Terry Blue: arte come rielaborazione del buio

Articolo a cura di Francesco Pietro De Angelis

L’album “Lakewoods”, composto da 14 tracce, è l’ultimo lavoro del progetto artistico Terry Blue, duo composto da Leonardo Pusterla ed Eleonora Gioveni.
Abbiamo avuto il piacere di porre qualche domanda ai Terry Blue (ringraziamo Leo per la disponibilità) e avuto, quindi, modo di approfondire alcune tematiche legate all’album, alla sua nascita, ai processi creativi che si innescano e si innestano su terreni fertili.

“Lakewoods” è un album presente, sociale, consapevole, impegnato, genuino, un album che esiste e resiste non solo al cospetto di laghi di montagna e paesaggi vivibili ma ce lo portiamo dietro nel traffico delle strade direzione mare e nella canicola di mezzodì, negli uffici con l’aria condizionata e nelle fermate assolate degli autobus.
Perché un po’ di riflessione, unita a un po’ di buona musica, sono una compagnia sempre valida.

La copertina dell’album raffigura un bel paesaggio lacustre, con una grande casa circondata dal bosco, in riva ad un lago in cui si rispecchia la casa stessa ed il bosco intorno.
Come siete arrivati a scegliere proprio quella foto e non altre? Ci parlate di questo processo creativo?

La scelta dell’immagine di copertina è il risultato di un lungo processo di ricerca che ha visto come attore principale il regista e fotografo Alan Koprivec, autore dell’identità grafica e visiva di “Lakewoods”.
Non si tratta, tuttavia, di una mera scelta stilistica: la musica del progetto Terry Blue ha sempre cercato una propria identità nella convivenza di elementi estremi e a volte opposti l’uno all’altro: urbanismo e grigiume contrapposti a vasti paesaggi naturali – ai quali ci affezioniamo e nei quali riconosciamo una sorta di fuga – l’analisi o perlomeno tentativo di comprensione del mondo circostante, delle dinamiche socio-politiche del nostro tempo bilanciate da una profonda ricerca di introspezione e solitudine, la ricerca di speranza appesantita dalla consapevolezza del buio e dell’avanzare delle guerre e delle tragedie umane.
Tutti questi elementi, tra loro contrapposti e stridenti, cercano di costruire la realtà lirica di “Lakewoods” e, di conseguenza, l’identità visiva e grafica da noi scelta.
Il paesaggio in questione, il Lago di Origlio – poco distante dalla città in cui viviamo, Lugano – ci é sembrato perfetto fin dal primo sopralluogo ed é diventato di fatto teatro della maggior parte del materiale visivo creato per il tour di promozione di “Lakewoods”. Quella casa, smarrita in mezzo al bosco, con il suo riflesso specchiato nelle acque del piccolo lago, sembrava lì ad aspettarci, rappresentando e dando forma, in un certo senso, a quel sentimento di contrasto ed antitesi che cercavamo di rappresentare nel disco intero.

La canzone Alacant è una sorta di omaggio alla città spagnola. Ci raccontate del vostro rapporto con questa città e/o con altre città estere?

Alacant é in effetti un vero e proprio omaggio alla città di Alicante e, forse, più in generale al primo vero e proprio tour a cui Eleonora ed io (Leo) abbiamo partecipato in occasione della presentazione del nostro precedente lavoro “Chronicles of a Decline”.
Non posso negare che la musica di Terry Blue si profondamente influenzata dal viaggio e dai luoghi – e naturalmente persone e storie – incontrati lungo la strada, ma non sono soltanto i paesaggi a parlare quanto più l’incontro di stati d’animo, sensazioni, emozioni e luoghi stessi, come in uno strano artificio di alchimia che ci permette di sceneggiare un nostro personale film quotidiano (credo che questo, di fatto, succeda ad ognuno di noi!)
Il tema fondamentale di questo brano, uno dei più criptici e di conseguenza uno dei quali di cui – anche per me, autore del testo – é più difficile parlare, é lo smarrimento e la sensazione di vuoto che, puntualmente, assale chiunque abbia imboccato un percorso artistico e creativo rendendolo di fatto totalizzante nella propria quotidianità.
Le avversità che il mondo dell’arte, in senso lato, presenta lungo il cammino si intersecano radicalmente con la coscienza di se e del proprio posto – o forse della ricerca stessa del medesimo – nel mondo.
Non sono sicuro, davvero, di come o quando sia nata Alacant: credo che stessi pensando a tutte queste cose in una delle centinaia di autostrade spagnole percorse negli ultimi due anni e che, ad un certo punto, qualcosa sia scattato.

