“Abbash” – Angelo Trabace

Copertina di Abbash di Angelo Trabace

Non so se vi capita mai di vivere momenti in cui il tempo sembra smettere di esistere.
A me succede quando creo – qualsiasi cosa – e quando mi immergo nell’ascolto di certa nuova musica che mi aspettavo diversa: è come se mi si aprisse una stanza interiore in cui il silenzio pesa tanto quanto il suono, ma nessuno dei due scandisce il tempo che passa. Tutto rimane sospeso.

Questo accade perché certe volte ti approcci alle cose con un’aspettativa già predefinita. ”Che libro avvincente!” pensi. Ma in realtà lo avevi deciso già prima di iniziare la lettura. “Questo disco è di un musicista classico, quindi difficilmente ci troverò qualcosa di innovativo”: ecco ciò che avevo deciso prima di ascoltare “Abbash”, l’ultimo album di Angelo Trabace, in uscita il 9 maggio, prodotto dal pianista insieme nientemeno che a Matteo Cantaluppi, la “mano santa” dietro a tantissimi lavori di pregio nella musica nostrana (Ex-Otago, Dente, Thegiornalisti, tanto per citarne alcuni).

Bene, tutto ciò per dirvi che l’ultima volta in cui il mio tempo ha “smesso di esistere” per un po’ è stato grazie a questo ascolto che, lo dico senza vergognarmene, non rientra certamente fra i miei abituali: non pensavo che mi sarei mai approcciata con tanto positivo stupore all’arte di un pianista.
A dirla tutta, è riduttivo definire Angelo Trabace “un pianista”: preferisco il termine “narratore sonoro”, che si addice maggiormente a un musicista che esplora l’emotività e che usa il pianoforte come bussola per orientarsi nel caos della contemporaneità e per raccontare storie.


Per darvi un’idea, vi basti sapere che Trabace ha collaborato in veste di compositore e musicista con nomi di punta della scena musicale italiana come Colapesce, Dimartino, Vasco Brondi, Baustelle, Francesco Bianconi e Dente.
Oltre 300 concerti tra Italia ed Europa lo hanno reso un polistrumentista rispettato e conosciuto, ma sempre caratterizzato da quel suo spirito outsider e gentile.
Nato a Irsina, un piccolo borgo vicino a Matera, Angelo si è formato tra le aule del Conservatorio di Matera e l’umanesimo delle Lettere Moderne a Bologna.

Ma è a Milano che è iniziato davvero il suo viaggio: nel 2021 ha pubblicato “Sbarco”, il suo primo album solista, registrato tra le mura di un piccolo appartamento. Un disco intimo e cinematografico, che racconta – senza parole – la vulnerabilità di chi lascia la provincia per affrontare la grande città, la solitudine, il desiderio di rinascita.
Amante della contaminazione tra teatro e musica, ha ideato spettacoli in cui fonde Chopin e Mina, ironia e malinconia, improvvisazione e confessione, oltre a un omaggio onirico al cinema italiano.

Nel 2024 sono usciti i primi due singoli che hanno anticipato questo suo secondo disco, ovvero Animali Confusi (apparentemente unico brano dell’album ad avere un titolo in pura lingua italiana, a una prima lettura di tutti i dodici titoli) e la title track Abbash.
Il primo, Animali Confusi, è un brano semi-classico scandito dal pianoforte, ovviamente, ma costellato da incursioni inaspettate – e mai stridenti – di una voce campionata, quasi aliena, che conferisce una una sensazione di sospensione e di spaesamento.
Abbash è la splendida title track, caratterizzata da uno stile più maturo, rarefatto, quasi ipnotico, e da un sentore fortemente shoegaze: il pianoforte si fonde con un cantato lontano, melodico e arabeggiante (ammetto che solo in un secondo momento, e prima di leggere le reference del brano, ho compreso che i termini cantati appartengono al dialetto lucano, che invocano “Giù, al fiume Bradano”, in Basilicata) evocando molto forte il mondo Mediterraneo che ha cresciuto l’artista: un vortice di visioni che si impone grazie a un trasporto unico e viscerale, e che accompagna l’ascoltatore nella casa d’infanzia dell’autore, dove riemergono le radici nascoste.

Il disco parte in maniera molto delicata con Do Not Disturb the Neighbors, un’ intro perfetta fatta di silenzi, molto malinconica, con un pianoforte che fa capolino, nel silenzio della notte di uno dei tanti palazzi di Milano – dove vive l’autore – insieme a una voce-strumento che chiede con forza di uscire.
Oltre al piano, anche gli archi sono l’altro fondamento su cui si basano molti pezzi di “Abbash”, come Road to a Green Desert – che racconta dell’inizio di un viaggio – e la breve e tenue Go As a River (Intro).
Ho sperimentato un vero spettacolo di magia all’ascolto di pezzi decisamente “visivi” come Jonio: il pianoforte plasma le note in un cullare di onde del mare, regolari, calme ma ricorrenti, che suggeriscono dalla prima all’ultima nota l’amore di Angelo per la propria terra di origine. Incredibile: appena è partito l’ascolto è stato automatico per me visualizzare quel mare.
Dont’ Be Afraid of Black Notes è lo spartiacque che introduce la parte di album più introspettiva e notturna, con le tracce più intime e che citano i componenti di una famiglia: seguono a ruota la toccante Sons, che parla del mistero di sentirsi figli di qualcosa di più grande, e Mom, che racconta il percorso tracciato dalle orme di un’assenza.
Go As a Wind è un suggestivo crescendo di fiati, soffi di vento, per riprendere il titolo, che accompagnano in un silenzio naturale che, volente o nolente, non fa altro che riportarmi alle atmosfere della terra di origine di Angelo, i cui dintorni ho avuto la fortuna di visitare: perciò sono riuscita senza alcuna esitazione a riconoscerli.
Vulture non è l’inglesizzazione dell’uccello dal becco adunco, come ho pensato in un primo momento: si tratta invece di un omaggio al monte omonimo, un vulcano spento che accoglie acqua attraverso i suoi crateri trasformati in laghi, che mi pare quasi di vedere chiudendo gli occhi mentre ne ascolto le note crescenti.
Your Brother, come un mantra sussurrato, chiude questa preziosa autobiografia musicata senza – o con pochissime – parole: a ricordarci che le parole non sono l’unico metodo di espressione e racconto che possiamo utilizzare per narrare di posti e storie.
In un mondo che corre veloce, Angelo Trabace ci ricorda che ascoltare davvero è un atto di sovversione e di resistenza a questo mondo troppo veloce.
Ogni suono emesso dal suo pianoforte – e dai fedeli strumenti alleati – è un invito a fermarsi, smettere di fissare l’orologio che scandisce il tempo che scorre, per provare, piuttosto, a intraprendere un viaggio sonoro intimo e autentico, trasformando ogni nota in memoria e appartenenza.

Tracklist:

01. Non disturbare i vicini
02. Animali confusi
03. Strada verso un deserto verde
04. Vai come un fiume
05. Jonio
06. Non aver paura delle note nere
07. Figli
08. Mamma
09. Vai come il vento
10. Abbash
11. Avvoltoio
12. Tuo fratello

Cassis Records