Possono i morti salvare i vivi? E’ la domanda che si è posta Han Kang, scrittrice coreana insignita due anni fa del premio Nobel per la letteratura.
Una domanda spiazzante per molti versi, perché il concetto di morte non è ancora così universalmente accettato al pari di altri concetti forse più liberamente affrontabili, benché magari ci appartengano di meno.
Eppure quello della morte è un tema che fa parte di noi, uno dei più impattanti nelle vite di tutti, uno di quelle condizioni che hanno bisogno di essere introiettate, elaborate, prima, per essere superate poi.
Ebbene, c’è una cantautrice che nel suo secondo e ultimo disco, “Non Dico Addio” (titolo che riprende proprio il titolo italiano con cui è stato tradotto un libro di Kang), ha provato a rispondere a questo interrogativo: Lamante, al secolo Giorgia Pietribiasi, conosciuta come una delle cantautrici italiane più carismatiche e decisamente più stimate, sin dal rilascio del suo bellissimo primo lavoro, “In Memoria Di”. Con assoluto merito, aggiungerei.
Lamante è tornata – con più archi e meno fiati nell’ensemble – senza chiedere permesso, senza scusarsi e senza compromettere nulla di se stessa: e ci ripropone un nuovo lavoro, se vogliamo, ancor più marcatamente intimo e rappresentativo del suo mondo.
Abbiamo già avuto qualche assaggio di “Non Dico Addio”: il primo singolo che abbiamo ascoltato è stato Un canto nuovo, primo pezzo scritto di questo nuovo lavoro (composto addirittura prima dell’uscita di “In Memoria Di”). Era già chiara la direzione: anche davanti a un evento tragico, c’è comunque un fortissimo desiderio di speranza.
Anche Ritorneremo a guardare il cielo, secondo singolo nonché ultima traccia del disco, ha un legame personalissimo con la cantautrice.
Giorgia racconta di aver iniziato a comporre il pezzo dopo aver ritrovato un autoscatto dei suoi genitori, immortalati nel momento in cui avevano appena scoperto di aspettarla: la prima immagine che li ritrae già in tre. Da questa suggestione intima nasce un brano che si apre con estrema delicatezza, per poi crescere fino a diventare una ballata intensa e carica di emozione, in perfetta continuità con lo stile di Lamante.
“Forse un giorno ritorneremo a mancarci di nuovo”: è questo l’incipit che introduce subito il tema della distanza e del legame profondo. A completare l’uscita del brano c’è anche un racconto evocativo, pensato per tradurre in immagini le sensazioni della canzone: la storia di due astronauti, isolati nella Stazione Spaziale Internazionale, che sognano il momento in cui, conclusa la missione, potranno tornare sulla Terra e ritrovarsi a guardare il cielo dal loro giardino.
Già al secondo singolo potevamo affermarlo: un aspetto al quale Lamante ci ha abituati è quello delle produzioni di alto livello (non per niente il produttore del l’album è nuovamente Taketo Gohara), e finora non stavamo certo rimanendo delusi.
E poi è stata la volta di Governatevi, il terzo singolo. Dice Lamante di questo pezzo: ”per me è un manifesto che parla a tutti noi che sempre più facciamo fatica nella vita privata e di conseguenza sociale a governarci e a disarmarci sempre in relazione all’altro.” È un brano politico, un po’ slogan e un po’ preghiera, ma anche un pezzo intimo, stile CCCP – uno degli amori mai celati di Giorgia. Non è semplice comprendere che la chiave di tutto sta in una sola parola: disarmatevi. Si tratta di un’ammissione dei nostri limiti: come pretendiamo che non si facciano guerre se dentro casa non riusciamo a governare noi stessi?
Giorgia ha raccontato, accompagnando l’uscita di questo nuovo lavoro, che il lutto che ha recentemente vissuto ha lasciato un vuoto dentro di lei. Poi, a un certo punto, dopo un lungo periodo di silenzio, fondamentale protagonista, le parole sono riaffiorate, dopo una ricerca – infruttuosa – di appigli nell’arte, e dopo aver invece trovato il conforto che serviva nella letteratura.
Faceva sogni ricorrenti Giorgia, ma che non riusciva a vedere, né riusciva a parlarne. Allora li ha costruiti, letteralmente e manualmente, dando origine a una serie di oggetti simbolici ed evocativi, per visualizzarli: è a quel punto che sono tornate le parole.
Il silenzio è stato protagonista, dicevamo: non è un caso che “Non Dico Addio” si apra con ben due minuti di silenzio, l’ouverture di Un elenco di 11 cose. Poi l’organo, simbolo delle viscere della terra, e una verità inconfutabile: le cose create con amore non sono qualcosa che serve, ma qualcosa che si desidera.
C’è un pezzo in questo disco che è accompagnato da un video incredibilmente bello, e quando ne ho conosciuto la storia ne sono rimasta attratta: è il video di Una magia più forte della morte, registrato in Lituania, nella Collina delle Croci, luogo estremamente affascinante e set perfetto per visualizzare il dolore cantato e sognato da Lamante. Soprattutto dopo la scoperta che quel luogo non è un cimitero, ma un santuario dove le persone portano ex voto: un luogo di vita, non di morte.
Lamante fa una cosa che oggi fatico a vedere e sentire altrove: crea un proprio linguaggio, un modo personale di comunicare la propria sfera privata, piaccia o no questo è lei, la sua vita. Ed ecco che ricorrono termini che entrano a far parte indelebilmente del ritratto che queste musiche fanno di Giorgia Pietribiasi: la morte, la memoria, l’amore, il ventre, il dolore, gli occhi, la guerra, il figlio.
“Non Dico Addio” esprime la fragilità di un’umanità (ascoltate La Stanza del Figlio), propone una riflessione collettiva che parla della maledizione generazionale che ci imprigiona nel ruolo di figli unici, di individui egoisti che cercano l’indipendenza e vogliono conquistare il mondo. Nel contempo elogia la figura materna come colei che può salvare, insegnare, mettendosi in disparte, proprio per il figlio.
Quest’album parte da un lutto, dunque, ma va oltre. Non è la didascalia del dolore di una cantautrice, è qualcosa di più complesso, è un tentativo di dare un nome alla sofferenza, di colmare il vuoto che annichilisce e far tornare parole che non fluivano più. Giorgia ci riesce molto bene, nonostante utilizzi talora anche parole inflazionate, comuni, persino banali se non accompagnate da un contesto dignitoso, e questo certamente lo è: amore, cuore, nome, occhi.

Non è una messa a nudo, non è un diario-biografia che voyeuristicamente ci dà in pasto la narrazione di quel che ha causato la sofferenza, no. “Non dico addio” è un disco urlato in maniera straziante e dilaniante, ma è anche un confessionale sussurrato, accennato.
Le parole possono essere un’arma: lei padroneggia talmente bene l’Arma/Arte della Parola da essere riuscita a curarsi con essa, a guarire e a donarci un disco indimenticabile.
Giorgia scrive, compone, ma non finisce qui il suo lavoro: lo interpreta visceralmente, e ci convince con la sua interpretazione, tanto reale che non puoi che crederle.
Lamante ha raggiunto una maturità tale da aver realizzato un secondo lavoro non solo decisamente all’altezza dell’indimenticato “In Memoria Di”, ma anche un’opera senza dubbio ancor più strutturata e compatta, meno frammentaria.
E anche un’opera seria, grave. Prendete Rimani con me, l’ultimo pezzo scritto per “Non Dico Addio”: “È un tentativo di provare a spiegare quel mondo di mezzo in cui la vita e la morte si incontrano, qualcosa che può succedere in tanti modi. Per esempio, dopo un aborto il corpo continua a lavorare per la vita ancora per un po’, prima di rendersi conto che non c’è più nulla di vivo. In questa canzone provo a descrivere proprio quella sensazione sospesa, quel territorio intermedio.”
Sono tanti i motivi per cui ho amato questo ascolto. “Non Dico Addio” è uno dei dischi più complessi e semplici al contempo che possiate ascoltare: ha un vocabolario scelto, ponderato, che identifica Giorgia Pietribiasi da lontano, un nuovo registro, quasi altro rispetto al nostro linguaggio.

L’ho amato perché è un disco solenne, per davvero: è stato registrato nella Chiesa – ancora consacrata – di San Francesco, a Schio, dove il prozio di Giorgia suonava l’organo leggendo il braille, essendo non vedente. Ditemi un luogo più catartico di una chiesa: il luogo dove si celebrano unioni, rinascite (battesimi), funerali.
E l’ho amato anche perché non lecca il culo proprio a nessuno: è desueto parlare di memoria, di famiglia, di genealogia, di Madre Terra, di radici, di simboli e di silenzio, di vuoto. Ma a Giorgia non interessa, è troppo importante per domandarsi se sia davvero il caso di dire ciò che dice.
Ma quindi, in fin dei conti, qual è la risposta a quella famosa domanda? Possono i morti salvare i vivi? Sì, secondo Lamante.
La morte è sempre stata una forza vitale, ciò che ci ha spinti a sopravvivere, a evolverci e ad andare avanti. Che piaccia oppure no.
Tracklist:
01 Un elenco di 11 cose
02 Governatevi
03 Una Magia più forte della Morte
04 Rimani con me
05 Non Dico Addio
06 Un canto nuovo
07 La Stanza del Figlio
08 Dopo di te
09 Il Mondo è quello che deve ancora venire
10 Ritorneremo a Guardare il Cielo
Foto Rose Mihman