Avete intitolato Wenders la quinta track dell’album. Cosa c’è nei film di Wim Wenders che sentite così vicino?

Il brano Wenders é inspirato ad uno degli ultimi lungometraggi del noto regista.
Ricordo con precisione lo stupore e la meraviglia quanto, di fronte ad una proiezione di “Perfect Days”, mi sono letteralmente sentito attraversare dalla pellicola, quasi facendone di fatto parte mentre ne ero spettatore.
La sensazione di profonda pace, contrapposta anche qui all’assordante – anche se rappresentata come soffice e ovattata – onnipresenza urbana dei paesaggi di “Perfect Days” (scandita da una delle rappresentazioni del mondo sognato più interessanti che abbia mai visto), che pervade l’intero film mi ha restituito una sorta di speranza e, credo, viene a ricordarci l’importanza del piccolo, del dettaglio quotidiano.
Anche in questo caso mi trovo in difficoltà, come spesso capita, nel restituire elementi certi per la comprensione dei miei testi: credo che succeda qualcosa di piuttosto misterioso nella costruzione lirica di una canzone e che, in fondo, il significato non possa che essere per sua definizione stessa – in campo musicale – tutt’altro che permanente: si tratta di un gesto quasi cinematografico nel quale cerchiamo di restituire fotogrammi, immagini e sensazioni che solo in un secondo tempo assumono, davvero, significati estremamente diversi nell’immaginazione di chi ascolta.
In fondo si riduce tutto a questo: io sicuramente penso a qualcosa quando scrivo un brano ma non per forza lo stesso pensiero o la stessa immagine verrà a crearsi nella mente di chi mi ascolta.

I brani Comebacks e Hauxes raccontano, con differenti prospettive, storie di chi lascia e di chi rimane nella propria terra, in questo caso, la Sicilia, la terra natìa di Eleonora. Ritenete che la nostalgia o il desiderio irrealizzato siano componenti imprescindibili per raggiungere un certo grado di consapevolezza o c’è anche altro?

Domanda interessantissima a cui, ancora una volta, non sono sicuro di poter rispondere appieno. Non credo che la consapevolezza sia raggiungibile unicamente attraverso la nostalgia o il riconoscimento di desideri irrealizzati: nel caso citato nella domanda, quindi nel raccontare di un percorso migratorio che ci allontana da una casa nella speranza di costruirne un’altra e di conseguenza nell’inevitabile sensazione di non sentirsi più, davvero, a casa in nessun posto, credo si nasconda una delle grandi verità del nostro tempo.
Quindi certo, in questo caso assistiamo ad una saudade che riorganizza il nostro essere più interiore, le nostre sicurezze più radicate portandoci al confronto con la solitudine e la vita adulta lontana da ciò che reputavamo imprescindibile, ma non credo che l’unica strada verso la consapevolezza (beati coloro che l’hanno raggiunta, comunque!) sia questa.
In un certo senso questo pensiero mi riconduce ad un discorso che affronto molto spesso in campo artistico: la nostalgia, il buio, il dolore ed il malessere sono da sempre fonte di inspirazione in campo creativo e nella retorica dell’artista maledetto é imprescindibile la sofferenza. Sono tuttavia convinto che l’arte non possa essere soltanto questo: l’arte dev’essere una rielaborazione del buio, non un semplice sfogo.
E quando dico, spesso, che non si cura nulla con la musica, anzi, ci si spinge sempre più a fondo e senza strumenti di sopravvivenza affilati, forse mi riferisco anche alla consapevolezza: stare male, soffrire, rende davvero più consapevoli?
Forse nel percorso che ci é obbligato, quello dell’attraversare i giorni cupi, e nel suo inerpicarsi si nasconde la consapevolezza e la crescita, non quindi soltanto risultato passivo della tragedia quando più reazione alla tragedia.

La traccia numero sei, Minoux, racconta un fatto atroce della Storia dell’umanità. Quali emozioni avete provato durante la visita ad Auschwitz e qual è il vostro rapporto con la Storia?

