C’è una linea sottile che collega il presente alla memoria, e a volte passa attraverso le canzoni. È il caso di “FANIGLIULO, L’ARTISTA”, (Beta Produzioni) l’ottavo disco del nuovo progetto di Olden, al secolo Davide Sellari, che sceglie di riportare alla luce la figura di Franco Fanigliulo, cantautore irregolare e visionario, rimasto ai margini della storia ufficiale della musica italiana.
Olden è un cantautore perugino classe 1978, attivo tra Italia e Spagna. Il suo percorso nasce tra band giovanili e palchi di festival italiani, per poi approdare a una scrittura sempre più personale che unisce canzone d’autore, ricerca e rilettura della tradizione musicale. Nel corso degli anni ha pubblicato diversi lavori tra italiano e inglese e ha collaborato spesso con il produttore Flavio Ferri e con artisti della scena d’autore italiana come Paolo Benvegnù, ottenendo riconoscimenti come le Targhe Tenco e la Targa Rock Targato Italia.

Il nome di Franco Fanigliulo è legato a un’idea di musica libera, ironica e profondamente teatrale. Nato a La Spezia il 9 febbraio 1944 e scomparso prematuramente il 12 gennaio 1989, a soli 44 anni, Fanigliulo è stato una delle figure più originali del cantautorato italiano degli anni Settanta, capace di fondere canzone d’autore, cabaret e teatro in un linguaggio personale e immediatamente riconoscibile.
Incise i sui primi tre album per l’etichetta Ascolto di Caterina Caselli, una realtà discografica che ospitava diversi artisti, tra cui Faust’O, Pierangelo Bertoli, gli Area di Demetrio Stratos, Gian Piero Alloisio e Mario Acquaviva.

Il momento di maggiore popolarità arrivò con la partecipazione al Festival di Sanremo del 1979, dove presentò A me mi piace vivere alla grande, brano che dovette subire alcune modifiche per ragioni di censura. La canzone conquistò il sesto posto in classifica, ma per gran parte della critica Fanigliulo fu il vero vincitore morale di quell’edizione. Il secondo posto andò invece a Enzo Carella, altra presenza anticonvenzionale e innovativa della scena musicale italiana di quegli anni.

Nel 1983 pubblicò il suo quarto lavoro, un Q-disc contenente la raffinata Benvenuti nella musica, uscito per la Numero Uno di Lucio Battisti e Mogol. “Goodbye Mai”, pubblicato postumo nel 1989, rappresenta invece il suo quinto album.
Nel 2012 il Comune della Spezia gli ha intitolato una strada nel quartiere di Pegazzano, dove aveva vissuto. Successivamente, a Prati di Vezzano — luogo in cui sorgeva la sua fattoria — è stato inaugurato un monumento a lui dedicato, realizzato dallo scultore Giuliano Tomaino.
In questa intervista, Olden ci accompagna dentro la storia di questo incontro: un lavoro fatto di rispetto, folgorazioni, sensibilità, che ci conduce al nucleo più autentico della poetica di Fanigliulo.
Con la produzione di Flavio Ferri, il disco non si limita a essere un tributo, ma diventa un gesto di ascolto profondo e di sottrazione, un modo per restituire spazio e respiro a una poetica ironica, teatrale e sorprendentemente attuale. Fanigliulo torna così a vibrare nel presente, attraverso interpretazioni che ne custodiscono la fragilità e la forza, senza mai trasformarlo in un’immagine statica.

Bentrovato e benvenuto sulle pagine di The Beat! Voglio iniziare ringraziandoti per questo album, per aver reso omaggio ad un artista come Fanigliulo, così unico nel panorama italiano. E‘ il primo tributo che gli viene fatto. Domanda d’obbligo: cosa ti ha spinto ad intraprendere questo progetto?
Uno dei motivi é proprio questo, e cioé essermi reso conto che mai prima d’ora nessuno aveva dedicato un progetto di questo tipo ad un cantautore così speciale, uno come Fanigliulo merita ancora oggi una grande attenzione, e credo che sia importante che le nuove generazioni possano scoprire il suo meraviglioso mondo, umano ed artistico.
Soprattutto oggi, un periodo piuttosto buio per quanto riguarda il mainstream, sempre più simile a un fast food e sempre meno attento ai contenuti e allo spessore artistico.
Oltre a questo, il motivo che é stato determinante é stata una sorta di “folgorazione artistica”, quando mi sono messo a cercare le sue canzoni in rete e quando ho scoperto la bellezza e l’originalità delle sue canzoni.
Fanigliulo, oggi, é stato quasi dimenticato, e ho sentito che fosse arrivato il momento di riaccendere le luci su di lui, di rileggerlo e di riproporlo, attraverso le mie lenti, la mia sensibilità.
