Happy Birthday: 11 Febbraio 1985 “Meat is Murder” The Smiths – Rough Trade

Meat is Murder

Sono passati quarant’anni dalla pubblicazione di uno dei dischi più iconici della band mancuniana ed è una buona occasione per riprendere in mano un tratto storico poco esplorato della breve ma intensa saga degli Smiths.
Di norma, il disco d’esordio è un passo importante, talmente significativo che, per parecchie band passate in retrospettiva, la prima fatica viene spesso considerata anche la migliore di tutto il repertorio. A seguire viene data molta importanza al terzo disco che in genere viene considerato l’album della consacrazione, o della svolta.
Quasi mai si parla del secondo e invece, per questa band feticcio, non possiamo esimerci dal farlo. Procediamo con ordine e focalizziamoci su questo “Meat is murder” che oggi spegne quaranta candeline.
Nel febbraio 1984, gli Smiths debuttano sulla lunga distanza con l’omonimo (e per alcuni anonimo) “The Smiths”. Prodotto da John Porter, l’album grazie ai singoli usciti nei mesi precedenti, arrivò fino al secondo posto delle classifiche e ci rimase a lungo.
La band non lo ha mai amato nonostante le canzoni presenti e il loro potenziale. Ecco appunto, il potenziale. In effetti qualcosa mancava e ci si rese conto di questo solo qualche mese dopo con la pubblicazione di Hatful of hollow, che per molti rappresenta il vero e proprio primo disco della band. In questa compilation sono raccolte i lati b dei primi singoli e alcuni pezzi già presenti nel primo disco ma in chiave live o in una veste più grezza.
E’ come se dal vivo la band riuscisse a comunicare meglio la propria urgenza e accendesse nei presenti ai concerti una miccia, una luce che non si spegne mai (cit.). Con queste premesse si giunge a “Meat is murder”, che per la band mancuniana segna un tassello molto importante della propria crescita.
Dopo il buon esordio, è già chiaro alla premiata ditta Morrissey & Marr che non si può più sbagliare e che le intenzioni vanno concretizzate, cesellando un disco che, se non sa di capolavoro, poco ci manca. E in effetti il vero capolavoro, come tutti ormai sanno, arriverà l’anno successivo con la pubblicazione di “The Queen is dead”. Per questo motivo viene messo da parte John Porter, produttore mai particolarmente amato dalla band, soprattuttoda Moz che affermò che “The Smiths” avrebbe dovuto essere meglio di così, ma anche da Marr, che più diplomaticamente affermò che il produttore gli aveva mostrato come si facesse correttamente un disco.

The Smiths

Venne quindi assoldato Stephen Street (il quale in seguito diverrà produttore e metterà mano ai migliori dischi dei Blur e al debutto dei Cranberries), e lui, da buon ingegnere del suono si occupò di verificare che l’amalgama funzionasse.

“Meat is murder” si presenta più equilibrato e più vicino all’idea che aveva in mente Moz sin dall’inizio del progetto Smiths: creare dischi di protesta e che sapessero arrivare alle masse.

“Meat is murder” si presenta più equilibrato e più vicino all’idea che aveva in mente Moz sin dall’inizio del progetto Smiths: creare dischi di protesta e che sapessero arrivare alle masse.
La critica è infatti qui più evidente e colpisce uno spettro molto ampio della società inglese.
Siamo dentro in pieno nel periodo definito come thatcherismo e infatti gli obiettivi principali sono per l’appunto il primo ministro Margaret Thatcher e la monarchia.
Morrissey, qui nel suo momento migliore, utilizza la sua vena poetica che non è più un fine, come lo è stata nel primo disco, ma un mezzo per punzecchiare i gangli del sistema “Regno Unito” e la conseguente insoddisfazione del popolo.
Ed è così che incontriamo la critica all’insegnamento scolastico, come in The Headmaster Ritual, le violenze e le sconfitte della classe operaia di Rusholme Ruffians, le frustrazioni di I Want the One I Can’t Have, la fatalità di What She Said, le conseguenze dei soprusi di That Joke Isn’t Funny Anymore, l’ingiustizia di Nowhere Fast, la solitudine di Well I Wonder, il maltrattamento infantile di Barbarism Begins at Home, fino ad arrivare all’inno vegetariano Meat Is Murder, che porta all’attenzione della gente il problema del consumo eccessivo di carne e più in generale del trattamento degli animali.
Non è un concept album (termine fin troppo abusato), ma poco ci manca. Si tratta più che altro di un’invocazione alla sensibilità, al non restare indifferenti alle ingiustizie su quanto accade nella realtà che ci circonda e allo stesso tempo una preghiera affinché chi può far cambiare le cose si prodighi nel farlo senza lasciare alle persone impegnate la sensazione di essere sostenitori di cause perse.
Dal punto di vista musicale il disco presenta un netto passo avanti rispetto a solo un anno prima.
Se è vero che Moz non ha mai trovato un modo per esprimere le sue richieste a Porter, al contrario Marr, più propositivo e più propenso al dialogo, si è soffermato in studio con il vecchio produttore per carpire qualche segreto e per affinare le sue tecniche.
La cura sul suono è subito evidente. La sezione ritmica composta da Rourke e Joyce, rispettivamente bassista e batterista, dialoga alla perfezione e crea intessiture sfumate, pesanti e tribali alla bisogna consentendo a Marr di esprimersi al meglio e spaziando il suo ventaglio di possibilità effettistiche.

