

Il Piccio Records Audioglobe Foto Diana Nicolini


