Happy Birthday: 13 Luglio 1985 – “Live Aid: Il suono di un’era” Intervista a Gabriele Medeot

Il 13 luglio 1985 il mondo si fermò per assistere a un evento senza precedenti: il Live Aid, un colossale concerto benefico trasmesso in diretta mondiale da Londra e Philadelphia, con lo scopo di raccogliere fondi per combattere la terribile carestia che stava colpendo l’Etiopia.
Organizzato da Bob Geldof e Midge Ure, il Live Aid non fu solo un evento musicale, ma un momento storico che unì milioni di persone attorno a uno stesso messaggio di solidarietà.
Sul palco si alternarono le più grandi star dell’epoca — Queen, U2, David Bowie, Madonna, Led Zeppelin, Elton John, e tanti altri — dando vita a uno spettacolo leggendario che è rimasto impresso nella memoria collettiva come simbolo di quello che la musica può fare quando si mette al servizio di una causa.

A distanza di quarant’anni, l’impatto del Live Aid continua a far riflettere.
E proprio da questa riflessione nasce il libro del musicista, speaker radiofonico e divulgatore culturale Gabriele Medeot “Live Aid: Il suono di un’era. Gli anni Ottanta e il sogno di un mondo migliore” (Tsunami Edizioni), che ripercorre la genesi, il dietro le quinte e l’eredità di un evento irripetibile.
Lo abbiamo intervistato per capire meglio cosa ha significato davvero il Live Aid, dentro e fuori dal palco.

Ciao Gabriele, complimenti veramente!

Grazie!

hai fatto un lavoro fantastico, da chi ama la musica e da chi la rispetta

Grazie, questa cosa che dici è bellissima!

Hai fatto un’accurata ricerca che non si è limitata a contestualizzare e spiegare per chi non c’era cosa succedeva nel 1985…

No, sarebbe stata una lezioncina!

Sei andato proprio alle radici, spiegando da dove arrivava quel contesto sociale del 1985

Per me è fondamentale farlo, in tutti i miei progetti divulgativi. Sono un musicista che si occupa di divulgazione culturale, usando la musica come linguaggio perché la musica è un linguaggio; lo definiscono un linguaggio furbo ma è un linguaggio che ci appartiene.

Perché un linguaggio furbo?

Perché emotivamente riesci a coinvolgere le persone, dicono sia facile.

Io la leggo una capacità questa

Anch’io! Dal mio punto di vista è una necessità; ci sono delle persone che dicono “ah quella musica è facile”.
Per me è necessario contestualizzare le cose, siamo tutti capaci di aprire You Tube, guardarci il video del Live Aid, emozionarci e farci travolgere da quelle emozioni.
Ma nel momento in cui noi capiamo perché è successa quella cosa lì e magari che cosa ha determinato dopo, quelle emozioni ci distruggeranno proprio…  ed è bello farsi distruggere dalle emozioni.

Sono d’accordo, è la ragione per cui andiamo anche ai live

Esatto! Non conta secondo me la perfezione, la nitidezza, la precisione delle cose questo non conta, non conta mai.
Provengo dall’ambito classico, sono diplomato in pianoforte, mi hanno insegnato che quelle sono le note e quelle devi suonare, non puoi improvvisare e questo lo comprendo.
Però so anche per esperienza, che se ne sbagli un paio, ma le suoni bene, nessuno ti dirà niente, anzi.

Per realizzare questo libro ti sei documentato in maniera capillare, hai letto molti testi, articoli e ascoltato centinaia di ore di interviste.
Durante la consultazione del materiale, come hai scelto cosa includere e cosa tralasciare?

Che bella domanda!

Immagino sia stato difficile, se no ne sarebbe uscito un tomo!

Hai centrato istantaneamente una delle problematiche, ne ho parlato più volte con il mio editore che mi ribadiva che non potevo mettere tutto.
Per me era fondamentale mettere più possibile, voleva essere proprio la connotazione del momento storico, coi protagonisti raccontati con i loro dialoghi con le loro telefonate, i loro litigi, il loro “mollo tutto” o “ho bisogno di te”, in un momento particolare del secolo scorso.
Gli anni 80 sono stati straordinari per vari motivi, il Live Aid è uno dei motivi.
Quello rappresenta incredibilmente gli anni ’80, essendo la metà di quel periodo. Ho voluto fare una ricerca ed è stato difficile cosa non mettere, scegliere cosa prendere.

