Ci sono momenti nella storia della musica che cristallizzano il tempo e diventano un metro di misura di quel che accade in un determinato periodo storico.
Non sono tanti quelli memorabili, ma abbastanza da farti pensare a dov’eri in quel preciso momento e, per le generazioni successive, a dove vorresti essere stato.
Pensiamo ad esempio al Live Aid del 1985, dove tra le tante band che si avvicendarono sui palchi ci furono anche i Queen e gli U2.
I primi rinverdirono il loro fasti e si consegnarono definitivamente alla leggenda, i secondi, invece, nonostante qualche pecca nella scelta sconsiderata dei brani da parte di Bono Vox, misero subito le cose in chiaro su chi avrebbe dominato le classifiche nel decennio avvenire.
Ci sono poi i “Pink Floyd a Venezia”, momento che venne consegnato alle cronache anche grazie a una famosissima canzone dei Pitura Freska Pin Floi e infine, forse quello che più di tutti è definibile come l’evento con la “E” maiuscola: “I Beatles in Italia”.
A sessant’anni esatti dall’unica discesa in Terra italica dei Fab Four, ripercorriamo un momento più unico che raro.
Come mai questa descrizione?
Semplice, perché l’evento in questione fu un insuccesso su tanti punti di vista e che fu salvato soprattutto dai giovani.
Avete presente quando si dice che qualcuno ha sbagliato talmente tanto, ma l’ha fatto così bene da meritarsi una menzione? Ecco, tutto ciò può essere rappresentato da i “Beatles in Italia”.
I quattro di Liverpool non arrivano da noi da perfetti sconosciuti; al contrario, siamo quasi nel mezzo della loro entusiasmante epopea.
Di lì a poco, infatti, avrebbero iniziato a prendere coscienza del fatto che nella musica si potesse osare un po’ di più e spingere l’asticella là dove nessuno era ancora stato prima. Ma questo è il domani.

Il presente vede la band interamente immersa nella Beatlemania a seguito di un successo dopo l’altro date le vendite e la diffusione ottenuta dai quattro dischi “Please Please Me”, “With the Beatles”, “A Hard Day’s Night” e “Beatles for Sale”.
Un disco nuovo era già in uscita. “Help!”, infatti, avrebbe visto la luce nell’agosto successivo e il tour verteva proprio sulla diffusione di alcune vecchie hit e almeno un nuovo pezzo trainante, quella Ticket to ride che faceva parte della colonna sonora proprio del film Help!.
Veniamo a noi. L’evento nasce per volontà di Leo Wätcher, scopritore di talenti musicali e impresario che fece suonare in Italia, fra gli altri, Who, Rolling Stones, Sammy Davis Jr., il quale riesce ad organizzare questa mini tournée portando così gli inglesi alle nostre latitudini.
Il piano prevedeva due concerti al giorno della durata di mezzora ciascuno e si sarebbero tenuti il 24 giugno a Milano al Velodromo Vigorelli, il 25 a Genova al Palasport e per finire, il 27 e 28 a Roma al Teatro Adriano.
A questo punto è d’uopo aprire una parentesi. I concerti di allora non sono i mega eventi dei giorni nostri.
Niente esibizioni di due ore, due ore e mezza piene di gente stipata che vede artisti attraverso megaschermi poiché da quella distanza non si vedono nemmeno le formiche. Allora si trovava uno spazio e le band suonavano per circa una mezzora di pomeriggio per poi replicare la sera con la medesima scaletta, o, al massimo, con la variazione di un paio di pezzi.
In questa occasione il Vigorelli fu teatro di un cambio della gestione degli eventi. Infatti fu uno dei primi ufficiali, se non il primo in Italia, a tenersi in uno stadio.
Il 23 giugno a notte fonda scesero dal treno in Stazione Centrale dopo la tappa di Lione e il giorno seguente si prepararono per il loro spettacolo pomeridiano.
Ad aprire le date italiane della tournée come spalla vennero designati Le Ombre, I Giovani Giovani, Guidone e gli Amici, Angela Denia Tarenzi, Fausto Leali e i Novelty, Peppino Di Capri ed il suo gruppo e i New Dada, band scoperta direttamente da Wätcher che poteva vantare musicisti tecnicamente validi, a livello dei Fab Four, ma senza la stessa esperienza.