The Headmaster Ritual ci accoglie con una base strumentale e un muro di chitarre che si quieta dopo circa un minuto per lasciare poi il campo a Morrissey e al suo cantato languido con il quale declama versi dal sapore autobiografico (Voglio andare a casa, non voglio restare.
Dei ghoul (demoni) belligeranti gestiscono le scuole di Manchester).
Rusholme Ruffians si apre invece con un vociare del popolo e un ritmo più allegro sostenuto da un basso gommoso in primo piano e una batteria serrata.
The SmithsMoz descrive scene di vita comune che da una fiera si dislocano fino alle case della working class. Si parla di un accoltellamento, di risse, di gente che si innamora e di chi torna a casa da solo. Non può mancare un riferimento all’anello, sua vera e propria ossessione di fede (Un anello di fidanzamento non vuol dire nulla per una mente consumata dal denaro). La canzone si chiude con il rumore brusco di un giro di chiavi nella toppa, come di qualcuno che vuole fuggire dalla realtà per riappropriarsi della casa e del proprio spazio sicuro.
I Want the One I Can’t Have è una ballad ritmata dove la fan da padrone la pioggia di accordi della chitarra di Marr e un Moz in stato di grazia. Voglio ciò che non posso avere. E questo mi fa impazzire, narra il cantante, aggiungendo anche un’allusione erotica che crea un effetto distorcente con la frase successiva dove il protagonista invoca disperato un letto e un’amante fedele, perché queste sono le vere ricchezze concesse al popolo.
What She Said è una di quelle canzoni che ha subito presa con chi viene introdotto alla band mancuniana. La storia è quella di un’intellettuale che ricerca il senso della vita sui libri e prosegue in questo modo fino a quando non incontra un “ragazzo tatuato di Birkenhead” che la riporta al mondo reale e le ricorda quali sono i veri piaceri che potrà sperimentare prima di morire.
A seguire ecco That Joke Isn’t Funny Anymore, che per chi scrive è il vero capolavoro del disco. Questa canzone è la chiave di lettura per consentire l’accesso al mondo degli Smiths e all’universalità del loro messaggio.
La band, infatti, ha sempre e solo parlato di sé stessa, eppure, è riuscita ad arrivare al cuore dei tanti ascoltatori che si sono immedesimati nelle storie struggenti raccontate attraverso musica e parole mai banali. Nel caso specifico Moz parla di un giornalista col quale avrebbe avuto una relazione amorosa, ma se si va più in profondità si nota che il testo parla degli effetti che gli insulti e le vessazioni hanno sull’equilibrio umano.

Lo scherzo non è più divertente, è la traduzione del titolo, e noi ci immaginiamo il protagonista ai margini di una strada mentre pensa a come non si possa più tollerare che ci si prenda gioco degli altri.