Le canzoni che hai scelto come colonna sonora dei capitoli hanno un potere evocativo legato a quella parte di storia che stai raccontando.
Ci sono state dei delle canzoni che a pari efficacia, o con altrettanto significato, avrebbero potuto prendere il posto o era un’idea bene precisa?

Era un’idea abbastanza precisa, il problema è che avrei voluto usare una canzone in un altro capitolo ma mi sono dato la regola che le canzoni che aprono quel capitolo, sono di quel mese, o di quei giorni o di quell’anno, si sono auto scremate.

Hai fatto una scelta di contemporaneità

Sì, anno per anno, che identificasse quel momento. Sono sostenitore di una regola musicale quasi matematica: noi abbiamo la musica che ci meritiamo, anno dopo anno. In ogni periodo storico c’è un certo tipo di musica; la musica fotografa il momento storico.

Hai scelto una parola per ogni decennio, qual sceglieresti per la contemporaneità di questa decade?

Disgregazione.
Questo decennio è una conseguenza di quello che accade prima e poi ancora prima… Secondo me il decennio degli anni 80 è l’ultimo decennio “felice” e l’ultimo nel quale pensavamo di essere felici.
Il sottotitolo del libro è “il sogno di un mondo migliore”, ci abbiamo veramente creduto, come dico nel libro ce lo siamo giocati dopo.
Nell’89 è caduto il muro e per un momento abbastanza lungo che abbiamo pensato e sognato che il mondo sarebbe stato un posto migliore, che la religione non sarebbe più stata una barriera, eppure gli anni 90 si aprono con l’invasione dell’Iraq, il desert storm, la guerra dei Balcani, quella della Cecenia… nasce il grunge, la distruzione, la musica distorta, stonata.

Nel libro racconti con gli occhi di un bambino che vede questo evento dal vivo, con un’emozione che, a quell’età, magari è difficile da descrivere, ma la percezione dell’essenza ti arriva assolutamente chiara

Grazie, io ho compiuto 14 anni il giorno del Live Aid, avere 14 anni nel 1985 voleva dire essere ancora un bambino, essere giovane e gentilmente ingenuo.
Quell’ingenuità mi faceva vedere che avrei fatto il musicista.
Nella figura di Bob Geldof, un uomo che ha creduto nel proprio sogno, che è andato contro tutto, ha demolito ogni certezza e ha sacrificato se stesso e il suo lavoro per quell’obiettivo, mi ci rivedo, mi piace.
Provo un rispetto totale per quest’uomo. Qualsiasi cosa dicano di lui, io lo difenderò sempre, è una grande persona che ha fatto una grande cosa.

Nel 2018 è uscito il film “Bohemian Rhapsody“ pellicola che ripercorre la storia dei Queen, che si conclude con la loro esibizione al Live Aid.
Col senno di poi potremmo pensare che quella potrebbe essere classificata come l‘esibizione più epocale.
Coi tuoi occhi da quattordicenne, quale fu per te l’esibizione più iconica della giornata?

Quella degli U2.

Infatti hai scelto un bel po‘ di canzoni ad accompagnare i capitoli nel libro!

Fin troppe! Mi colpì quando lui sparì dal palco, va a cercare qualcosa, qualcuno, lo accusarono di aver cercato il favore della telecamera.

Che lettura gli hai dato?

Autentica. Io credo che ancora oggi, lui come tanti altri, siano autentici. Forse smaliziati, sanno quello vogliono o possono fare.
All’epoca forse non sapevano quello che avrebbero voluto fare nel tempo, ma sapevano esattamente cosa avrebbero voluto fare lì.
Al Live Aid non hanno fatto Pride (In The Name Of Love), ma chi lo sapeva che avrebbero dovuto farla?
Noi pubblico che abbiamo visto alla tv o allo stadio l’evento abbiamo visto un ragazzo che ad un certo punto molla per terra il microfono e incurante dei divieti, scende ad abbracciare una persona, perché vuole ballare con lei, vuole abbracciare il momento.

Mi ha colpito anche quando parli della registrazione di Do They Know It’s Christmas? A Bono viene assegnata la frase da cantare e come prima reazione si rifiuta

Eppure è la frase perfetta per lui.

In quella strofa c’è un’interpretazione potentissima

Chi meglio di lui poteva parlare di Dio, la sua frequentazione quotidiana?

Che influenza ha avuto il Live Aid sulla percezione della fame nel mondo e sull’attivismo musicale?

