Avete presente le rimpatriate tra amici?
Parlo di quelle belle, non le reunion del liceo a cui nessuno in realtà, diciamocelo, voleva partecipare. Quelle che ti fanno davvero venire nostalgia per quello che è stato.
Ecco, il tour che gli Afterhours hanno programmato per il ventesimo compleanno di “Ballate per Piccole Iene” ha proprio questo sentore. (Qui in nostro “Happy Birthday”).
Lo scorso 8 luglio, al Kozel Carroponte di Sesto S. Giovanni – settima tra le location che ospitano il tour che si protrarrà per tutta questa estate 2025 – questa nostalgia c’è stata.
Ma c’è stato anche molto altro.
Agnelli l’aveva predetto: per il ventennale del loro ottavo album – non so spiegarvi quanto sia impressionante per me scrivere questo doppio riferimento temporale – la formazione, quasi interamente originaria, non si sarebbe risparmiata.
Nonostante Manuel sia un artista che adora prendersi tutta la scena, il palco non è stato solo dei suoi Afterhours: la sua scelta, infatti, in questo tour così importante sia a livello mediatico che emotivo, è stata quella di dare spazio anche a realtà musicali italiane emergenti, del tutto nuove o già incontrate in qualche circuito del sottobosco live del nostro paese.

Ogni data del tour ospita, dunque, tre musicisti che Agnelli ha selezionato nella propria realtà (il locale milanese Germi) tramite la rassegna “Carne Fresca”, un format che si occupa appunto di dare voce, spazio e visibilità ad artisti giovani e promettenti.
Per inciso, Manuel non è nuovo a operazioni simili: ricordiamo il festival “Tora! Tora!”, nato con lo stesso intento, o il progetto “Il Pese è Reale”, avviato a Sanremo nel 2009 e proseguito con una compilation di diciannove pezzi di altrettanti artisti della scena alternativa (tra i quali Paolo Benvegnù, da poco scomparso, gli Zen Circus e Beatrice Antolini, per citarne solo alcuni), ora introvabile.
Tornando alla serata, si sono avvicendati in apertura tre giovanissimi progetti: Kahlumet – nome d’arte di Luca Santuccio – insieme a una band di ottimi musicisti, ha aperto esibendo un repertorio a cavallo tra post rock, trip hop e noise, per me una vera rivelazione.
Subito dopo è stato il turno di Fitza, che si era già fatta notare durante lo scorso X Factor portando una splendida e coraggiosissima cover-tributo agli irlandesi Fontaines D.C. (anche loro, tra l’altro, reduci da un incredibile show proprio al Kozel Carroponte qui il nostro live report): le sue influenze ricercate, che spaziano tra cantautorato, post-punk e grunge, l’hanno resa un’artista che si distingue dal resto e che sa tenere il palco – da sola, ricordiamolo – davvero molto bene.
Terza rivelazione gli scatenatissimi Dirty Noise, band rock dall’attitudine decisamente punk e, a dispetto del nome, parecchio orecchiabili.
Bravi e disinvolti a tenere il palco, l’aspetto che ha colpito maggiormente è stato il loro sapersi divertire e suonare per se stessi, più che per il pubblico.
Tra i componenti dei Dirty Noise troviamo anche la cantante Emma Agnelli, figlia di Manuel. Con mio grande piacere questa informazione non è stata una notizia trainante, che avrebbe potuto catalizzare l’attenzione o distrarre al giudizio della loro esibizione: molti di noi hanno scoperto solo in serata la sua identità.

Poco dopo l’orario annunciato, giusto il tempo di fomentare la fibrillazione, la formazione Afterhours “Ballate 2.0” ha occupato il palco su una marcia di trionfo.
Dal disco del 2005 in tanti aspettavamo il ritorno di Giorgio Prette alla batteria (“mio fratello”, cosi l’ha presentato Manuel), di Andrea Viti al basso e del mitico Dario Ciffo all’ipnotico violino; oltre a loro, presente sul palco anche Giacomo “Rost” Rossetti, bassista dei Negrita, che Agnelli ha già da tempo scelto come collega per accompagnare i tour del proprio album solista “Ama il prossimo tuo come te stesso”.
L’epica apertura è avvenuta con La Sottile Linea Bianca, attesa tanto quanto la title track, arrivata subito dopo, in tutta la sua perfezione.
E poi di seguito, quasi tutti i pezzi di Ballate – unica assente Male in Polvere: ci siamo lasciati commuovere da Ci Sono Molti Modi, dove la voce graffiata di Agnelli ha raggiunto vette inimmaginabili, abbiamo osannato La Vedova Bianca e ancora Il Sangue di Giuda, e tutte le altre, fino alla commovente Il Compleanno di Andrea, rigorosamente in ordine di traccia.
Ho trovato un segno di enorme rispetto questa esecuzione severa, dalla prima all’ultima, indizio che le setlist della band non sono mai lasciate al caso.
“Ballate per Piccole Iene” è forse il disco più oscuro di Manuel & Co. , nonostante abbia una fortissima componente melodica; nulla come il violino di Ciffo è così fondamentale da sottolineare quell’aspro e crudo sentimento di disagio e lacerazione, che lo rende un capolavoro di cui non ci si può stancare.
Mi sono ripromessa di essere oggettiva, nel descrivervi quello che è stato questo concerto, ed è obbligatorio citare lo stato vocale di Manuel, non proprio al top: non ci ha girato intorno neppure lui e ci ha avvisati subito, “il calo di temperature di questi giorni mi ha completamente fottuto la voce”, ha annunciato (tanto da richiedere a più riprese, l’aiuto vocale del pubblico, ma soprattutto del buon Dario Ciffo, notevolissimo anche in quanto a doti canore).
Ma questo stato nulla ha tolto alla potenza di ciò che abbiamo vissuto; non ha tolto la solennità, né l’ironia e neppure la gioia di quel che succedeva. In dirittura d’arrivo Manuel dirà “E’ il concerto senza voce più divertente che abbia mai fatto”.