Minoux é sicuramente uno dei brani più importanti di “Lakewoods”. Villa Minoux, luogo ahimé realmente esistente, si trova poco distante dal centro di Berlino e, durante il nostro tour, ci siamo capitati per puro caso.
In questo parco, splendido, che si affaccia su un piccolo e pacifico lago, ed in particolare in quella villa furono firmate le carte ufficiali per la soluzione finale attuata dai nazisti.
Forse basta questo per comprendere quanto spiazzante sia trovarsi, un po’ per caso, in un luogo simile.
La storia, come la scienza d’altra parte, é oggi maltrattata, sta perdendo ciò che più di ogni altra cosa la rende, di fatto, storia: la credibilità.
Viviamo un presente terrificante in cui di fronte all’avanzata di nuove armate nere, simil-fascismi o fascismi a tutti gli effetti, conflitti incomprensibili e scienziati con la camicia nera che alzano troppo i gomiti si prepara e rinforza un altro esercito: quello dei leoni da tastiera, dei tuttologi, dei “ma tu c’eri, quando li hanno fatti fuori tutti?” o del “ma tu sai cosa c’è, qui dentro? io non lo faccio” o più semplicemente del “festeggiamo con sobrietà”.
La storia sta perdendo la sua forza mentre si fa spazio a gran voce un’ignoranza convinta di aver ragione, su tutto e tutti, persino sulla storia.
Resistenza: oggi più che mai leggere un libro, informarsi, guardare un documentario é di fatto un atto di rivolta e, nel nostro piccolo, siamo convinti del fatto che la musica debba giocare un ruolo in questo, che sia necessario, ora più che mai, parlare del passato e del presente che stiamo costruendo ignorando, sminuendo e falsificando la storia stessa.

La scomparsa di un caro amico ed il suo ricordo, ovvero le tracce Fragile Friend e Deja vu, parlano di dolore e sensi di colpa. Vi va di approfondire questi temi?

Il tema del senso di colpa di fronte alla scomparsa di un amico ha pervaso la nostra produzione degli ultimi 5-6 anni, non soltanto in “Lakewoods”.
Tornando alla vostra precedente domanda, riguardante la consapevolezza, forse cade tutto il mio discorso proprio in questo ambito, uno spazio grigio in cui é difficile trovare appigli o punti di riferimento e che, forse, ci obbliga a raggiungere una sorta di consapevolezza, o un simil-stato, che ci permetta di costruire una continuità anche dopo eventi di questo genere.
Ancora una volta: non si cura nulla con le canzoni, sicuramente non una scomparsa o perdita del genere.
Credo che il sentimento che ci spinge ad affrontare quei “luoghi mentali” nella nostra musica sia un altro, non certo la terapia quanto più la necessità di ricordare, sempre vividamente, gli stati d’animo, le percezioni.
Lasciare una traccia, di noi e di coloro che se ne vanno, perché fondamentalmente convinti del fatto che, in realtà, di tracce non ne lasceremo alcuna.

Dopo l’uscita di un album da 14 tracce e il tour conseguente quali progetti avete, per l’autunno? C’è qualcosa che bolle in pentola di cui vorreste parlarci?

Rispondo a quest’ultima domanda appena rientrato dal tour, lunghissimo, che ci ha visti impegnati per tutta la primavera.
Sono tantissimi i progetti in cantiere, in realtà, forse anche troppi. Eleonora ed io abbiamo infatti aperto uno studio di registrazione, con piccola etichetta discografica annessa, a Lugano e ci aspettano mesi di registrazione e produzione di diversi artisti locali e progetti che sosteniamo.
Sicuramente il più importante, coinvolgente e difficile riguarda la collaborazione con Marcos y Marcos, casa editrice milanese, per la produzione di un vinile di musica e poesia con il poeta Fabio Pusterla (che é mio padre, sì), con il quale abbiamo creato uno spettacolo molto particolare improntato sul dialogo tra musica e verso.
Poi, naturalmente, ci si rimetterà in viaggio per concerti a partire da Settembre, specialmente in Italia.
Aggiungo soltanto un grande grazie per le magnifiche, e molto interessanti domande! Un saluto dai Terry Blue! 🙂

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