Beth Gibbons – Lives Outgrown Tour 10 Luglio 2025 Triennale Milano

Beth Gibbons: L’Incanto Senza Tempo al Giardino della Triennale di Milano

Ci sono voci che hanno il potere di trasportarti indietro nel tempo, a un’epoca che prende vita grazie al loro inconfondibile timbro.
Una di queste è indubbiamente quella di Beth Gibbons, la voce che ha plasmato il “Bristol Sound” e che, con i suoi Portishead, a partire dai primi anni Novanta, ha dominato la scena trip hop e si è imposta ben oltre i suoi confini.
Negli anni a seguire, Beth ha intrapreso con successo la sua carriera solista, che vanta autentiche perle di profonda intensità.

Per l’unica data italiana del tour del suo ultimo album, “Lives Outgrown”, Beth Gibbons si è esibita venerdì sera, in una magica notte di luna piena, nella bellissima cornice del giardino della Triennale di Milano.
L’artista ha tenuto un concerto da tempo annunciato come sold out, stregando la platea: un caleidoscopio di volti giunti da ogni parte d’Italia e anche da diversi paesi stranieri, tutti lì per celebrare la sua arte.

Puntualissima, alle 22:00, Beth sale sul palco, accompagnata da una band di sette musicisti straordinari.
Fin da subito, è chiaro che non si tratta della classica formazione rock, bensì di una configurazione strumentale che si spinge ben oltre lo standard chitarra/basso/batteria, includendo Richard Jones (viola e chitarra), Howard Jacobs (percussioni, sassofoni, flauto, clarinetto, sega musicale e marimba), Eoin Rooney (chitarre e rullante da marcia), Anisa Arslanagic (violino, clarinetto e chitarra, già nei Pulp), Jason Hazeley (tastiere e Ondes), Tom Herbert (basso e chitarra) e Sophie Elizabeth Hastings, (batteria e harmonium).
Sono tutti musicisti dalla grande personalità nonché polistrumentisti molto versatili, capaci di spaziare dalle percussioni ai fiati (da menzionare il fantastico Howard Jacobs, un vero spettacolo anche da vedere nel suo aspetto vichingo), dalla viola alla chitarra elettrica (immenso e passionale Richard Jones); quasi tutti contribuiscono anche ai cori, creando un’atmosfera sonora ricca e avvolgente.

Beth è una donna di una bellezza discreta, all’apparenza quasi dimessa, eppure emana un magnetismo puro.
Sale sul palco e, con un gesto quasi rituale, si toglie i sandali per rimanere a piedi nudi.
Dà le spalle al pubblico mentre beve un sorso d’acqua e da lì a poco raggiunge l’asta del microfono che diventerà il suo punto fermo per tutta la serata.
Da quel momento, intonando le prime note di Tell me Who You Are Today, non volgerà mai lo sguardo frontalmente al pubblico e tra un pezzo e l’altro volgerà le spalle, senza mai affrontare la platea.
Eppure, appena la sua voce si alza, è un incantesimo: il pubblico resta rapito, immobile, stregato. Nei brevi intervalli regna un silenzio quasi sacro.
Beth non ringrazia, non cerca il contatto visivo, sembra non guardare il suo pubblico, che la venera incondizionatamente.


Il concerto prosegue con Burden Of Life, e la formula è già chiara quanto la luna stagliata nel cielo: la voce di Beth emerge affilata come una lama da un acustico muro di suono e trafigge la platea, lasciandola senza fiato.
E in quell’incanto la sua voce non richiama più solo il ‘Bristol Sound’, ma un’origine più profonda, che affonda nel folk più introspettivo e malinconico, richiamando figure come Nick Drake e Donovan. Le radici autentiche sono lì, e si percepiscono in tutta la loro purezza.
I brani di questa prima parte del concerto, incentrati sul suo più recente lavoro e sul precedente “Out of Season”, si susseguono in una scaletta fluida.

