Glen Hansard e i complicati percorsi del destino

Tempo. Occorre tempo per dar valore alle cose, ma anche per comprendere la portata di un avvenimento. A volte non basta, ma dobbiamo provare a far un’eccezione.

Ed è solo oggi che prendo in mano la penna per parlare di uno di quegli autori che, definire generazionali, è quasi riduttivo.
Prima che il caldo di quest’estate iniziasse a stringere la sua morsa, parlai con la caporedattrice di The Beat, la quale mi propose la scelta di recensire un artista tra due nomi che mi presentava.
Il primo, famoso e scontato, ha sempre avuto un’aura da ‘maledetto’ e a volte, anche senza grandi meriti, è riuscito ad ipnotizzare la stampa e ad avere un certo riscontro. Il secondo, più composto, più delicato, non ha niente di meno, e forse ha anche qualcosa in più. Ha vinto Hansard, ma il destino a volte gioca brutti scherzi e una mattina in radio ho appreso della tua scomparsa e la recensione ha lasciato il posto a un tributo.

Glen Hansard inizia presto, molto giovane. E’ del 1970 e, vent’anni dopo, fonda in Irlanda il suo gruppo storico, i The Frames. Ma non è l’unica esperienza legata all’ambiente musicale. Solo un anno più tardi, infatti, il cantautore partecipa a un film di fama mondiale, quel The Commitments che racconta la storia di come si mette su un gruppo soul a Dublino e si fa successo.

Glen fa parte della band, chiaramente come chitarrista, ma questa non sarà l’unica esperienza con il cinema. Per diverso tempo girerà in tour con i The Frames e, in Repubblica Ceca, conoscerà Markéta Irglová, ancora adolescente, la quale qualche anno dopo diventerà sua sodale e con lui inciderà dei dischi a nome The Swell Season.
Uno di questi, il secondo per la precisione, si intitola “Once” ed è la colonna sonora di un film particolare e magico. La trama è quella di due ragazzi con una forte passione per la musica, interpretati da Hansard e Irglová stessi, i quali, attraverso la loro conoscenza reciproca fatta di passeggiate, chiacchierate, e l’esecuzione di canzoni, vengono spinti alla ricerca, insieme, della realizzazione del proprio sogno.

E’ un piccolo miracolo, il film a budget super risicato, farà il botto e si guadagnerà la stima di registi del calibro di Steven Spielberg. Ma il successo non sarà solo cinefilo e di critica. La colonna sonora è curata dai due e, la canzone di Hansard, Falling Slowly, vincerà l’oscar nel 2008.

Questo per dire che la carriera del musicista silenzioso è contornata di successi, ma, cosa ancora più importante, di relazioni.
Glen è un essere umano che non lascia indifferenti.
Si potrebbero citare la collaborazione per Drive All Night, pezzo che dà il nome a un suo EP, il quale è una cover di Bruce Springsteen cantata con Eddie Vedder, e che il musicista irlandese suonerà anche dal vivo con il Boss qualche anno più tardi.
Vedder, tra l’altro, diventerà suo grande amico in quanto i due, in momenti di difficoltà reciproca, ci sono stati l’uno per l’altro e questo, nonostante sia fattore di un rapporto sano, nella realtà di tutti i giorni è merce rara che non può essere data per scontata.

Ma Hansard, autore di cinque album solisti e di un ultimo progetto diviso in due parti denominate “Don’t Settle Vol 1 – Transmissions East” e “Don’t Settle Vol 2 – Transmissions West” (usciti rispettivamente a gennaio e a giugno di quest’anno), sembra aver fatto qualcosa in più dal punto di vista dei rapporti interpersonali.
In tempi difficili come questi, fatti di isolamenti, amori e/o amicizie tenuti dietro a uno schermo e con l’illusione della globalizzazione, lui è stato un po’ portavoce di un movimento di umanità silenzioso.

Glen aveva il potere di farsi ascoltare. Intendiamoci, non aveva atteggiamenti da capo popolo come il suo conterraneo Bono Vox, si trattava di qualcosa di più gentile e delicato. In una strada qualsiasi di una capitale europea qualsiasi, gli bastava sedersi, imbracciare una chitarra classica sfondata e tornare alle sue origini da buskers. Il resto lo faceva la gente, con il silenzio religioso che ad un tratto suonava pieno.
Iniziava con degli accordi base, un giro di Do, un’improvvisazione, e le persone si fermavano rapite a tributare omaggio ad un uomo qualsiasi che sulla strada parlava a chiunque. Poco sopra citavo il suo ultimo progetto, i due volumi delle trasmissioni Don’t Settle, le quali mettevano in luce un aspetto differente della sua musica, quello più semplice e che parla direttamente al cuore.

Parte del suo repertorio è qui ripreso e svuotato di ornamenti e artifizi e viene restituito in registrazioni semplici, dirette e tenute alla Funkhaus (sala concerti) di Berlino.
Le sue canzoni con questo nuovo trattamento dovevano girare il mondo e a fine di quest’anno sarebbero tornate ancora una volta da noi in Italia. Scarne, essenziali e riempite dei cori del suo pubblico. Invece il 29 luglio scorso se ne è andato avvolto da due delle sue grandi passioni; la moto e la musica di un’ultima esibizione tenutasi qualche ora prima.
Ha lasciato un vuoto incolmabile tra gli amici, i fan e gli ascoltatori più distratti, entrambi accomunati dal desiderio di ascoltare di nuovo una voce calda e pochi accordi, per lasciare alla fine il posto al rumore delle cicale in una calda notte d’estate.