Hai memoria della prima volta in cui hai ascoltato le canzoni di di Franco Fanigliulo? Cosa ti ha fatto sentire subito un legame?
Onestamente, come quasi tutti quelli che oggi lo ricordano, conoscevo soltanto il suo pezzo più famoso A me mi piace vivere alla grande, che non a caso é stato uno dei pezzi che ho scelto, qualche anno fa, per lo spettacolo presentato al Premio Tenco con l’Orchestra Sinfonica di Sanremo; si trattava di un viaggio attraverso le canzoni dei cantautori al Festival, ed insieme a Tenco, Endrigo, Lauzi, ho voluto metterci anche lui.
Pochi giorni dopo lo spettacolo, mosso da una certa curiosità per il personaggio, ho fatto una ricerca ed ho trovato tutte le sue canzoni.
E’ stata una magnifica sorpresa scoprire alcune sue canzoni, percepivo in lui una grande personalità, ma anche una grande dolcezza e forse una celata timidezza, che credo lui nascondesse attraverso i suoi gesti plateali e la sua teatralità.
E quando ho compreso profondamente la sua musica e il suo modo di essere ho capito che in fondo non eravamo così diversi, e che se lo avessi incontrato in una vita precedente, saremmo stati probabilmente grandi amici.
Immagino ci sia stato un grande lavoro di selezione, hai scelto brani tratti dai sui primi due album ”Mi sono scordato di me” del 1977 e ”Io e me” del 1979. Perché non hai considerato la discografia successiva?
Ecco, questa é una domanda che mi é stata fatta spesso, e devo dire che mi sono reso davvero conto di questa cosa soltanto dopo aver risposto la prima volta; in realtà non é una scelta voluta ma se vogliamo casuale, ho semplicemente scelto le canzoni che sentivo di più, quelle che mi hanno emozionato, quelle che mi hanno divertito, quelle che sapevo di poter interpretare rimanendo credibile, e che in qualche modo sentivo più “mie”.
Sto parlando di testi e contenuti ma anche più semplicemente di gusto musicale e di feeling artistico.Sono un boomer vintage, e gli anni ‘60 e ‘70 resteranno per me il periodo più bello e luminoso di sempre, non solo per la musica, ma anche per il cinema e l’arte, in generale.
”Io e me” contiene il brano con cui Franco è diventato noto al grande pubblico per la sua partecipazione al festival di Sanremo con A me mi piace vivere alla grande. Non è un brano che hai inserito nell’album, forse è proprio in questa assenza che si coglie l’impronta del disco?
Sì, questa scelta é stata fortemente voluta (e anche un po’ discussa – ma come, non metti la sua canzone più famosa? ma tu sei pazzo! -), e non é solo una scelta artistica, ma mi azzardo a dire anche “politica”.
E’ una dichiarazione d’intenti, una presa di posizione.
E’ il manifesto programmatico del disco, che nasce dal profondo rispetto e dalla stima immensa che sento per questo artista.
Fanigliulo non é solo questo, non é solo la canzone che ogni tanto canticchiate sotto alla doccia; Fanigliulo é questo ma molto altro, e con questo disco voglio far arrivare questo messaggio: ascoltate che meraviglia di canzoni (quasi sconosciute) ci ha lasciato.
E’ l’emozione della scoperta, è “il brivido di un viaggio” (citando proprio Fanigliulo) Marco e Giuditta, Con te, Il chirurgo, La Giovanna (dove sono splendidamente accompagnato dalla “querida” Claudia Crabuzza) sono delle perle, sono dei regali che ancora non abbiamo davvero scartato. Ecco, forse ora é arrivato il momento di farlo!
Rispetto ai brani originali, gli arrangiamenti trovano un giusto equilibrio: le canzoni vengono rese contemporanee senza snaturarne lo spirito. Che ruolo ha avuto Flavio Ferri alla produzione?
Flavio, inutile dirlo, per me é molto più che un produttore, ma una specie di terapeuta, oltre che un amico.
Lui sa come tirare fuori quello che serve, a seconda del momento, in base al progetto che gli propongo.
Credo che inizialmente avesse qualche perplessità quando gli ho proposto questo disco, e anche io avevo qualche timore, ma ero sicuro che insieme avremmo trovato la chiave giusta.
e registrazioni di questo disco sono state differenti rispetto a tutti gli altri lavori fatti insieme, tranne forse per qualche pezzo del disco “Questi anni” (Dieci canzoni inedite di Gianni Siviero); Flavio ha pensato che il modo migliore per costruire i pezzi sarebbe stato fare subito, e prima di ogni altra cosa, le voci definitive e una delle chitarre, per poi costruirci intorno tutto il resto.