Sull’attivismo ha avuto una buona proiezione,  si è ripreso; ci sono stati concerti precedenti ma nessuno con quella ricaduta intercontinentale.
Sì è capito che con la musica si poteva aiutare, ma successivamente non c’era più quella forza, quella autenticità, originalità. Sono quelle cose one shot!

Pensi ci sia attualmente una persona con la stessa spinta propulsiva di Bob Geldof? O credi che quella sua visione sia legata a quei tempi, che descrivi molto bene?

Penso che la persona ci possa essere ed i tempi sono perfetti, maturi. Il mondo sarebbe pronto ma non lo siamo noi essere umani; abbiamo perso ingenuità forza e capacità di mettere l’altro prima di noi.

Bob Geldof matura l’idea di raccogliere fondi per l’Etiopia guardando un telegiornale. Il primo che contatta è Midge Ure, poi Sting, Simon Le Bon, Boy George, Paul Weller e tutti accettano… sembra una fiaba a pensarci ora…

Tutti rispondono di sì, anche con il limite dell’esibizione di 20 minuti, senza la possibilità di fare prove, con i camerini a rotazione con gli altri artisti, eppure tutti dicono sì.

E non nomi piccoli!

I grandi dei grandi! Ci sono stati anche grandi assenti.

Hai notizie di qualcuno assente che si è po’ dispiaciuto di non esserci?

Al contrario, so di Sade che era presente al concerto, ma non ha partecipato alla registrazione di Do They Know It’s Christmas?, gli Eurythmics avevano detto che avrebbero mandato una registrazione per il lato b del 45‘ e non l’hanno mai mandata

Cosa c’era sul lato B di Do They Know It’s Christmas? 

Erano gli auguri degli artisti. Secondo me gli Eurythmics poi si sono pentiti.

Il Live Aid ha numerosi primati: 16 ore ininterrotte di musica, 70 artisti presenti, il numero di satelliti per la trasmissione globale, il 90% delle televisioni mondiali diede garanzia di almeno un collegamento, tutti riuniti nel nome della solidarietà. 
Il disco della Band Aid è stato il più venduto della storia inglese e ha ispirato la stucchevole risposta americana We Are the World

Anche qui, secondo me, c’è lo stesso problema di rifare un Live Aid: c’era già!
We are The World è stato molto diverso, anche nella modalità in pompa magna con cui è realizzata la canzone, davanti ai media. Parte dalla volontà di fare qualcosa perché qualcun altro lo sta facendo.

C’è un’eredità che il Live Aid ha lasciato non solo nel mondo musicale ma anche culturale?

Sì, secondo me l’eredità più grande è l’importanza della solidarietà. Noi vediamo il concerto, ma se lo spogli, trovi il concetto di altruismo.
Il DNA, l’ossatura è un’azione umanitaria. Questo insegnamento è una bandiera, ci ricorda quanto è importante il senso dell’altruismo, il dedicare agli altri le tue abilità, il tuo tempo e la tua passione ed è quello che è successo in quell’ambito.

Anche perché spesso le cose rimangono nel mondo dell’immaginario.
Bob Geldof è andato a vedere cosa succedeva in Africa, confrontandosi con quella realtà e rimanendo sorpreso e scioccato

Io penso di più la seconda.
E un momento in cui lui va in Etiopia e vede una quindicina di sacchi di granaglie e ventisettemila persone… ti fai due domande…
Per utilizzare le granaglie serve acqua, c’è la siccità in Etiopia, cosa se ne fanno di questi sacchi? Hanno bisogno pozzi ed acqua.
C’è una situazione politica molto complessa, c’è la guerra civile in Sudan, c’è la volontà del governo di mantenere la povertà nel paese, “tanto poi la stagione secca passerà” più gente muore più si possono tenere i soldi.

Questo è un libro che tutti gli appassionati di musica devono leggere assolutamente, se ci fosse una scuola sulla storia musicale, io proporrei di inserirlo come libro di testo legato a quel periodo.
C’è un racconto, una frase, un piccolo estratto che vuoi condividere?

Addirittura, grazie!
La frase che io trovo determinante e che mi carica e motiva è “gli anni 80 hanno cambiato tutto ma il Live Aid ha cambiato gli anni 80“.
Gli anni 80 hanno cambiato tutto nel bene, noi siamo figli di quella cultura, anche non troppo nel bene.
I boomer sono quelli che qui hanno fatto i soldi, e sono quelli che poi oggi continuano forse a vivere bene, mentre la maggior parte delle persone no.
L’altra citazione è “Tutto è impossibile fino a quando arriva qualcuno che non lo sa e lo fa“.