Tra un pezzo e l’altro il pubblico è sempre più rapito e con la bellissima Floating in a Moment, si ha la chiara percezione di essere completamente immersi nel flusso ipnotico che Beth ha sapientemente creato, col suo magnetismo naturale.
Dopo diversi brani in cui Beth ha cantato con gli occhi rivolti verso il basso, quasi a creare una barriera di intimità, a metà concerto accade l’inatteso: ringrazia e regala un sorriso.
È un sorriso luminoso, che sorprende per la sua spontaneità, sciogliendo l’atmosfera sospesa che l’aveva avvolta fino a quel momento e rivelando finalmente un’emozione inaspettata.

La performance, nel suo incedere verso la conclusione della prima parte, riserva ancora momenti intensi che fanno quasi ballare il pubblico.
È in questo crescendo di energia che emerge Tom the Model, tratto da “Out of Season”, quel gioiello scritto in collaborazione con Rustin Man (Talk Talk) che si potrebbe azzardare essere il suo capolavoro (se l’album successivo non fosse stato il bellissimo “Lives Outgrown”).

Dopo circa un’ora di pura magia, arrivano i bis, e con essi un cambio di scenario significativo: sono i Portishead a riprendersi la scena direttamente dal passato.
L’organo tremolante di Roads, il pezzo che apre “Dummy”, il seminale disco d’esordio della band di Bristol, vera pietra miliare che per molte bande ha fatto da spartiacque tra il prima e il dopo, inizia a tessere la sua melodia, riempiendo la sala di un’emozione palpabile. Ogni nota vibrante dell’organo, nella sua inconfondibile successione pulsata dal tremolo, è una discesa che prepara all’inesorabile ingresso della voce struggente di Beth.

Un’onda di commozione attraversa la platea, che rimane in silenziosa adorazione.
Il livello emotivo sale ancora di più, raggiungendo l’apice con la potenza viscerale di Glory Box.

Qui il pubblico, quasi irrefrenabile, si unisce al ritornello, un momento che indubitabilmente risveglia innumerevoli ricordi ai presenti. “Give me a reason to be a woman, I just want to be a woman” risuona tra la folla, trasformando quel momento in un coro potente e indimenticabile.
Subito dopo, durante l’assolo, il pubblico, dopo essere stato in profondo silenzio per tutto il concerto, rompe l’incantesimo con un’esultanza liberatoria quando inizia uno degli assoli più struggenti che si possano sentire, con le note tirate allo spasimo della chitarra che si dilaniano in un wha-wha viscerale facendo quasi piangere la Telecaster stessa suonata in maniera impeccabile dal grandissimo Eoin Rooney.
A completare la suggestione del brano, la voce stessa di Beth viene quasi “inscatolata” con un effetto, proprio come nella versione su disco, a trasmettere un’intensa vibrazione claustrofobica, fino a sciogliersi nel classico groove di batteria che caratterizza il trip hop e che diventa così un porto sicuro dopo l’apnea generata dal crescendo.

L’esibizione si avvia alla conclusione con l’energia di Reaching Out da “Lives Outgrown”, la cui atmosfera è contraddistinta da un ritmo incalzante, quasi tribale, che accende un’ultima scintilla di vitalità nella sala.


Dopo questa vibrante chiusura, Beth torna a splendere, e insieme alla band si concede un profondo inchino di ringraziamento al pubblico.
Subito dopo, in preda ad un impeto di gioia, scende dal palco e si concede un vero e proprio bagno di folla, con le prime file incredule ed estasiate dal desiderio di stringerla in un abbraccio.
Un finale indimenticabile, degno di un’artista che, con la sua sola presenza, è capace di creare un’esperienza unica e profonda, confermando la sua statura di icona che ha caratterizzato un’epoca con la forza evocativa della sua voce.

Setlist:

01 Tell Me Who You Are Today
02 Burden Of Life
03 Floating In A Moment
04 Rewind
05 For Sale
06 Mysteries
07 Lost Changes
08 Oceans
09 Tom The Model
10 Beyound The Sun
11 Whispering Love

Bis
12 Roads
13 Glory Box
14 Reaching Out

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