Terminato il primo blocco dedicato al ventennale – e prima di spaziare nel resto della discografia – è toccato a una splendida e cupa versione de La Canzone di Marinella: la testimonianza che rock e cantautorato si sposano proprio bene.
Chi c’era a seguire la band anni fa ricorderà quel puntualissimo “Manuel facci Strategie” che si sollevava spesso dal pubblico.
Che poi, a dire il vero, Strategie non sempre arrivava, anzi, ricordo che talvolta veniva tolta dalla scaletta. Per sfinimento, o forse per dispetto, chissà.
Questa volta no, questa volta Strategie gli Afterhours l’hanno suonata, e dopo di lei anche Lasciami Leccare l’Adrenalina, e persino Dea, al centro della quale, nel delirio già quasi all’apice, Agnelli ci ha richiesto di creare un cerchio largo nel pit, per poi abbassarci tutti, e infine, non appena sarebbe partita l’ultima devastante strofa, una corsa al centro del cerchio per scatenare il pogo.
E noi, ovviamente, così abbiamo fatto, stando ai suoi ordini.

Ancora nessuna tregua, ma si è proseguito con La Verità che Ricordavo – che nella mia personalissima idea di scaletta non deve mancare mai e poi mai – e Male di Miele.
La consapevolezza di far parte di qualcosa di importante, di un pensiero collettivo e condiviso da ottomila persone ce l’abbiamo avuta tutti, urlando questi inni che ci rappresentano e ci consolano con tutta la loro rabbia.
Tra queste ottomila persone c’erano gli adulti di domani e i ragazzi di ieri, generazioni lontane ma vicinissime, che si sono sempre sentite diverse dal mondo là fuori, e in qualche modo sbagliate.
Per tutti noi gli Afterhours hanno cantato Quello Che non C’è, e noi insieme a loro.
Il terzo atto è partito con una sentita richiesta di applauso agli artisti ascoltati in apertura, in cui Manuel e compagni vedono il futuro della musica.
Non è mancato un attacco al sistema discografico odierno, che senza dubbio appiattisce la proposta musicale e seleziona ascolti sempre più identici fra loro, banali e conformi.
Ma – ha sottolineato Agnelli – non è una questione di genere musicale, in ogni genere c’è del bello: quello che bisogna combattere è il sistema, che produce tutto in serie.
Nessun brano, a questo punto, sarebbe stato più calzante di Non Si Esce Vivi Dagli Anni ’80.
Così come nessun brano meglio di Padania avrebbe potuto corredare l’appello di Manuel a fare di più, a far sentire la nostra voce per richiedere il cessate il fuoco in Palestina, partecipando a manifestazioni, scendendo in piazza, anziché restare chiusi in casa riempiendo di slogan i social, dove di fatto siamo innocui.
Come forse qualcuno di voi sa già – se avete letto altri miei live report – sono convinta che, se un artista ha la possibilità di esibirsi liberamente su un palco, soprattutto se questo palco è risonante, ha di fatto tra le mani uno strumento fondamentale per esporsi e per trasmettere concetti importanti come questo: non c’è geopolitica che giustifichi la morte di migliaia di persone.
Lo considero praticamente un dovere.
E’ quasi religioso il silenzio tra la fine di un brano e l’inizio del successivo, per non farsi sfuggire un attacco, per non perdere il brivido di indovinare alla prima nota che cosa verrà dopo – e nella speranza che non sia, invece, già la fine.

Come detto, gli Afterhours non si risparmiano, non l’hanno mai fatto, né tantomeno stasera: una versione da lacrime di Bye Bye Bombay ne è stata la prova.
L’abbiamo scandita, ne abbiamo urlato il potentissimo frame “io non tremo, è solo un po’ di me che se ne va”, ma sono sicura che molti, come me, tremavano eccome.
Il gruppo ha lasciato il palco, di nuovo, ma ancora non è stata la fine – a sorpresa, dal momento che molto spesso, se ricordate, Bye Bye Bombay ha decretato il capolinea degli spettacoli degli After.
Siamo stati ridestati da un elenco sentitissimo di ringraziamenti alla crew che ha permesso tutto questo; “non ci credevamo fino in fondo nemmeno noi, ma loro sì” ha detto Agnelli, per poi intonare Non è Per Sempre, di cui lo splendido violino di Ciffo faceva scintillare i punti salienti e sottolineava, discreto e con rispetto, le strofe corali.
Come se non bastasse, a coronare la festa e a chiudere questo evento memorabile è toccato a Voglio una Pelle Splendida.
A questo punto, come si suol dire, potevamo morire felici.
E’ finito, è ora di ammetterlo.
Ma anche stavolta, tutto ciò lascerà un lungo strascico: una notte in bianco, uno o più giorni in completo stato di euforia, la ricerca continua del confronto con chi questo evento l’ha vissuto, ma anche il desiderio – quasi la necessità impellente – di informare chi non c’era di quel che si era perso.
Vi confesso una cosa: avevo già annunciato agli amici che sarebbe stato il mio ultimo concerto degli Afterhours, questo.
Ero piuttosto convinta – nella razionalità che ti porta il ricordo sfuocato di quello che hai vissuto tempo prima probabilmente, chi lo sa?- che potevo considerarmi appagata dai live a cui ho assistito negli anni passati.
Però non sono mai stata coerente, e neppure stavolta lo sarò: li rivedrò ancora, gli Afterhours.
Di questo sono assolutamente certa.
Setlist:


