Venti anni fa, il 15 Aprile 2005, usciva “Ballate per Piccole Iene”, ottavo album in studio degli Afterhours.
Ricordo ancora il mio acquisto del cd alla Fnac, quando i dischi si compravano materialmente e non esistevano piattaforme streaming. C’era un’area dedicata nel negozio con una specie di totem, con cuffione annesse, che ti dava la possibilità di ascoltare alcuni degli album in uscita.
Se mi guardo indietro, mi rendo conto di quanto fosse uno splendido mezzo di diffusione, caldo, tangibile.
Proprio in quel periodo, io, ventisettenne appassionata di musica, mi accingevo a comprare, senza alcuna aspettativa particolare, l’ultimo album della band milanese che, più di qualsiasi altra, mi aveva sconvolto la vita.
Di loro, conservavo ancora dentro le sonorità di Non è per sempre uscito 3 anni prima e, nelle mie orecchie, continuava a suonare in loop un’ipnotica Bye Bye Bombay, ascoltata solo una manciata di mesi prima durante un loro live al “Tora! Tora!” a Genova, la mia città. In quell’occasione, avevo comprato la mia storica maglietta rossa, ormai diventata un reperto da quanto indossata fieramente, con su scritto “Io non tremo e solo un po’ di me che se ne va”.
“Quello che non c’è” (2002) era stato osannato come capolavoro, anche se la band aveva già all’attivo un altro disco considerato iconico della fine dei novanta “Hai paura del buio?” (1997). Erano comunque anni fertili, nel 2004 era uscito “Il Suicidio dei Samurai” dei Verdena, a Marzo del 2005 invece, solo un mese prima di “Ballate per piccole iene” vedeva la luce “Bianco Sporco” dei Marlene Kuntz.

Cito solo un paio di esempi di due delle band più rappresentative della scena cosiddetta “indipendente” per far meglio comprendere il contesto nel quale si ascoltava una nuova uscita discografica in quegli anni.
Eravamo abituati alla bellezza e forse erano quasi gli ultimi colpi di classe di quello che poi si sarebbe pian piano spento al suolo come braci cadenti di fuochi artificiali.
Quando misi il cd nel lettore e partì la prima traccia La sottile linea bianca, rimasi sorpresa, folgorata, le note cadevano all’unisono con i miei battiti vitali fino alla voce suadente di Manuel che scandiva ogni singola parola sulla scia della melodia “ora che sei vera sai la verità, siamo vivi per usarci”, per poi cadere in trance sul falsetto del ritornello. Via via che i brani scorrevano, mi arrivavano pugni sullo stomaco, anzi, lame affilate, “Capita di non farcela e di essere coltello ed insieme la ferita” (Chissà com’è).
Fu come se qualcuno mi avesse preso la testa tra le mani e me l’avesse scossa per destarmi da un sogno e volesse costringermi a guardare i miei mostri.
Certe prese di coscienza fanno male e l’ascolto di queste “ballate” così tanto seducenti da divenire crudeli e laceranti, ti gettano in un vortice senza ritorno, quando vince il paradosso di non riuscire a fare a meno di affogare nel proprio fango. “Vieni fare un giro dentro di me o questo fuoco si consumerà da sé.. C’è qualcosa di nuovo per te è sbagliato perché non ha limiti”(La vedova bianca).
Testi forti quindi, capaci di stordirti e di stregarti come un diavolo tentatore, troppo intrigante è l’idea di spogliarsi di tutto ciò che è convenzionalmente sociale per far affiorare l’io, quello che è dentro di te che si antepone al resto del mondo, che può essere sbagliato ma “se vuoi indietro la tua vita devi anche tradire “(E’ la fine la più importante)
E’ un disco che butta fuori malessere, la stessa voce di Agnelli è a volte rabbiosa, incazzata, altre volte disillusa, oscura e beffarda. I suoni sono più sporchi, i riff sferzanti fanno decollare la tensione ma nello stesso tempo le sonorità ti sanno cullare ed avvolgere. E’ sicuramente un album molto più black rispetto ai precedenti lavori, più impetuoso e con ritmiche devastanti a livello emozionale.
Guarda caso, l’anno prima, Manuel si accingeva ad affrontare un’esperienza negli States ed in Europa come tastierista dei Twilight Singers, la band di Greg Dulli (ex leader degli Afghan Whigs), col quale strinse un’amicizia poco prima, in occasione di un matrimonio di un amico comune e dalla quale sfociò un legame e soprattutto un’intesa artistica non trascurabile poiché generò inevitabilmente una considerevole contaminazione.
Questo aspetto è molto importante, poiché lo stesso Dulli entra in scena anche in “Ballate” come co-produttore, a lavorare fianco a fianco alla band in quel di Catania, dove è stato realizzato il disco. Un colpo non da poco e che ha indiscutibilmente marchiato questo lavoro dandogli una spinta più internazionale, facendo uscire lo stile Afterhours dalla nicchia confortevole dell’indie rock italiano.
Con questo, non si rinnega una “maniera” che ha generato album che resteranno scolpiti indissolubilmente nella storia della musica sotterranea italiana, semplicemente, gli Afterhours fanno un salto, propongono qualcosa che li pone in uno scalino più alto.
Uscirà nel 2006 una versione inglese del disco, pubblicato dalla One Little Indian, non a caso etichetta dei Twilight Singer, senza però sfondare il mercato estero come sperato.
Inequivocabilmente, è un album che si è contraddistinto nel panorama italiano del periodo ed è forse anche per questo che quest’anno, per spegnere le venti candeline delle “Ballate”, uscirà una ristampa in edizione speciale del disco e Manuel riunirà la band in formazione originale con Andrea Viti, Dario Ciffo e Giorgio Prette in un tour che toccherà tutta la penisola.
Sarà al livello delle aspettative? Ci farà rivivere certe lontane vibrazioni? Forse si fanno certe scelte per monetizzare, dirà qualcuno. O forse, per non morire..