Alcuni pezzi, vista l’eccentricità del nostro Fani, sono senza click, senza un tempo preciso, ed hanno bisogno di essere sentiti ancora prima di essere cantati.
E così é stato dunque, chitarra e voce definitivi (la voce normalmente é sempre l’ultimissima cosa che si fa, ma a noi piacciono i piani complicati :)) e poi é arrivato tutto il resto.
L’arrangiamento é fresco ed essenziale, e non disdegna qualche pennata più rock, ogni tanto, perfettamente in linea, credo, con la poetica e la sensibilità di Fanigliulo, anima dolce ma impetuosa.
Il basso é suonato da Flavio, qualche chitarra mia é rimasta (l’ho scoperto pochi giorni fa :)) e, come in tutti i miei dischi, ci sono anche le note e gli accordi di un vero chitarrista: Ulrich Sandner.

Una curiosità che ho riguarda la voce: Franco aveva un approccio teatrale alla vocalità, nelle pause, nel modo di sottolineare con il colore certi passaggi e nell’enfatizzare il significato di ciò che raccontava. C’è stata una tentazione di ricalcare quell’impronta, prima di scegliere di far emergere la tua identità interpretativa?
Fanigliulo é teatrale, spesso eccessivo, fuori dalle righe, apparentemente molto lontano dal mio modo di intendere la musica, dal mio modo di cantare, dal mio approccio alle canzoni. Prima di fare un disco io e Flavio ci facciamo sempre delle lunghe chiacchierate, e anche questa volta é andata così.
Poi un giorno, durante un pranzo a casa sua, tra il vino e il verde delle campagne catalane (la campagna, altro tema carissimo a Fanigliulo, non a caso) abbiamo capito.
E la chiave é stata non solo “sentire” davvero le canzoni e comprendere appieno il testo, ma soprattutto evitare l’emulazione, l’imitazione.
Quello che dovevo fare era semplicemente “sottrarre”, alleggerire l’enfasi e la teatralità, trovare il punto giusto per fare arrivare davvero le parole e le intenzioni.
Fanigliulo era già volutamente “troppo”, noi abbiamo capito che per raccontarlo, per rimettere la canzone al centro, dovevo farmi più piccolo, e ridare luce a tutto il resto.
Fanigliulo viene definito un “anti-artista”: cosa significa oggi, per te, questa definizione?
Credo che questa definizione sia più mia che della maggioranza (ma é un bene se già si sia diffusa così :)), e tutto nasce dal titolo stesso del disco, appunto “Fanigliulo, l’artista”, che ho scelto proprio come una sorta di “manifesto” del disco.
Nella canzone L’artista che volutamente apre l’album, Fanigliulo ridicolizza e prende in giro tutti quelli che si definiscono appunto “artisti”, prigionieri della loro megalomania, convinti del proprio genio, e che sul palco “dominano” il pubblico. Lui spesso nelle interviste diceva di essere un cantautore per caso, e che tutto era finzione, non solo sul palcoscenico, ma anche nella vita di tutti i giorni.
Non sembrava mai prendere troppo sul serio la sua “non professione”, lui che era soprattutto marinaio, contadino e coltivatore. E forse proprio per questo aveva scelto la via della teatralità eccessiva, come a dire “guardate che questa é tutta una presa in giro”, non credete a quello che dico e quello che faccio”.
Paradossalmente proprio questo suo “non essere”, questa sua consapevolezza, compiono il gesto artistico più puro e più sublime, ovvero esistere ma solo attraverso una rappresentazione. Potremmo dire parlare di “estetica dell’esistenza”, come teorizzò Focault, sostenendo che l’arte é quello che decidi di essere ogni giorno, e che direzione dare alla tua vita.
Si racconta che Vasco Rossi e Zucchero fossero interessati a produrre il suo nuovo disco: faccio fatica ad immaginare quale sarebbe potuto essere il risultato, considerando le loro traiettorie artistiche piuttosto lontane dall’universo di Franco…
In realtà (in pochi lo sanno), Vasco Rossi ha davvero prodotto, attraverso la sua etichetta Bollicine la canzone di Franco L’acqua minerale, che é una sorta di “bevi la Coca Cola che ti fa bene”, abbastanza vicina a Vasco, come sound e intenzioni.
Insieme a Zucchero (altro amico di Fanigliulo), Vasco avrebbe voluto produrre l’intero disco, che si sarebbe dovuto chiamare “Sudo ma godo”, uscito poi postumo nel 1990 (con altra produzione e grazie al lavoro dell’amico e musicista di Fanigliulo, Riccardo Borghetti, anche co-autore di molti suoi brani)
Negli anni ‘80 Fanigliulo aveva virato verso altre sonorità, non troppo lontane al Vasco dell’epoca. Inoltre, nel disco “Blue’s” di Zucchero, Fanigliulo ha collaborato come autore di testi e anche per la parte più prettamente musicale, così come indicato nei ringraziamenti delle note di copertina.
