“Sonic” Glazyhaze

Chissà come mai sentiamo l’esigenza di etichettare i tempi che stiamo vivendo con un’appellativo legato a genere musicale, moda, con il nome di un personaggio noto, o altro: “questo è l’anno del blu, del tal attore, del tal cantante….”.
Sarà forse per identificarlo, o per non sentire che il tempo che passa anno dopo anno inesorabile, per fermare quell’anno per poterlo richiamare quando vogliamo, in qualche modo, immagino. Non sono mai stata avvezza a pratiche simili.
Ma arriva un momento in cui cedi ad abitudini che non ti sono mai appartenute, ed è questo il mio caso: senza vergogna e senza pensarci due volte annuncio che il 2025 è l’anno dello shoegaze.
Magari nel mio mondo e tra i mei ascolti; fatto sta che le ultime scoperte di qualità in campo musicale mi portano tutte piacevolmente verso questo genere musicale e a incontrare molto spesso, aggiungo, band italiane.
Oggi vi porto alla scoperta dei Glazyhaze, una giovanissima band veneta, nata alla fine del 2021, composta da Irene alla voce e chitarra, Lorenzo alla chitarra solista, Francesco alla batteria e Vsevolod al basso.


Nonostante il progetto sia freschissimo, il gruppo è già al secondo album: il disco che ascolteremo insieme oggi, “Sonic”, è infatti il secondo e ultimo lavoro, dopo “Just Fade Away”, del 2023. Apro una piccola parentesi: posso dire di avere musicalmente nel cuore il Veneto, da cui provengono molti miei ascolti (menziono, tra tutti, gli Zugabe, band evocativamente affine ai Glazyhaze in quanto ad atmosfere evocate, e che nella nicchia del genere di appartenenza ha realizzato prodotti davvero notevoli).
“Sonic” è fresco d’uscita, possiamo ascoltarlo per intero dal 21 marzo, dopo l’anticipazione di tre singoli rilasciati da novembre a oggi. Il disco è anche stato introdotto, a novembre 2024, da un tour di una quindicina di date in giro per l’Europa, con un fitto calendario in Inghilterra.
E non a caso, visto che “Sonic” è stato scritto e registrato tra il Veneto e Londra: comprenderete da soli che non si tratta di un prodotto bandiera.
E’ mia abitudine – qualcuno di voi lo sa – leggere le tracklist degli album ai quali mi approccio per cercare tra i pezzi un legame, un nesso, anche non reale, poco importa, una mia personale strada di percorrenza, o un indizio su ciò che ascolterò; e pazienza se ciò che ho immaginato non corrisponde al vero, è comunque piacevole crearsi un’aspettativa, io credo.
Leggendo la tracklist di “Sonic” ho immaginato una galassia di melodie psichedeliche, un universo piacevole nel quale rifugiarsi, e anche perdersi, una serie di ritmi e suoni scanditi da parole bellissime, esteticamente piacevoli, proprio come i titoli che ho letto. Spoiler: ci ho preso in pieno.


Prima di accompagnarvi nell’ascolto voglio però spendere un paio di parole sulla cover di “Sonic”, un’immagine semplice e statica, ma anche in movimento, che descrive un prima e un dopo: su uno sfondo azzurro omogeneo si staglia nitida e protagonista la fiamma di un fiammifero acceso. Che sia un omaggio a “Daydream Nation” dei Sonic Youth?
Può anche essere, ma ha una connotazione ben precisa: nonostante il fiammifero sia impresso indelebilmente nella foto, pensandoci bene, se fosse un attimo di realtà, quella fiamma non durerebbe che pochi secondi, per poi spegnersi assieme alla luce che emanava e lasciare spazio al buio.
Voi non lo sapete ancora, ma questa immagine è l’emblema dell’album. Se vi ho incuriosito, dunque, partiamo con l’ascolto.