Le giornate sono calde e afose, ma John, George, Ringo e Paul non mollano e si presentato impeccabilmente vestiti in giacca e cravatta.
Paul era già avanti un passo fin da allora. Al Vigorelli è il primo ad accedere sul palco e ad accennare un “Ciao Milano” che viene accolto da un boato.
I Beatles attaccano con il loro cavallo di battaglia Twist And Shout, una cover che loro hanno valorizzato e che John Lennon canta a squarciagola mandando il pubblico in visibilio.
La scaletta, oltre alla già citata Twist And Shout prevede le seguenti canzoni: She’s A Woman, I’m A Loser, Can’t Buy Me Love, Baby’s In Black, I Wanna Be Your Man, A Hard Day’s Night, Everybody’s Trying To Be My Baby, Rock And Roll Music (cover di Chuck Berry), I Feel Fine, Ticket To Ride, Long Tall Sally (cover di Little Richard).
Trentacinque minuti ad esibizione, una alle 16,30 e una alle 21,30. Lo show si ripeterà anche a Genova e a Roma.
All’inizio dicevamo che l’evento fu un insuccesso e che furono i giovani a salvarlo ed è proprio ciò che avvenne.
Mentre nel resto del mondo ci fu un’esplosione del Fenomeno Beatles, in Italia, paese nel quale tutt’ora sono venerati e amati forse di più rispetto a tanti altri Stati, in quel periodo vennero snobbati.
Ci fu poca pubblicità e forse si parlò quasi più di Peppino Di Capri; non solo, la popolazione “adulta”, quella cioè già lavorativamente attiva e che quindi aveva disponibilità economiche, non gli diede il giusto peso nonostante stessero attuando una rivoluzione culturale a livello globale.
Questo forse fu un primo segno di un cambiamento epocale.
La musica, infatti, diventava sempre più un prodotto a consumo della fascia giovanile, di quella cioè che non aveva denaro e doveva richiederlo alle proprie famiglie. La media di pubblico fu di circa settemila spettatori al giorno al pomeriggio e ventimila la sera.
Si parlò di flop, ma forse col senno di poi, va valutato che la capienza del Vigorelli era di circa ventiduemila persone e che quella del Palasport di Genova era di venticinquemila. Le ragazze urlanti non sono mancate nemmeno qui in Italia e questo ci ha accomunato come esperienza a tutti gli altri posti nel mondo nei quali i Fab Four hanno suonato, e nei quali si assisteva ad uno spettacolo di isteria di massa che causava la copertura totale delle voci e della strumentazione.
Tutto ciò non è trascurabile poiché rendeva impossibile l’ascolto dell’esibizione e aumentava la frustrazione dei Beatles stessi che di lì a qualche anno decideranno di smetterla con le esibizioni dal vivo.
Forse l’obiettivo del “tutto esaurito”, almeno per il serale, non era così distante ma il dato deve essere considerato anche e soprattutto col senno di poi e con il fanatismo collettivo che caratterizzava ogni loro esibizione e i sold out che costringevano parecchie persone a restare fuori da teatri e sale da ballo.
Parlando invece di prezzi dei concerti, in questi giorni mentre ripensavo a questo evento, mi è venuta spontanea una riflessione.
I costi erano più o meno questi: 750 lire biglietti in offerta per la data meneghina che venivano venduti aderendo a particolari iniziative, oppure 2000 lire per il prato e 1000 lire per i posti in tribuna, mentre a Roma si aggiravano sulle 2-3000 lire.
Un quotidiano all’epoca costava 50 lire, quindi diciamo che, tralasciando i ticket in offerta, il rapporto con un biglietto standard da 2000 lire era di circa uno a quaranta, mentre oggi, con concerti intorno agli ottanta euro, il divario sale ed è di circa uno a cinquantatre. Sembra poco ma tutto ciò mette in risalto come ormai la musica non sia più un fenomeno popolare ma sempre più un’esperienza di lusso.

Per l’occasione ho chiesto a mia madre di parlarmi un po’ di quei momenti e insieme abbiamo ripensato a quei giorni del ’65.
Mi viene da sorridere se penso a quante persone sostengano di essere stati presenti a una loro esibizione italiana. Credo che se tutti loro ci fossero stati, oggi le cronache racconterebbero di posti gremiti e di successi inenarrabili.
Gli stessi Beatles ricorderebbero questo aspetto e invece, nelle loro biografie non viene mai fatta menzione al Belpaese, se non a come un posto stupendo nel quale trascorrere le ferie.
Il mio scritto era iniziato come un semplice ricordo di ciò che eravamo ma mi rendo conto solo ora che a un tratto si è trasformato in un qualcosa di sociale dal quale esce un mini spaccato sull’Italianità, un fenomeno ricco di contraddizioni e forse per questo anticipatore di tendenze.