Qualche giorno fa ho avuto il piacere di parlare al telefono con Dario Vergassola (anche lui spezzino, ed amico di Fanigliulo), che mi ha raccontato che in città nessuno credeva davvero che Franco fosse amico di Vasco e di Zucchero, e che fosse una sorta di leggenda semiseria, tanto per scherzarci un po’.
Ma poi, il giorno del suo funerale, quando li videro arrivare entrambi, si resero conto, stupefatti, che era tutto vero; e a più di qualcuno, scappò pure una risata tra le lacrime.

Arrivato alla fine di questo lavoro, cosa pensi di aver “restituito” a Fanigliulo e cosa senti che lui abbia restituito a te come artista?
Spero di avergli restituito innanzitutto un po’ di sana visibilità, ma non quella che oggi viene cercata stupidamente soltanto per quindici minuti (come profetizzò Andy Warhol), parlo di quella vera, profonda, che ti permette di entrare in contatto con un mondo nuovo, vario, e con tanti dettagli e sfumature.
Attraverso questo disco vorrei davvero che gli ascoltatori possano sorridere, commuoversi e stupirsi, e che poi magari sentano la voglia di andare ad ascoltare l’originale, di scoprire nuove canzoni e ascoltare le sue interviste.
Che si innamorino di lui, insomma, che é quello che é successo a me. Questo é quello che mi ha restituito, stupore e bellezza. E mi ha fatto scoprire una parte di me che ancora non conoscevo, che magari in futuro potrò approfondire ed esplorare.
E’ sempre prezioso guardare il mondo attraverso gli occhi di un essere umano differente da te, soprattutto quando é speciale come Franco Fanigliulo.
In questo periodo, a distanza di decenni, si stanno riscoprendo artisti come Enzo Carella o Stefano Rosso, voci che probabilmente avevano bisogno di molte più orecchie più attente per essere comprese fino in fondo.
Secondo te questa attenzione nasce dal fatto che la musica contemporanea abbia perso parte di quello spazio di libertà e ricerca che apparteneva a certi cantautori “laterali”, oppure perché oggi il pubblico è più pronto ad ascoltare complessità, ironia e fragilità che allora erano meno comprese?
Non credo che la musica contemporanea abbia perso una spazio di libertà, anzi, il paradosso é forse che ci sia troppa libertà a disposizione, anche per cantare e per dire qualsiasi sciocchezza possibile, quindi banalizzandola, senza che nessuno se ne accorga davvero.
La libertà é il nostro bene più prezioso, ma poi sta a noi valutare e giudicare il valore delle cose con le quali entriamo in contatto. Il problema é culturale, non sociale. La musica oggi, i cantautori specialmente, non sono più un punto di riferimento per la collettività, come invece succedeva fino a 20/25 anni fa.
Ti ricordi i funerali di Fabrizio De Andrè? Più di diecimila persone, sconvolte e commosse, per un cantautore che probabilmente non avevano mai conosciuto di persona. Oggi non potrebbe mai succedere una cosa del genere, per nessun cantautore. E’ tutto un tritacarne a massima velocità, é un continuo nutrire e fagocitare senza avere il tempo né le capacità di sentirne il sapore. E’ il trionfo della parte peggiore del capitalismo, una visione lontanissima dall’approccio marxista e materialista di Fanigliulo, non solo nei confronti della musica, ma proprio della vita.
Questa di oggi é la società della guerra (nata molto tempo fa ed ora arrivata al suo massimo orrido splendore) e dei maxi progetti edilizi che metteranno mattoni e cemento sopra ai bambini ammazzati a Gaza, in nome dell’occidente e del progresso (“la più grande democrazia del mondo” a braccetto con “l’ unica vera democrazia del Medio Oriente”, beato chi ci crede). E la musica oggi, é sempre più un ingranaggio di questo sistema, sempre più complice, sempre più infognata nelle spietate “gare” degli streaming e delle visualizzazioni a tutti i costi.
E’ un mondo che non ascolta, che non sa dialogare, ma solo sopravvivere e accumulare il più possibile, alla faccia di tutti quelli che non possono nemmeno mangiare.
Il pubblico di oggi, purtroppo, é figlio di questi tempi, molto più cinico e individualista di quello di un tempo, molto più distratto, e credo anche molto più infelice.
Per fortuna ci sono le eccezioni, e i nostri figli, ai quali dobbiamo per forza dare un mondo più decente di questo. La musica forse non é sufficiente, ma di sicuro può aiutare.
Foto Alex Cremona