“Sonic” è stato anticipato da What a Feeling, primo singolo e prima traccia, rilasciato lo scorso novembre; il pezzo parte sporco, ovattato, etereo, e mi porta in un sogno energico, che recita “After all this time, it has been so long / after all this time, my heart beated so strong”.
Sono sempre più convinta che lo shoegaze e il dream pop siano tra i generi più idonei a esprimere così bene concetti profondi come quello cantato in questo brano: ormai passiamo sempre meno tempo a pensare, a comprendere noi stessi e ad ascoltarci veramente, per via della frenesia della vita di tutti i giorni, che ci ha disabituato a farlo.
E riscoprire il legame con noi stessi dopo tanto tempo è qualcosa di indescrivibilmente bello.
Il disco prosegue con Breath, brano che tocca punte sonore cristalline, dove la voce di Irene, così piacevolmente delicata, accompagna e si intervalla alla parte strumentale, e si alterna con la linea vocale maschile che fa da eco e da alter ego: un pezzo dalla melodia semplice, ma davvero ben confezionato.

Forgive me è il  secondo singolo, una richiesta di perdono sussurrata e resa dolcissima da una melodia di chitarre acuta, accennata, lievemente distorta, che in questa giornata uggiosa di ascolto mi accompagna in pensieri di nostalgia, melanconia e silenzio. “Please forgive me / I think you just can not be / what you think I need”.
Chiediamo perdono sempre meno, per via di quel che vuole da noi la società: che siamo sicuri, performanti e soprattutto “non dobbiamo chiedere mai”, ricordiamocelo. Amo le canzoni che sottolineano sentimenti e lato umano, come Forgive me.

Il disco prosegue con Nirvana, terzo bellissimo singolo in cui spicca il contrasto tra una linea melodica soffice, alta e sognante (guidata dalla voce di Irene), e un binario più basso, cupo, condotto invece da alla voce maschile: questo escamotage sonoro non fa che amplificare il significato del pezzo, che esprime il “conflitto interiore tra il bisogno di trattenere e quello di lasciar andare, e la natura nostalgica e fugace dei momenti perfetti”.
Dwell chiude la prima parte dell’album, nenia cantilenante dream pop e felice nella sua marcata malinconia. Da qui in poi è tutta un’altra storia.
Ricordate la mia affermazione sulla cover? Questo è il momento nel quale la fiamma del fiammifero si è spenta: la luce iniziale dell’album lascia ora spazio a sentimenti e atmosfere più cupe, a partire dalla title track Sonic, splendido incubo in musica, cupo, tetro, ma con il costante mood etereo e sognante che, come una carezza, tranquillizza. Ascoltandola ho ripensato ai Gomma, ricordate le loro atmosfere tristissime ma che sono servite a molti di noi per trovare conforto?


Una volta assuefatti cuore e mente al buio di questo cupo sentiero sonoro, troviamo brani bellissimi come Stardust , dove le parole giungono da lontano, ovattate e miste al riverbero, proprio come polvere di stelle; e poi Slap, in cui la voce di Irene apre – limpidissima – una traccia cupa, ritmata, e introduce un contrasto di suoni, che esplodono in un riff pieno e piacevolmente confuso.
Not Tonight è forse il brano che maggiormente si discosta dalla linea stilistica di “Sonic”, almeno in apertura, dove la ritmica post-rock invade il campo.
Approdiamo al termine del nostro ascolto con Warmth, che davvero emana “calore”, chiudendo dunque un po’ il cerchio di “Sonic” e ricongiungendoci con l’atmosfera iniziale così calda e luminosa con la quale abbiamo intrapreso il nostro viaggio, attraverso un lavoro maturo e che lascia presagire davvero molto altro.
Questo è per me l’anno dello shoegaze, vi dicevo. Ed è certamente – almeno un po’ – merito dei Glazyhaze, di cui certamente sentiremo parlare ancora.

Tracklist:

01. What a Feeling
02. Breath
03. Forgive me
04. Nirvana
05. Dwell
06. Sonic
07. Stardust
08. Slap
09. Not tonight
10. Warmth