Lo scherzo non è più divertente, è la traduzione del titolo, e noi ci immaginiamo il protagonista ai margini di una strada mentre pensa a come non si possa più tollerare che ci si prenda gioco degli altri. E c’è qualcosa di artistico quando nel pezzo si incontra la chitarra di Marr mentre esplode per dar risalto alle parole del frontman, che, con molta leggerezza declama: Era buio mentre arrivavo al punto, e su quei freddi sedili in pelle…beh, all’improvviso mi ha colpito. Potrei morire con un sorriso sulle labbra. Perché, dopo tutto, l’ho visto accadere ad altre persone e ora sta succedendo a me. E’ la perfetta descrizione dell’insight del protagonista che prende coscienza del fatto che siamo tutti uguali e ciò che accade a me, domani può benissimo accadere a te e questa condizione umana ti lascia con il sorriso sulle labbra.
La vita sa essere ironica e qui Morrissey ne ha colto il senso della misura. Senso della misura che perderà anni dopo prendendosi fin troppo sul serio.
Nowhere Fast è l’attacco alla monarchia e al senso di ingiustizia e disparità che provava al tempo la popolazione. Il ritmo è circolare e a parte i soliti giochi di Marr, la sezione ritmica qui crea un’atmosfera da combat rock che non sarebbe dispiaciuta ai fan dei Clash.
Well I Wonder è forse la traccia meno riuscita. Moz contribuisce ad appesantire un’atmosfera già fumosa attraverso un cantato fin troppo melodrammatico. Resta quel Please keep me in mind, un’invocazione ribadita quasi alle lacrime che lascia un po’ di stucco l’ascoltatore.
La pioggia battente nel finale recupera creando uno stacco perfetto prima che Barbarism Begins at Home invada le nostre sinapsi e recuperi il mezzo scivolone. In questo pezzo Morrissey si manifesta ad altissimi livelli sia per le liriche, sia per l’interpretazione e racconta ciò che accade in troppe abitazioni.
Quelle case che dovrebbero essere rifugio contro le brutture del genere umano diventano invece lo scenario perfetto per maltrattamenti perpetrati sulle figure più deboli come ad esempio i bambini.
A differenza della precedente canzone, qui Moz interpreta magistralmente il pezzo e lo accompagna fino a sfumare e cedere il passo alla parte strumentale, soprattutto alla sezione ritmica di Rourke e Joyce che trasformano la canzone in un pezzo ballabile.
A tal proposito resta iconico, nelle esibizioni dal vivo, il ballo improvvisato da Marr e dal cantante durante la coda di Barbarism; emblematico a tal punto che è impossibile separare il ricordo di questo disco allo stato di grazia dei due musicisti.
La title track, qui messa in coda è la degna conclusione di un album critico e di protesta.

The Smiths
Meat is Murder viene introdotta da dei muggiti disperati e una chitarra circolare che nell’ascoltatore offre l’effetto di una rasoiata. Il ritmo viene rallentato e Moz già nel 1985, con versi poetici ma immediati, comunica al mondo che la sofferenza degli animali non è inferiore a quella degli esseri umani e che la morte è un brutale assassinio. Nei decenni seguenti la sensibilizzazione su un consumo sostenibile di carne è diventata sempre più presente nelle agende internazionali e anche nelle politiche di molti Stati, ma allora nessuno ne parlava.
Due menzioni sono indispensabili. La prima riguarda la copertina, dove la fotografia del giovane soldato americano impegnato nella Guerra del Vietnam in origine portava sul caschetto la scritta “Make war not love” e cioè fate la guerra, non l’amore. Moz la trovò perfetta modificando la dicitura in “Meat is Murder” per l’appunto, e quindi indicando che la carne è morte.
Nello specifico il cantante voleva far veicolare un messaggio di lotta.
Secondo Morrissey, infatti, il soldato rappresentava la chiamata alle armi e il momento di combattere l’industria della carne e delle armi nucleari dando ai diretti responsabili un assaggio della loro stessa medicina.
La seconda fa riferimento alla canzone How Soon Is Now?, singolo di poco antecedente all’album e già presente nella compilation “Hatful of hollow” e che viene ripresentato nelle edizioni successive di “Meat is Murder”.

Il trattamento riservato a questa canzone è davvero un atto criminale.
Geoff Travis della Rough Trade la snobbava e la relegò a b-side di un singolo depotenziando la deflagrazione più ampia che avrebbe potuto avere sul mercato discografico.
Si tratta infatti di una delle tracce più amate dai fan, sia per la cascata impetuosa di accordi di chitarra a cura di Marr, sia per il testo sulla timidezza, recitato come un mantra.
Sono un essere umano e ho bisogno di essere amato proprio come qualsiasi altra persona. Il disco fu l’unico della band ad arrivare al primo posto delle classifiche inglesi.
Molti gli preferiscono il successivo “The Queen is Dead” o l’ultimo “Strangeways, Here We Come”, ma se si vuole comprendere da dove è iniziata la leggenda bisogna partire da qui, dall’11 febbraio di quarant’anni fa e da tutto quello che è venuto dopo.